Archivio per agosto 2010

Il mendicante lettore che vive senza memoria

agosto 31, 2010

Leggeva un libro sporco e non alzò neanche la testa quando gettai una moneta nel suo barattolo di latta

Nell’articolo:  mormorò qualcosa, che non capii, poi disse: «Non ho ancora letto il suo libro. È bello?». «No», risposi. «Non lo so». Sapendo che il suo mestiere gli impediva di avere memoria, non mi passò nemmeno per la testa di chiedergli perché vivesse lì, in quell’angolo di strada, né se avesse una famiglia, una moglie o dei figli, perciò rimasi in silenzio; anche lui rimase in silenzio [.....] «Perché piange?», mi chiese. «Non piango», risposi. «Perché mente?», domandò. «Non mento», replicai. Continuammo a fumare senza parlare; dopo un po’ me ne andai. Qualche giorno dopo, mostrando le fotografie della mia settimana a Parigi, mio figlio si soffermò su quelle che avevo scattato al mendicante. «Hai visto? », mi disse infine, ridendo. «Ti assomiglia»

Javier Cercas per “Il Corriere della Sera“, (Traduzione di Francesca Buffo)

Parigi è l’unica città al mondo dove anche i mendicanti leggono. O almeno questo è ciò che ho pensato lunedì mattina, quando sono arrivato in città per trascorrervi una settimana promuovendo il mio ultimo libro e ho visto un mendicante all’angolo tra la rue Saint- Jacques e la rue Des Écoles. Forse per prendermi un po’ in giro e farmi abbassare la cresta, il mio editore francese mi aveva alloggiato presso l’Hotel des Grands Hommes, nella piazza del Pantheon, e ogni giorno camminavo fino alla rue Séguier, scendevo lungo la rue Saint-Jacques per poi svoltare a sinistra nella rue Des Écoles e attraversare il Boulevard Saint-Germain e la rue Saint- André-des-Arts. Il mendicante era raggomitolato in un cartone, appoggiato al muro e con le gambe avvolte in una coperta; aveva i capelli lunghi e grigi, una folta barba grigia, un’età indefinita, e sembrava che fosse lì da secoli, seduto allo stesso angolo di strada. Il primo giorno che lo vidi stava leggendo un libro dalla copertina sudicia, e passando davanti a lui cercai di leggere il titolo; fui sul punto di fermarmi ma non osai farlo e mi limitai a proseguire per la mia strada pensando, felice ed esaltato, che Parigi è l’unica città al mondo dove anche i mendicanti leggono. (continua…)

Dieci regole esclusive per stregare il cigno nero / (articolo consigliato)

agosto 31, 2010

Nell’articolo: Non dare a un tossicodipendente altre droghe se ha crisi di astinenza. Prestare denaro a chi soffre per un indebitamento eccessivo nell’intento di aiutarlo ad alleviare i suoi problemi non è omeopatia, è rifiuto. La crisi per indebitamento non è un problema temporaneo, bensì un problema strutturale. Noi dobbiamo recuperare i tossicodipendenti [.....] I cittadini non dovrebbero dipendere da risorse finanziarie come depositi di valori e non dovrebbero fare affidamento sui consigli di “esperti fallibili” per il loro pensionamento. La vita economica dovrebbe essere definanzializzata. Noi dovremmo imparare a non usare i mercati come depositi di valore; essi non contengono le certezze che possono richiedere i normali cittadini, nonostante le opinioni degli “esperti” [.....] Scegliamo di passare a un’economia robusta aiutando ciò che deve rompersi a rompersi da solo, convertendo il debito in azioni, marginalizzando le scuole di economia e di business, chiudendo i Nobel in economia, proibendo l’acquisto di società mediante finanziamenti attraverso debiti, confinando i banchieri nell’ambito che compete loro, recuperando gli indennizzi di coloro che ci hanno condotti in una certa situazione (esigendo, per esempio, la restituzione dei fondi pagati a Robert Rubin o ai banksters, le cui ricchezze sono state incrementate dalle tasse versate dai docenti scolastici) e insegnando alle persone a navigare in un mondo con meno certezze [.....] E a quel punto vedremo una vita economica più vicina al nostro ambiente biologico: aziende minori, un’ecologia più ricca, nessun uso speculativo di capitale avuto a prestito, in un mondo in cui sono gli imprenditori, non le banche, ad affrontare i rischi e in cui ogni giorno nascono e muoiono aziende senza fare notizia

