Archivio per settembre 2010

Il futuro dei giornali nella voce degli strilloni

settembre 21, 2010

Una ricetta per salvare i quotidiani di carta insidiati dalla concorrenza dei nuovi mezzi tecnologici

Guido Ceronetti per “La Stampa

Hanno fatto la rivoluzione francese, hanno raddrizzato l’orribile ingiustizia fatta al capitano Dreyfus, creato la leggenda di Mussolini, fatto entrare in guerra la riluttante Italia del 1915, riportato discorsi memorabili, interviste da nobili esigli, tirato in luce crimini sepolti, spinto fuori con manovre ostetriche la repubblica italiana, e i contenuti delle loro collezioni sono impressionanti, enormi, pieni di grida… E adesso? Chiuderanno le testate? Non reggeranno l’urto col virtuale, il network, il cellulare, il tam-tam telefonico e mailofono, la resa che cresce, la spesa irriducibile, la rinuncia al fotoreportage, all’immagine irripetibile?

Eppure, non c’è potenza più forte della stampa quotidiana, più temuta, più emozionante, più manipolatrice, più riparatrice. Il giornale è inseparabile dal Treno, fin dalla locomotiva di Stephenson, e per quanto sia stato un lutto per l’igiene pubblica e personale il giornale, puntigliosamente lavorato dal tagliacarte, è stato la Carta Igienica delle nazioni più evolute, dopo la foglia preistorica di nocciòlo e le dita intrepide delle fanterie. Finalmente, tra la morte di Gandhi, la fondazione d’Israele e la legge Merlin in Gazzetta Ufficiale, il Rotolo Bianco apparve, e i meno-alfabetizzati lo commenterebbero come «Svolta epocale». Amen.

Giornali amati – anche troppo. Un tempo, gloria, generosi coi bravi collaboratori; ora più tirchi di Arpagone; sconsigliabili ai giovani sognatori. Non li manderebbero più a soffrire nelle giungle insanguinate, ma li inchioderebbero davanti a miriadi di computer redazionali, ad abbeverarsi di Agenzie. Del resto, chi vai a intervistare? Le più grandi stature storiche oggi sono tutte formato cartolina: dov’è un Churchill, dov’è una Dietrich, un Jean Gabin, una Mistinguett, un Largo Caballero, un Tesla, un Einstein, un Fleming? Un Massud valeva un viaggetto: l’hanno fatto fuori. Le città, forse… Le città sono intervistabili fruttuosamente, ma bisognerebbe starci qualche mese – c’è un giornale che ti mantenga? Caro giovane, leggi Fame di Knut Hamsun, è la storia di un giovane sconosciuto giornalista, che quando gli si materializza una paga per un articolo si precipita in un’osteria e divora un pezzo di carne qualsiasi. (continua…)

Alberto Moravia vent’anni dopo Virtù e vizi di un eterno adolescente

settembre 21, 2010

Moravia in un disegno di Tullio Pericoli, esposto in sala Buzzati a Milano

La Bompiani celebra lo scrittore alla Fondazione «Corriere della Sera». Sensuale e carnale, ma anche freddo e razionale: l’autore nella quotidianità

Antonio Debenedetti per “Il Corriere della Sera

Adesso si ristampano le sue opere, i critici scrivono di lui. Già quando la morte lo colse all’improvviso, la mattina del 20 settembre 1990, Alberto Moravia era praticamente un classico della modernità. Gli indifferenti, il suo romanzo d’esordio scritto in età scolare o giù di lì, aveva cambiato la letteratura italiana. Da allora, per decenni, è stato al centro della scena letteraria. Ecco perché a suo tempo andavo chiedendomi che cosa Alberto, ormai anziano e all’apice del successo, si aspettasse dalla posterità. Una sera il mio desiderio di sapere, mentre cenavamo in casa di Giorgio Montefoschi, s’è trasformato in domanda. «Con la morte finisce tutto» ha risposto Moravia teatralmente cupo, stringendosi nelle spalle. Lo pensava davvero? Chissà! Il più noto romanziere italiano, che faceva schiumare di rabbia i benpensanti, amava infatti farsi coccolare e le inventava tutte per arrivare allo scopo.

