A 94 anni il ritorno di Bernard Lewis. L’ultimo libro del grande arabista

Nell’articoloLo studioso sostiene che democrazia “non significa un sistema di governo prodotto da persone che parlano inglese”, società differenti sviluppano “modi differenti di condurre i propri affari” e “non devono assomigliare ai nostri” [.....]  l’idea che “i musulmani saranno sempre governati da tiranni corrotti” e che quindi “la nostra politica estera debba essere quella di assicurarsi che siano i nostri tiranni e non quelli di un altro” è una concezione “che ignora il passato arabo e non ha a cuore il futuro arabo”. 

Giulio Meotti per “Il Foglio”

Nel 1988, mentre l’attenzione del mondo e degli analisti era distratta dagli eventi nell’est europeo, Bernard Lewis scommise il suo prestigio accademico sul linguaggio politico dell’islam. E, in capo a due anni, la guerra del Kuwait ne avrebbe fatto un best seller. Nel 2001 uscì un altro suo libro, “What went wrong?”, e dopo qualche settimana ci fu l’assalto terroristico alle Torri Gemelle di New York. Fu sempre Lewis a capire per primo, unico ad aver letto gli scritti dell’ayatollah Khomeini, come il nuovo regime iraniano, accolto in genere come una benefica rivoluzione contro lo scià, fosse in realtà un fenomeno totalitario. Fu sempre lui a capire già nel 1998 come lo sceicco saudita Osama bin Laden che parlava contro “crociati ed ebrei” rappresentasse un pericolo mondiale. Sarà sempre Lewis a indicare alla Casa Bianca che gli iracheni perseguivano con coraggio da leone il desiderio di libertà conculcato da Saddam Hussein.

A 94 anni, Bernard Lewis, docente di Storia del medio oriente a Princeton dopo esserlo stato dal 1949 al 1974 nella natìa Londra, è da molti riconosciuto come il maggior esperto mondiale di civiltà islamica. Ma il suo nome suscita anche reazioni opposte. Per altri studiosi, come Edward Said, Lewis è lo storico “colonialista” par excellence prestato alla guerra, perché nel 2003 le sue teorie furono decisive al fermento neoconservatore che sfociò nell’invasione dell’Iraq. Lewis è certamente il creatore dello sfondo storico e ideologico su cui si è costruita la linea della democratizzazione del medio oriente. Non c’è modo migliore per leggere il ritiro americano dall’Iraq dei giorni scorsi del suo nuovo libro, “Faith and power” (Oxford University Press). Lewis vi conferma il suo rifiuto dell’assunto “realista” secondo cui gli arabi sarebbero incapaci di darsi un governo democratico e che la democrazia sarebbe una creazione esclusivamente occidentale e stabilire un sistema democratico in un paese come l’Iraq è una puerile sciocchezza. Il libro conferma la giustezza della guerra in Iraq. Lewis sostiene che per evitare lo scontro di civiltà c’è infatti una sola soluzione: inculcare libertà e democrazia nel mondo arabo-islamico. “Portiamo loro la libertà o ci distruggeranno”, scrive l’anziano professore nel libro. Sull’Iraq e l’Iran afferma che “le idee democratiche hanno radici profonde in questi paesi e se diamo loro una possibilità prevarranno”. Il libro spiega molto bene come la dittatura del Baath, in Siria con la famiglia Assad e in Iraq sotto Saddam Hussein, “non avevano radici nel passato arabo islamico”, ma era stata influenzata dai movimenti fascisti pro Vichy in Francia. Lo studioso sostiene che democrazia “non significa un sistema di governo prodotto da persone che parlano inglese”, società differenti sviluppano “modi differenti di condurre i propri affari” e “non devono assomigliare ai nostri”. Come esempio, Lewis porta il fatto che “la democrazia americana dopo la Guerra d’indipendenza fu compatibile con la schiavitù per tre quarti del secolo”. Per questo dice che “la democrazia procede per fasi che differiscono da paese a paese, da società a società. I francesi coltivano la curiosa illusione di aver inventato la democrazia, ma fino alla rivoluzione del 1789 hanno avuto due monarchie, due imperi, due dittature e cinque repubbliche”. Lewis ribalta l’accusa di “orientalismo” scagliata contro i neoconservatori e dice che l’idea che “i musulmani saranno sempre governati da tiranni corrotti” e che quindi “la nostra politica estera debba essere quella di assicurarsi che siano i nostri tiranni e non quelli di un altro” è una concezione “che ignora il passato arabo e non ha a cuore il futuro arabo”. Non a caso il libro Lewis lo dedica a Fouad Ajami, il decano degli studi mediorientali alla Johns Hopkins University che ha fatto da consulente a Bush e Cheney. Un destino accomuna l’ebreo inglese Lewis e lo sciita libanese Ajami, ovvero quello di aver svelato all’America i segreti delle malignità del mondo arabo e la via, imperfetta ma anche l’unica in campo, per “liberare” quelle terre lontane.

da “Informazione Corretta

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