Nassim Nicholas Tabeb per “Il Sole 24 Ore

Ho scritto i seguenti dieci princìpi soprattutto nel l’intento di permettere alla vita economica di fronteggiare le necessità del Quarto quadrante dopo la crisi.
1. Quel che è fragile dovrebbe rompersi presto, finché è ancora piccolo
Nulla dovrebbe mai diventare troppo grande per fallire. L’evoluzione nella vita economica aiuta a crescere più degli altri coloro che hanno la massima quantità di rischi nascosti.

2. No alla socializzazione delle perdite e alla privatizzazione dei guadagni
Qualunque cosa possa aver bisogno di essere salvata da un dissesto dovrebbe essere nazionalizzata; qualsiasi cosa non abbia bisogno di essere salvata da un fallimento dev’essere libera, piccola e in grado di affrontare rischi. Noi siamo entrati nelle manifestazioni peggiori del capitalismo e del socialismo. In Francia, negli anni 80 del Novecento, i socialisti hanno assunto il controllo delle banche. Negli Stati Uniti, nel decennio 2001-2010 le banche hanno assunto il controllo del governo. Questa è una cosa surreale. (continua…)

De Alarcon Azopardo José Antonio – Ritratti di Lucia e Miguel

agosto 31, 2010

E Mehmet lesse nel cielo l’eclissi di Bisanzio

agosto 31, 2010

Il taccuino del giovane sultano che nel 1453 espugnò la città: la sera prima dell’assalto finale, per scacciare l’inquietudine, vi disegnò quel che vedeva

Nell’articolo:  In omaggio allo spettacolo di quella notte, di cui aveva disegnato sul suo taccuino l’inizio, il giovane sultano e primo cesare di Rûm ridisegnò la bandiera degli osmani. Dicono che la bandiera turca sia esistita secoli se non millenni prima del regno di Mehmet, che la mezzaluna fosse già emblema dei principati ottomani e di altri regni orientali preislamici, ed è vero. Dicono che da sempre la falce di luna, Artemide e poi la Madre di Dio, fosse simbolo della Polis, e lo si potesse vedere scolpito accanto alle porte delle sue case, e anche questo è vero

Silvia Ronchey per “La Stampa

ISTANBUL
All’istmo tra Europa e Asia c’era, e c’è ancora, la Città delle Città, che un tempo si chiamava la Polis e ora è chiamata Istanbul: entrambi i nomi significano «la Città». E al suo interno c’era, e c’è ancora, una Città nella Città, il Gran Palazzo del Topkapi. E nella sua Biblioteca c’era, e c’è ancora, un piccolo taccuino ingiallito, che contiene esempi di calligrafia e disegni, vergati da una mano insieme puerile ed esperta. È la mano di Mehmet II il Conquistatore, che quando lo vergò aveva vent’anni e stava conducendo un lungo assedio. (continua…)

L’Ulivo 2, il ritorno!

agosto 31, 2010

Altre vignette qui

A 94 anni il ritorno di Bernard Lewis. L’ultimo libro del grande arabista

agosto 31, 2010

Nell’articoloLo studioso sostiene che democrazia “non significa un sistema di governo prodotto da persone che parlano inglese”, società differenti sviluppano “modi differenti di condurre i propri affari” e “non devono assomigliare ai nostri” [.....]  l’idea che “i musulmani saranno sempre governati da tiranni corrotti” e che quindi “la nostra politica estera debba essere quella di assicurarsi che siano i nostri tiranni e non quelli di un altro” è una concezione “che ignora il passato arabo e non ha a cuore il futuro arabo”. 