Ma com’era Moravia nella quotidianità? A pranzo, specie se non aveva accanto i suoi amici più fidati cioè Siciliano e Pasolini che un poco forse lo inibivano, Alberto era davvero insuperabile. A volte, standosene al riparo delle sue foltissime sopracciglia, che avevano qualcosa d’una vegetazione primordiale, assumeva modi bruschi, un tantino bambineschi. Preludevano di solito a esternazioni paradossali, capricciose, intese a saggiare la disposizione d’animo dei presenti nei suoi confronti. Quando capiva di potersi fidare, Alberto diventava mirabolante. Cosi, mangiando spaghetti al pomodoro e polpettone con verdure cotte (la sua dieta preferita), ti raccontava di Pirandello o di Eliot o di Borges come fossero là vivi, non geni fatti di spirito ma uomini fatti di carne. Moravia non risultava mai celebrativo. I suoi aneddoti, anche quando riguardavano Ciano o Togliatti o altri politici, privilegiavano sempre l’umano e le ragioni dell’umano. Senza far spazio ai giudizi preconfezionati, insomma. Gli argomenti preferiti di questo scrittore nato per raccontare erano il cinema e ovviamente la letteratura. Parlandone, gratificava i presenti di interpretazioni critiche sorprendenti. Manzoni come Belli, Proust come Joyce, Svevo come Elsa Morante, Brancati come Malaparte (sto citando a caso), i vivi come i morti, si materializzavano attraverso i suoi ragionamenti. La letteratura scendeva dal piedistallo. (continua…)

E l’Italia inventò il vocabolario

settembre 15, 2010

Roberto Beretta per “Avvenire

«Leggete un paio di pagine del vocabolario al giorno!». Il monito del vecchio (e antipatico) professore del liceo non era poi così astruso: il dizionario – ancorché alfabetico – non è infatti come un elenco del telefono, e tra i suoi lemmi si nascondono preziose lezioni di cultura, di storia, di geografia e di scienza, oltreché – naturalmente – di lingua.

Ne ha fatto sicuramente tesoro (anzi, thesaurus…) Claudio Marazzini, che insegna Storia della lingua italiana all’università del Piemonte orientale e ha di recente messo in fila <+corsivo>L’ordine delle parole<+tondo> (Il Mulino, pp. 480, euro 35): una «storia di vocabolari italiani» che, nata dal fortuito acquisto di un lotto di antichi e rari dizionari dismessi da una biblioteca, raduna una quantità di notizie e curiosità che fanno persino dimenticare al lettore di trovarsi di fronte a un documentato e persino erudito saggio che vale almeno un corso universitario. Anche per questo è meglio rinunciare qui a una compiuta recensione, optando piuttosto per la segnalazione di singoli interessanti aspetti. (continua…)

“La morte segreta”, un recital per ricordare Stefano Cucchi

settembre 15, 2010

La prima dello spettacolo promosso dall’associazione radicale “Nessuno tocchi Caino” sarà nel carcere di Padova

da “Libero

A quasi un anno dalla morte, dal 18 settembre parte un recital per ricordareStefano Cucchi, il ragazzo morto in carcere il 22 ottobre 2009 in circostanze ancora poco chiare. Si intitola “In morte segreta” ed è stato presentato questa mattina dall’autore Ugo De Vita a Roma nella sede di ‘Nessuno tocchi Caino’, associazione promotrice dello spettacolo insieme a Ristretti Orizzonti, A Buon Diritto e patrocinato dal Garante dei detenuti del Lazio e dalla Nazionale Italiana Cantanti. Presenti all’incontro anche Ilaria Cucchi, sorella della vittima, Marco Pannella e la deputata radicale Rita Bernardini. “La storia di mio fratello è unmonito a chi commette soprusi – sottolinea la sorella Ilaria – non sempre si può restare impuniti: solo questo mi da la forza di credere che ci sia un senso” .

Il dramma debutterà sabato 18 settembre nella casa di reclusione di Padova. “Facendo l’anteprima in un carcere – spiega Ugo De Vita – facciamo un grande regalo alle Istituzioni: è molto importante che il pubblico sia composto da guardie carcerarie”. Sarà poi a Roma, Firenze e Milano.

Il dramma dura 65 minuti. Inizia con un video della sorella e della mamma di Stefano Cucchi. Continua con una famosa aria del Mefistofele e una lettura da ‘Aspettando i barbari’ del premio Nobel 2003 John Maxwell Coetzee. Il recital finisce con alcune liriche e il monologo musicale ‘Il Sogno’.

“Quella di Cucchi è una vicenda che ha un valore rivoluzionario per come è stata portata all’attenzione pubblica – commenta la deputata  Bernardini – aver portato un po’ di conoscenza sul mondo sconosciuto delle carceri e sulle decine di violenze che vi si commettono in ogni momento è stato importantissimo”.

Siae, ma quanto costi (a noi patiti di musica)

settembre 15, 2010

Diego Menegon e Alberto Mingardi per “Il Sole 24 Ore

Quanto vale un monopolio? Nel 2009 la Siae ha raccolto 614,6 milioni per la remunerazione del diritto d’autore. Di questi, 44,6 derivano dai compensi per copia privata (pagamento dovuto alla Siae per il beneficio che il consumatore trae dalla riproduzione per usi personali). Con il decreto ministeriale 30 dicembre 2009, i compensi per la copia privata sono destinati a salire – nell’anno in corso, si stimano ricavi per 145 milioni, con un sensibile aumento della quota di bilancio che la Siae trarrebbe dalla riproduzione privata di contenuti coperti da diritti d’autore.

Questo trend, nel quale oneri crescenti vengono caricati sui consumatori per il tramite delle imprese che consentono loro la fruizione di certi contenuti (audio o video che siano), può determinare tensioni in un’industria che è tutta in via di assestamento. È la tecnologia ad avere cambiato il nostro modo di consumare e di condividere musica e video, e nessuno sa prevedere con certezza come e quando questo processo perverrà a un equilibrio. L’unica cosa è che la “legittimità” dei diritti d’autore è largamente messa in dubbio, giorno dopo giorno, dai comportamenti di milioni di persone, in buona parte giovanissimi. (continua…)

Narcoguerra

settembre 15, 2010

Eroina afgana sui voli militari britannici di ritorno dal fronte. La notizia rafforza i sospetti sui reali interessi economici che si nascondono dietro la guerra in Afghanistan

Enrico Piovesana per “Peacereporter”

La notizia, diffusa lunedì dalla Bbc, deimilitari britannici e canadesi accusati di trasportare eroina in Europa sfruttando l’assenza di controllo sui voli militari di ritorno dal fronte, non fa che rafforzare i sospetti sui reali interessi economici che si nascondono dietro la guerra in Afghanistan.

Il traffico ‘militare’ di eroina scoperto tra lebasi Nato nel sud dell’Afghanistan (Helmand e Kandahar) e l’aeroporto militare di Brize Norton, nell’Oxfordshire, verrà liquidato con la solita spiegazione delle ‘mele marce’, del caso isolato che riguarda solo alcuni individui.

Più probabilmente si tratta invece della punta dell’iceberg, o meglio delle briciole di un traffico ben più grande e strutturato che i suoi principali gestori - militari e servizi segreti Usa – lasciano ai loro alleati, evidentemente meno bravi di loro nel non farsi scoprire.

Solo pochi mesi fa sulla stampa tedesca era venuto fuori che una delle principali agenzie private di contractors addette alla logistica delle basi Nato in Afghanistan – la Ecolog, sospettata di legami con la mafia albanese – era coinvolta in traffici di eroina afgana verso il Kosovo e la Germania. (continua…)

Waltz for Bill Evans, pianista jazz che fece cantare il silenzio

settembre 15, 2010

Daniela Amenta per “L’Unità

«Viso pallido, devi scoparti la musica». E gli altri ridevano mentre Miles Davis, il divino, lo prendeva in giro. Bill Evans incassava. Poi si allungava sul pianoforte, prima le mani, poi il petto, poi l’intero corpo lungo e magro, e possedeva la musica fino all’ultima nota. Un amplesso mistico, colossale. E anche i neri, quei gradassi geniali del jazz, restavano attoniti, perfino commossi. Sono trent’anni che Bill Evans ci ha lasciati orfani. Non ci saranno eventi, celebrazioni o riti di massa. L’arte di Evans è una questione privata, una relazione rigorosamente sentimentale, in sordina. Tutta qui la sua grazia, la sua disperazione: essere un gigante e non poterlo, saperlo ammettere. Fino a distruggersi.