Giulio Meotti per “Il Foglio”

Nel 1988, mentre l’attenzione del mondo e degli analisti era distratta dagli eventi nell’est europeo, Bernard Lewis scommise il suo prestigio accademico sul linguaggio politico dell’islam. E, in capo a due anni, la guerra del Kuwait ne avrebbe fatto un best seller. Nel 2001 uscì un altro suo libro, “What went wrong?”, e dopo qualche settimana ci fu l’assalto terroristico alle Torri Gemelle di New York. Fu sempre Lewis a capire per primo, unico ad aver letto gli scritti dell’ayatollah Khomeini, come il nuovo regime iraniano, accolto in genere come una benefica rivoluzione contro lo scià, fosse in realtà un fenomeno totalitario. Fu sempre lui a capire già nel 1998 come lo sceicco saudita Osama bin Laden che parlava contro “crociati ed ebrei” rappresentasse un pericolo mondiale. Sarà sempre Lewis a indicare alla Casa Bianca che gli iracheni perseguivano con coraggio da leone il desiderio di libertà conculcato da Saddam Hussein. (continua…)

Sesso, sigari e Pop Art

agosto 31, 2010

C’erano una volta Warhol, Lichtenstein, Rauschenberg. E Ramos, che mixava donne nude e ketchup. Come fa ancora oggi. Grazie a un segreto

Nell’articoloAd alcuni piacciono le rosse alte e magre e altri amano le bionde grasse piccole e paffute, a me piace la donna normale [.....] Su dieci cose che faccio me ne vengono buone due. Spero di arrivare a quattro prima di morire. La mia intenzione è semplicemente quella di migliorare. Mi piace andare ogni giorno nel mio studio, e quando qualcuno mi paga per ritrarre la moglie io prendo i soldi per guardarla mentre si spoglia [.....]  In realtà il sesso è un’attività e la nudità è una condizione

Sven Shuman per “L’Espresso“, altre foto qui

Corre quest’anno il 60esimo anniversario della Pop Art, il movimento artistico che ha creato leggende come Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg e Mel Ramos. Il 75enne Ramos è l’unico ancora in vita, e continua a creare. Il segreto della sua longevità? Due sigari al giorno, rivela.

I quadri di Ramos mixano donne nude a icone del 20esimo secolo come Coca Cola e Lucky Strike. Il quadro della bella donna nuda che esce da una Banana Chiquita è un’icona della Pop Art, ma il suo stile gli ha guadagnato forti critiche da femministe e conservatori. Gli è stato dato del sessista, c’è chi ha cercato di boicottarne le mostre, ma lui ha continuato a coltivare la passione di una vita: l’arte. In quel mondo Ramos è molto rispettato. Amato dai collezionisti, disgustosamente ricco, è rimasto fedele a se stesso. Il libro “Mel Ramos: 50 anni di Pop Art” è stato appena pubblicato da Hatje Cantz.

Pablo Picasso diceva che il principale nemico della creatività è il buon gusto. È d’accordo?
“Picasso era un uomo cattivo, ha fregato un sacco di amici. Diciamo che è vero, ma non sempre. Io ho la mia idea di cosa sia il buon gusto. Non mi interessa disturbare. Picasso ha fatto molti disegni erotici, alcuni li definirebbero pornografici. Anch’io, ma per divertirmi e per scambiarli con i miei amici artisti”.

Ci sono ancora persone che posano per lei?
“Sì. Non molto tempo fa è venuta Pamela Anderson nel mio studio in California, voleva che le facessi un ritratto. Le ho fatto molte foto, e quadri con lei. Uno è stato venduto a una fiera d’arte in Corea, l’altro non me lo ha mai pagato perciò ora si trova in Austria nella mia galleria a Vienna. Speriamo lo vendano. Capita spesso che questa gente vede il quadro, non gli piace e non lo paga. Lei mi ha detto: “Sto costruendo una casa a Malibù, i costi mi sono sfuggiti di mano e non ho i soldi”. Vecchia storia, vada al diavolo. Non ha pagato neanche il costruttore, l’idraulico, un mucchio di gente. Comunque io ho un archivio di corpi femminili generici. Modelle che ho fotografato e ancora utilizzo. Cambio i volti”.