Una vita bruciata in fretta quella di William John Evans, detto Bill, morto a 51 anni col fegato spappolato e il sangue impazzito come la maionese. Era il bianco del jazz, il tocco chiaro del jazz, la panna dolce e acida del jazz, il jazz che si fa carezza e abbandono. Non aveva nulla della furia degli altri: non gli eccessi di Parker, le follie di Monk, l’arroganza di Miles, i deliri di Mingus, la luce accecante di Coltrane o Coleman. Eppure quel ragazzo secco e miope del New Jersey, quel viso pallido, fece la sua rivoluzione, trasformando il modale in uno spartito aperto, armonico, imprevedibile. Non più uno stile, un sound. Uno stato dell’anima, semmai. E soprattutto musica. Un’imponente cattedrale di musica meravigliosa: dagli impressionisti francesi a Gershwin, da Stravinsky a Mozart. Passando per Nat King Cole, Cole Porter, il jazz. «Perché io voglio che la gente possa cantare quando mi ascolta». (continua…)

Iran: Ahmadinejad e la diplomazia parallela

settembre 15, 2010

Il presidente iraniano tenta la strada del parallelismo politico. In particolare Ahmadinejad si sta concentrando sugli affari esteri. Le sue decisioni potrebbero portare ad una frattura all’interno del governo

Nima Baheli, da “Limes

La scorsa settimana 122 parlamentari hanno scritto al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad per avvertirlo dei rischi del “parallelismo in politica estera”, chiedendogli inoltre di rivedere le nomine di quattro “Rappresentanti Speciali”. Imperterrito il presidente ha agito con decisione evidenziando l’esigenza di nominarne altri due per l’Africa e il Sud America.

Ma chi sono costoro e quale “logica” vi è dietro questo ulteriore scontro che vede contrapposte le varie anime dell’establishment conservatore iraniano?

Ma andiamo per gradi. Il 24 agosto, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha nominato quattro nuovi rappresentanti diplomatici: Esfandiar Rahim Masha’i, Rappresentante Speciale per il Medio Oriente, Hamid Baqha’i Rappresentante Speciale per gli affari asiatici, Mohammad-Mehdi Akhoundzadeh Rappresentante Speciale per gli affari del Mar Caspio, e Abolfazl Zohrehvand Rappresentante Speciale per l’Afghanistan.

Non è la prima volta che un presidente iraniano nomina dei rappresentanti speciali in base all’articolo 127 della Costituzione. Già Khatami e Rafsanjani ne avevano nominati per il Mar Caspio e per l’Afghanistan al fine di dare maggior peso alle delegazioni iraniane allora impegnate in negoziati. (continua…)

La lezione di Friedman alla fine libererà il mondo

settembre 15, 2010

Il capolavoro dell’economista Usa sul capitalismo a quasi mezzo secolo dall’uscita è ancora più attuale. Come dimostrano i dibattiti su welfare, educazione e sanità. All’epoca sembrò troppo radicale, ma era un Occidente dominato dal marxismo

Carlo Lottieri per “Il Giornale

Ha quasi cinquant’anni, ma li porta benissimo. Capitalismo e libertà di Milton Friedman torna in libreria in una nuova edizione (IBL Libri, pagg. 296, euro 24), a riprova del fatto che il volume è ormai un classico del liberalismo contemporaneo: vitale come quando apparve, nel 1962. E questo in primo luogo perché le sue tesi continuano a essere in qualche modo «controcorrente» in moltissimi Paesi, a partire dal nostro.

L’origine di questa opera è interessante, perché alcune sue parti erano state esposte e discusse fin dal 1956 all’interno dei seminari del «William Volker Fund» da cui emersero – oltre al libro di Friedman – anche La società libera di Friedrich von Hayek e La libertà e la legge di Bruno Leoni. In questo piccolo gruppo di capolavori, il lavoro di Friedman si caratterizza per essere un’opera di alta divulgazione dei maggiori argomenti liberali e, al tempo stesso, perché rappresenta un formidabile tentativo di sviluppare una riflessione teorica sulla società di mercato e sui suoi presupposti. L’economista non ci offre qui le sue ricerche più accademiche in ambito macroeconomico, ma suggerisce invece quelle riforme politiche – dall’istruzione alla sanità, dal fisco all’assistenza – che possono permettere a una società di crescere in libertà e prosperità. (continua…)

Anche l’Islam ha tanti reverendi Jones

settembre 15, 2010

Vittorio Emanuele Parsi per “La Stampa

Ma quanti «reverendi Jones» ci sono nel mondo islamico e quanto grande è il loro seguito? La sconsiderata minaccia di questo oscuro pastore di un’ancor più sconosciuta chiesa evangelica della Florida, peraltro neppure attuata, di bruciare il Corano ha offerto il pretesto per l’ennesima strage di cristiani nel subcontinente indiano. Tutto ampiamente e drammaticamente previsto, ma oggi, mentre contiamo le vittime innocenti di una violenza inaccettabile, è impossibile fare a meno di sottolineare che, se bruciare i libri è esecrabile, ammazzare persone innocenti è peggio. Perentorie, in tal senso, le parole del vescovo di Jammur & Kashmir nell’intervista rilasciata a La Stampa di ieri, «non si può giustificare con una proposta offensiva la soppressione di vite innocenti», e neppure di quella del «colpevole» autore della proposta, mi sentirei di aggiungere. Non dovrebbe mai essere dimenticato del resto che, per quanto non sia condivisibile dar fuoco ai simboli e alle effigi che non ci piacciono, una simile pratica rientra pur sempre nella libertà d’espressione, la quale nelle democrazie gode della massima tutela, perché se la prima vacilla trascina nella sua caduta anche le seconde. Non per caso, una trentina d’anni fa, la Corte Suprema riconobbe il diritto di bruciare la bandiera degli Stati Uniti come un esercizio, per quanto detestabile, di tale libertà, dichiarando incostituzionali le norme che ben 48 Stati dell’Unione su 50 avevano adottato a difesa del vessillo a stelle e strisce. È del tutto evidente che «l’amor di Patria» e il «timor di Dio» sono sentimenti in sé rispettabili e sacri per i rispettivi credenti, ma sarebbe una deroga inammissibile al principio della libertà di espressione pretendere che ciò che per gli uni o gli altri è «sacro e inviolabile» venisse sottratto all’esercizio di una delle principali libertà, sia pure in forme, lo ripetiamo, assai discutibili. (continua…)

L’anniversario della Disunità

settembre 15, 2010

Adriano Sofri per “La Repubblica

Tutto alla rovescia. L’Italia è sfatta, basta finir di disfare gli italiani. Si intitolarono piazze, anche la più bella, a Trieste, all’Unità d’Italia. Sembrerà almeno un po’ buffo correggere in “Piazza Divisione d’Italia”. Ma qualcosa bisognerà inventare, perché nel riavvolgere il Risorgimento all’indietro siamo andati lontano. E la celebrazione del prossimo anno sarà una commemorazione. Dice Bossi che il federalismo è cosa fatta. Il federalismo no, e Cattaneo è solo usurpato: ma uno sgretolamento avaro e rancoroso sì, e abbastanza irreversibile. In certe reazioni il sindaco Vassallo ammazzato ad Acciaroli è sembrato affare riservato al già Principato inferiore del Cilento. Perfino l’antica guerra fra cultori del Risorgimento e suoi detrattori in nome delle insorgenze e della conquista coloniale del Sud, benché riesacerbata, va ormai fuori bersaglio. Quella era una storia fratricida dunque anche fraterna. Fratelli d’Italia, anche l’un contro l’altro armati. Carlo Pisacane, biondo e socialista e martire (a Sanza, il lato del Cilento dirimpetto a Pollica) aveva un fratello, Filippo, rimasto, lui, ufficiale borbonico, e fra i due non venne mai meno mai l’affetto reciproco. Si disse che il fratello legittimista fosse designato al comando contro la spedizione di Sapri, e sostituito all’ultimo momento dal re Ferdinando. (continua…)

Marcinelle, l’ultima battaglia: «Nessuno verrà qui a ballare»

settembre 15, 2010

Emigrati nel dopoguerra, 136 morirono nell’incidente al Bois du Cazier. Dimenticati anche dal Paese d’origine

Paolo di Stefano per “Il Corriere della Sera”