// Lei disegna spesso una bellezza classica, ma negli ultimi 15 anni la percezione generale della bellezza nel pubblico è cambiata, con queste ragazze estremamente magre e alte che un tempo non erano affatto considerate attraenti. Si va in una direzione sbagliata?
“In altre epoche le donne erano paffute, avevano corpi formosi. Definisco le mie donne bellezze generiche perché si tratta di persone “generalmente attraenti”: donne normali, con un seno di dimensioni normali e una bella figura. Ad alcuni piacciono le rosse alte e magre e altri amano le bionde grasse piccole e paffute, a me piace la donna normale”.

Le capita ancora di vederne una per strada e sentire il bisogno di ritrarla?
“Non proprio, anche se tempo fa ad un’inaugurazione diverse giovani donne molto belle mi hanno avvicinato per chiedermi di autografare un libro o un poster. Avessi avuto 35 anni di meno gli avrei chiesto di farmi da modelle, ora non più”.

Il suo ultimo libro si chiama “50 anni di Pop Art”. Ma la Pop Art esiste ancora?
“No. È successo molto tempo fa, negli anni Sessanta. Quando un gruppo di artisti – Roy Lichtenstein, Andy Warhol, Jim Rosenquence, Jim Dime – sono arrivati a New York tutti insieme e nello stesso momento. Quella era la Pop Art. La Pop Art ha preso vita negli anni Sessanta ed è finita piuttosto rapidamente. Io però vivevo in California, ho passato diverso tempo a New York ma mai più di sei settimane per volta. Andavo là per stampare le litografie: e sei settimane e basta. La Pop Art è stato uno stile di vita breve, ma le ondate scioccanti che ha prodotto colpiscono ancora oggi, dopo quarant’anni anni. Ricevo continuamente lettere di giovani che mi chiedono autografi, che hanno appena scoperto la mia arte. L’influenza della Pop Art è stata profonda”.

Oggi si parla più di Pop Culture che di Pop Art. Cosa pensa di personaggi come Bansky, che critica la società così come faceva la Pop Art?

“Che c’è un’agenda politica dietro al suo lavoro. Io cerco solo di fare un bel quadro e non me ne importa nulla di ciò che la gente ci vuole leggere. Anzi, definiscono il mio lavoro “arte Pin-up” e questo mi fa infuriare. A me piace fare quadri su lavori preesistenti, per esempio di Manet. Ho dipinto sulla base di alcuni suoi quadri cambiando solo i personaggi e intensificando il colore per renderli più contemporanei, rispetto al 19esimo secolo. Se la mia arte deve essere qualcosa, è parodia della storia dell’arte”.

Lei è rimasto fedele al suo stile per cinquant’anni. Quanto ego serve per riuscirci?
“Cerco di non rovesciarlo addosso agli altri, ma nella mia maniera ribelle ho un ego enorme. La gente pensa di dover cambiare di continuo, io invece inseguo sempre gli stessi concetti, per coglierli in modo giusto. E un giorno ci riuscirò. Su dieci cose che faccio me ne vengono buone due. Spero di arrivare a quattro prima di morire. La mia intenzione è semplicemente quella di migliorare. Mi piace andare ogni giorno nel mio studio, e quando qualcuno mi paga per ritrarre la moglie io prendo i soldi per guardarla mentre si spoglia”.

Come sono i rapporti con gli altri artisti pop? Eravate amici?
“Oh sì, di Roy Lichtenstein. Quando andavo a New York stavo da lui. Sua moglie lavorava nella mia galleria a New York e ogni giorno alle 17.30 veniva a prenderci e andavamo a cena, si restava fuori. Tom Wesselman era un caro amico: sia lui che io ed Allen Jones dipingevamo corpi femminili ed eravamo bersaglio dell’ira femminista. Molte femministe ce l’avevano seriamente con noi”.

Non l’hanno stancata i dibattiti che da quasi 50 anni dicono che suoi dipinti sono sessisti?
“Le ho sotterrate tutte! Si sono calmate. Le persone sono più tolleranti di questi tempi. Judy Chicago venne ad una mia mostra in un museo di San Francisco, vide il mio lavoro e cominciò ad inveire contro il direttore che lo aveva messo in mostra. Ma alla fine non ha alcuna importanza”.

La nudità dovrebbe esser maggiormente accettata?
“Certo, perché non dovremmo poter stare nudi in pubblico? Ci sono spiagge pubbliche dove la gente lo fa. “America” è un luogo che si trova tra New York e la California, quella è la vera America. New York e la California non ne fanno parte. In realtà il sesso è un’attività e la nudità è una condizione”.

Qual è la cosa più bella di una donna nuda?
“Tutto. È legato al concetto di naturalezza. È il mondo in cui sei arrivato. Ed è il modo in cui te ne andrai”.

La «salsiccia» indigesta dei derivati finì anche alla mensa dei frati

agosto 31, 2010

Nell’articolo: Nascono così i collateralized debt obligations (Cdo): obbligazioni garantite da altre obbligazioni, a loro volta garantite da mutui. Nuove salsicce. Che vengono subito ri-confezionate da altre banche d’affari: i Cdo vengono infatti spesso mischiati con altri Cdo o con derivati e poi rivenduti sotto forma di «Cdo al quadrato» o di «Cdo sintetici». Insomma: obbligazioni garantite da obbligazioni, garantite da altre obbligazioni a loro volta garantite da mutui [.....] Così, nel mito dell’eterno profitto e dello scarica-barile dei rischi, la panna montata della finanza ha creato veri e propri mostri: le cartolarizzazioni di mutui Usa ammontavano a fine 2007 a 4.200 miliardi di dollari, i Cdo a 3mila miliardi, i derivati a 531mila miliardi [.....] Così, dall’oggi al domani, titoli che valevano insieme 7mila miliardi di dollari non valgono più nulla: semplicemente perché nessuno li vuole comprare [.....] Morale della favola: i governi s’indebitano, la disoccupazione cresce, la popolazione paga il conto della crisi. Antonio Gonzales perde la casa, che ormai vale meno del mutuo. Perde il lavoro. E le banche d’affari? Trovano ben presto il modo per speculare ancora, sfruttando il fiume di denaro concesso in prestito dalle banche centrali

Walter Riolfi per “Il Sole 24 Ore

Nel luglio 2005 Antonio Gonzales, origine messicana ma da anni residente nella cittadina di Brea in California, è convinto di avere realizzato i suoi sogni. La banca Fremont, che ha la sede centrale proprio vicino a casa sua, gli ha appena concesso un mutuo trentennale da 114mila dollari. Nonostante alcuni problemi economici, anche Mr. Gonzales riesce così a comprare una casa. Il miracolo americano diventa realtà. Anche per lui, che statunitense non è.

Nessuno nel 2005 avrebbe mai immaginato che quel piccolo mutuo, insieme a tanti altri che qualche burocrate del credito definiva “subprime”, avrebbe creato la più grande bufera finanziaria che memoria d’uomo ricordi. Nessuno avrebbe mai pensato che avrebbe messo in crisi le banche di mezzo mondo e che avrebbe fatto fallire un mostro sacro di Wall Street come Lehman Brothers. Persino un convento di frati in Italia, qualche anno dopo, ha rischiato la bancarotta per colpa dei mutui subprime. Quel giorno di luglio 2005, Mr. Gonzales non poteva saperlo. A dire la verità non lo sapevano neppure le grandi menti di Wall Street e della Federal Reserve. (continua…)