I minatori non dimenticano niente, convivono da oltre cinquant’anni con la memoria. Ma il Paese da cui partirono preferisce dormire sonni sereni nell’oblio per svegliarsi puntualmente in occasione della ricorrenza più funesta, quella dell’8 agosto 1956, il giorno in cui al Bois du Cazier di Marcinelle morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani. Anche quest’anno, l’8 agosto non sono mancati i messaggi dei politici, dal presidente della Repubblica in giù. Ma ai minatori italiani – rimasti in Belgio ad invecchiare con la silicosi e il fiato corto – non basta. Loro hanno ancora negli occhi il fumo di quella mattina, quando, poco dopo le otto, a 975 metri di profondità, un vagonetto carico di carbone rimasto incastrato a metà dentro un ascensore in movimento tagliò di netto i cavi dell’alta tensione e le condotte dell’olio provocando un incendio improvviso e inarrestabile. È la tragedia che i minatori sopravvissuti non dimenticheranno mai.

Molti di loro non amano più l’Italia perché, dicono, l’Italia non li ama. Si sentono abbandonati in quella che un tempo consideravano una terra straniera e che oggi trovano persino accogliente. Chiedete a Mario Ziccardi, che è arrivato qui a Charleroi da Ferrazzano (Campobasso) nel 1954 a 18 anni e che rimasto vedovo adesso abita, da solo, in una casetta bianca su una lunga strada a due passi dal luogo della «catastròfa», diventato un museo. Vi risponderà con un groppo di rabbia, ricordando quel che è stato, per filo e per segno. I minatori sono come gli elefanti, non dimenticano niente: «Il governo italiano ci ha venduto, ogni minatore valeva 15 chili di carbone belga al giorno, ma se al ritorno portavi con te una cioccolata o un pacchetto di sigarette, alla dogana ti facevano pagare la multa. Questa è sempre stata l’Italia! Quando arrivavi al paese per le vacanze, ti dicevano: “che ci vieni a fare qui?”. Non sapevano che andavamo in terra straniera per buttare il sangue a mille metri di profondità e che il governo prendeva pure dei soldi senza neanche darci una sicurezza. Quando andavi a fare una domanda al Comune, ti rispondevano che avevi diritto solo al certificato di nascita e per il resto, se avevi bisogno di qualcosa, dovevi chiedere al Belgio». (continua…)

On the road

settembre 14, 2010

Ecco la versione originale del capolavoro di Kerouac

Nell’articolo: Ero d’accordo con Neal. «La gente cambia, amico, è questo che devi capire». «Spero che tu e io non cambieremo mai». «Lo sappiamo, lo sappiamo »

DI JACK KEROUAC, da “Il Corriere della Sera

Quando conobbi Neal mio padre era morto da poco… Ero appena guarito da una malattia grave della quale mi limiterò a dire che aveva certamente qualcosa a che fare con la morte di mio padre e la mia atroce sensazione che tutto fosse morto. Con l’arrivo di Neal cominciò davvero quella parte della mia vita che potremmo chiamare la mia vita sulla strada. Prima di allora avevo sempre sognato di andare nel West, vedere il Paese, ma erano sempre progetti vaghi e non ero mai partito. Neal è il compagno perfetto per la strada perché ci è nato sulla strada, mentre i suoi genitori erano di passaggio a Salt Lake City nel 1926, su un’auto scassata, in viaggio per Los Angeles.