Trent’anni fa la psichiatria perse Franco Basaglia

agosto 31, 2010

Nell’articolo: Forse il pensiero e la prassi di Basaglia hanno fatto scuola più tra i cittadini che tra gli operatori: ricomincino loro, dunque, dal suo esempio

Maria Grazia Giannichedda per “Il Manifesto

In questi trent’anni che ci separano dall’estate in cui Franco Basaglia è morto, a cinquantasei anni, dopo una malattia breve e in un momento cruciale della sua vita e del suo mondo (aveva lasciato Trieste per la Regione Lazio, le leggi psichiatrica e sanitaria erano state approvate da appena due anni) si può ben dire che si sia aperto e chiuso un ciclo. Le strutture dell’epoca sono state profondamente cambiate da queste due riforme, e questo è vero soprattutto per la psichiatria, che nel 1980 era centrata sugli oltre sessantamila posti letto dei manicomi, oggi chiusi. Il cambiamento organizzativo che si è compiuto nelle strutture non è stato però accompagnato – lo si è detto molto in questi anni – dalla trasformazione in senso democratico della loro funzione e delle culture degli operatori; o perlomeno questa trasformazione è stata insufficiente, concentrata in alcuni luoghi, bloccata sulla scala locale e fondata sull’impegno quasi militante di dirigenti e operatori. (continua…)

Dante Ferretti: «Dall’Oscar al Lido esporto lo stile italiano»

agosto 31, 2010

Nell’articoloDissi a mio padre: «Voglio fare lo scenografo per il cinema». Ma a scuola andavo male, ero sempre stato rimandato a ottobre in sei materie! Allora lui mi fece una promessa: «Quando sarai promosso a giugno ne riparleremo» [.....] Ottenni due borse di studio e facevo il disegnatore per mantenermi. A 18 anni feci l’aiuto scenografo di Aldo Tomassini Barbarossa. Poi, nel 1962, lavorai con Domenico Paolella in due film girati ad Ancona, “Le prigioniere dell’isola del diavolo”, e “Il giustiziere dei mari”. Pensai: ecco, me ne sono andato da Macerata per fare carriera e mi ritrovo di nuovo nelle Marche…

Fulvio Fulvi per “Avvenire”

Dice di lui Martin Scorsese: «Viene da una tradizione che gli permette di fondere una grande immaginazione con l’attenzione per i dettagli d’epoca, che fanno da commento al tema del film». Non poteva esserci miglior definizione del genio di Dante Ferretti, lo scenografo due volte Premio Oscar, che sarà ospite al Festival di Venezia, il 10 settembre, per la proiezione in anteprima mondiale del docu-film «Dante Ferretti: production designer» di Gianfranco Giagni, che racconta la sua prestigiosa carriera e per ricevere, insieme alla moglie Francesca Lo Schiavo, il Premio Pietro Bianchi da parte dei giornalisti cinematografici. In questi giorni Ferretti è a Parigi per girare con Scorsese “Hugo Cabret”, il loro primo film in 3D.

Maestro, il lavoro dello scenografo nei film in 3D è sempre lo stesso o c’è bisogno di qualcosa in più?
Non cambia nulla. È più o meno la stessa cosa, dipende dalla riprese. Diciamo che c’è una maggiore attenzione ai dettagli. Nel tridimensionale lo spettatore si sente più coinvolto nelle scene e i particolari non gli sfuggono. (continua…)

Balilla Pratella, il musicista che le cantò belle ai futuristi

agosto 31, 2010

Nell’articolo:  È un atto di aspra ribellione contro il conformismo dell’ambiente musicale italiano, contro il vegetare dei licei e conservatori musicali, «vivai dell’impotenza, dove maestri e professori, illustri deficienze, perpetuano il tradizionalismo»

da “Il Giornale

La frenesia del centenario futurista (2009) è finita, le mostre sono chiuse, le polemiche si placano. E arriva finalmente il momento per gustarsi qualcosa: il bello del futurismo, magnifica avanguardia di cui l’Italia va sempre più fiera, non finisce infatti qui. Il manifesto di fondazione è del 1909, ma parecchi altri apparvero a seguire: del febbraio 1910 è quello dei pittori futuristi, dell’ottobre 1910 il Manifesto dei musicisti futuristi, del gennaio 1911 quello dei drammaturghi e del maggio 1912 il Manifesto della letteratura futurista. Si avvicina dunque il centenario del terzo dei maggiori documenti dell’avanguardia, quello dei musicisti, firmato da Francesco Balilla Pratella. (continua…)

Pratolini, cronache di poveri emigranti

agosto 31, 2010

Una sceneggiatura inedita per un film mai realizzato: così lo scrittore, tradito dal Pci, raccontò una saga anarchica

Nell’articolo: Dopo i fatti d’Ungheria, Pratolini non era più lo stesso. Si era allontanato dal Pci e il Pci da lui. La fede, per così dire, restava più o meno salda, ma la vita s’infilava in vicoli sempre più stretti e lo scrittore pagava il conto per la sua ribellione [.....]  Per lui si condensava quell’utopia nella quale credeva e che Pratolini accoglieva invece con il sorriso storto del disincanto

Osvaldo Guerrieri per “La Stampa

America dura, America mitologica. Strana l’idea del film Mal d’America sceneggiato nel 1966 e mai realizzato. E chissà che cosa spinse il regista argentino Fernando Birri a cercare Vasco Pratolini per dar forma al progetto. Lo incontrò in lunghi pomeriggi di discussione e poi, mescolando neorealismo e grandiosità visionaria, lo indusse a scrivere la storia di una famiglia anarchica italiana, gli Scota, costretta ad abbandonare San Lupo, nel Matese beneventano, e a emigrare in Argentina dopo il fallimento dell’insurrezione campana del 1877.

Il film parte proprio da qui, dalla sparatoria notturna con i carabinieri. Dopo di che, con una tecnica a intarsio, intrecciando passato e presente, ricorrendo a stacchi illustrativi nello stile dichiarato dei telegiornali (un curioso, efficace anacronismo), si apre un racconto di viaggio e di scoperta, di accoglienza e di sfruttamento, di lavoro e di ribellione. Vediamo gli Scota nel deserto della pampa; la distribuzione della terra; i raccolti distrutti in un solo giorno da una nuvola di cavallette; l’aggregarsi delle comunità immigrate; il successo economico di alcuni e il fallimento di altri. Intanto le generazioni cambiano. Ai nonni succedono i padri, ai padri i figli. E cambia anche l’Argentina: sempre più dura e violenta. Si chiama Matese l’ultimo degli Scota. Dovrebbe imbarcarsi alla volta di Napoli per studiare legge. Ma è un giorno di sciopero generale. Ci sono tafferugli a Buenos Aires, volano pallottole, c’è subito un morto. Quasi senza saperlo, Matese si ritrova dietro una barricata con un fucile in mano e un destino da ribelle. Fine. (continua…)

Gazzelle e tartarughe

agosto 30, 2010

Nell’articolo: La spiegazione per questo mondo diviso è che paesi come Grecia, Spagna e Stati Uniti, che hanno vissuto un lungo boom finanziato da ingenti importazioni di capitale, ora hanno sempre più difficoltà nel trovare finanziamenti esteri. Per contro, i paesi che hanno esportato capitale ora godono di un eccesso di liquidità perché il capitale non viene più investito nei paesi saturi. Tale fornitura di credito in eccesso comporta altri consumi e investimenti, scatenando un boom

Hans-Werner Sinn, professore di economia e finanza pubblica all’Università di Monaco, e presidente dell’Istituto tedesco Ifo. Copyright: Project Syndicate, 2010. Traduzione di Simona Polverino, da “Il Sole 24 Ore

MONACO – La peggiore crisi finanziaria del mondo dal dopoguerra è finita. È scoppiata improvvisamente nel 2008, e, dopo circa 18 mesi, è svanita quasi con la stessa rapidità con la quale si è manifestata. I programmi di salvataggio delle banche nell’ordine di 5 trilioni di euro e i programmi di stimolo keynesiani per un ulteriore trilione di euro hanno evitato il collasso. Dopo la contrazione pari allo 0,6% nel 2009, secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale si registrerà quest’anno una crescita del Pil mondiale del 4,6%, e del 4,3% nel 2011 – più rapida della crescita media registrata negli ultimi tre decenni.

La crisi del debito europeo, tuttavia, resta, e i mercati non si fidano totalmente della calma apparente. I premi dei rischi, che devono pagare i paesi in difficoltà finanziaria, restano alti e segnalano un rischio permanente.

Il premio dei tassi di interesse greci, rispetto alla Germania, sui bond governativi con scadenza decennale si attestava all’8,6% il 20 agosto, ovvero a un valore persino più alto di quello riscontrato alla fine di aprile, quando la Grecia diventò praticamente insolvente e l’Unione europea si apprestava a preparare le misure di salvataggio. Sono cresciuti anche gli spread per Irlanda e Portogallo, anche se alla fine di luglio sembrava che l’enorme pacchetto di salvataggio da 920 miliardi di euro messo insieme dall’Unione europea, dall’Eurozona, dal FMI e dalla Banca centrale europea avrebbe tranquillizzato i mercati.

Il mondo è attualmente diviso in due gruppi: il primo comprende i paesi che tireranno la volata e il secondo comprende i paesi che sono rimasti indietro e segnalano nuove problematiche. I paesi BRIC – Brasile, Russia, India e Cina – rientrano nel primo gruppo. Anche per la Russia, dove la ripresa è stata difficoltosa ed esitante, si prevede per quest’anno una crescita del 4,3%. La Cina resta in testa, con un tasso di crescita intorno al 10%. (continua…)

INLAND EMPIRE – Official Italian Trailer

agosto 30, 2010

Il paradosso delle sinagoghe costruite sempre da non ebrei

agosto 30, 2010

Nell’articolo: Più tardi, nel XVI secolo, la Chiesa vietò la presenza, in ogni ghetto, di più di una sinagoga. Nel ghetto di Roma cinque sinagoghe di diverso rito furono così accorpate in un unico edificio, le Cinque Scole [.....] A Roma, nella demolizione del ghetto attuata a fine Ottocento, anche l’edificio delle Cinque Scole, già danneggiato da un incendio, fu demolito e il nuovo Tempio, alto e solenne, ideato dagli architetti Vincenzo Costa e Osvaldo Armanni, anch’essi non  ebrei,  si  inaugurò solennemente nel 1904 alla presenza delle autorità dello Stato italiano, a indicare simbolicamente la raggiunta uguaglianza

Anna Foa per “L’Osservatore Romano

In occasione della giornata europea della cultura ebraica, che si terrà domenica 5 settembre, le sinagoghe di tutte le comunità italiane saranno aperte al pubblico. In quest’occasione, sarà anche riaperta, dopo essere stata chiusa per restauri, la sinagoga ottocentesca di Sabbioneta, dipendente dalla comunità di Mantova. Le sinagoghe sono numerosissime sul territorio italiano:  sinagoghe normalmente usate nel culto; sinagoghe di comunità quasi scomparse, di fatto trasformate in musei; antiche sinagoghe riportate alla luce. E dato che la giornata di quest’anno è dedicata ai rapporti tra l’ebraismo e l’arte, vorremmo fermare la nostra attenzione non solo sulle sinagoghe e sulla loro storia, ma anche sull’architettura sinagogale. La sinagoga non è, per l’ebraismo, uno spazio sacro, e questa è forse la più grande delle differenze esistenti tra una sinagoga e una chiesa. Essa è un luogo di preghiera pubblica e di studio, e nel passato anche un luogo di riunione comunitaria. (continua…)


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