Nel cuore del territorio del Pecos ci mettemmo a discutere su quali personaggi saremmo stati nel Vecchio West. «Neal, tu saresti certamente un fuorilegge» dissi «ma uno di quegli svitati e spassosi fuorilegge che attraversano le pianure al galoppo e si divertono a sparacchiare nei saloon». «Louanne sarebbe la bella della sala da ballo. Bill Burroughs abiterebbe in fondo alla città, un colonnello confederato a riposo, in una grande casa con tutte le imposte chiuse e uscirebbe solo una volta all’anno per incontrare il suo spacciatore in un Vicolo del Quartiere Cinese. Al Hinkle passerebbe le giornate a giocare a carte e raccontare storie seduto in poltrona. Hunkey vivrebbe con i cinesi; lo vedremmo passare sotto i lampioni senza degnarci di uno sguardo con una pipa d’oppio e la coda di cavallo». «E io?» dissi. «Tu saresti il figlio dell’editore del giornale locale. Ogni tanto perderesti la testa e andresti a divertirti con la banda degli altri pazzi. Allen Ginsberg—sarebbe un arrotino che affila le forbici e scende dalla montagna una volta all’anno con il suo carretto e predice gli incendi e la gente arrivata dal confine lo farebbe ballare a suon di schioppettate. Joan Adams… vivrebbe nella casa con le imposte, sarebbe l’unica vera signora in città ma nessuno la vedrebbe mai». Andammo avanti a lungo, passando in rassegna la nostra galleria di canaglie. Anni dopo Allen sarebbe sceso dalla montagna con la barba lunga e non avrebbe avuto più le forbici, solo canti di catastrofe; e Burroughs non sarebbe più uscito di casa una volta all’anno; e Louanne avrebbe sparato al vecchio Neal mentre usciva di casa barcollando; e Al Hinkle sarebbe sopravvissuto a tutti noi e avrebbe raccontato storie ai giovani di fronte al Silver Dollar. Hunkey sarebbe stato trovato morto un freddo inverno in un vicolo. Louanne avrebbe ereditato la sala da ballo e sarebbe diventata una signora e una dei cittadini più influenti. Io sarei scomparso nel Montana e nessuno avrebbe più sentito parlare di me. All’ultimo tirammo dentro anche Lucien Carr—sarebbe scomparso da Pecos City e tornato anni dopo scurito dal sole africano con una regina africana per moglie e dieci bambini neri e una fortuna in oro. Bill Burroughs sarebbe impazzito un giorno e avrebbe cominciato a sparare all’intera città dalla finestra; avrebbero dato fuoco alla sua vecchia casa e tutto sarebbe bruciato e Pecos City si sarebbe trasformata in una città fantasma di rovine carbonizzate tra le rocce arancioni. Ci guardammo intorno in cerca di un sito possibile. Il sole stava tramontando. Io mi addormentai sognando la leggenda. (continua…)

Un missile cinese cambierà la geopolitica

settembre 14, 2010

Nell’articolo: E allora: che cosa ci rivela tutto ciò? Tre cose. La prima è che la Cina è prossima – come mai è stata in passato – a mettere definitivamente a punto un missile in grado di mettere fuori gioco una portaerei. La seconda è che la produzione di un missile di questo tipo equivarrà a porre fine all’incontrastata egemonia statunitense sui mari, specialmente lungo le cruciali rotte oceaniche asiatiche. La terza e ultima cosa è che un missile DF-21D operativo accrescerebbe fortemente le tensioni che già serpeggiano in Asia

di Andrew Burt, direttore associato di InsideDefense.com, da “Il Sole 24 Ore
(Traduzione di Anna Bissanti)

«Potrebbe essere rivoluzionario, cambiare ogni cosa», ha scritto una fonte del governo degli Stati Uniti. «Potrebbe spalancare le porte a una nuova era dell’ordine internazionale», ha scritto un’altra. «Potrebbe mettere fine al nostro modo di intervenire», mi ha riferito un funzionario di alto grado in pensione. Ciò a cui si riferiscono questi ex o attuali esponenti dei più alti gradi dell’esercito è qualcosa di cui non avete mai sentito parlare prima. Si tratta del missile cinese denominato Dong Feng 21D, in sigla DF-21D. ù

Prima di tutto sarà bene contestualizzare la notizia: le portaerei della Marina Usa possono proiettare la potenza americana in ogni angolo del pianeta. Le superportaerei sono enormi navi a propulsione nucleare, lunghe fino a 330 metri, in grado di trasportare 85 aerei e oltre 6mila effettivi. E al prezzo di 4,5 miliardi di dollari l’una sono pressoché capaci di dare il via e combattere una guerra per conto proprio.

Per molti aspetti le superportaerei costituiscono l’ossatura portante della politica estera americana. La crisi dello Stretto di Taiwan del 1996 ne costituisce un ottimo esempio: nel periodo preliminare alle prime elezioni presidenziali della storia di Taiwan, la Cina condusse una serie di test missilistici allo scopo d’incutere timore nell’elettorato taiwanese. I cinesi speravano che un’ostentazione della loro potenza militare avrebbe dissuaso la popolazione taiwanese dall’eleggere politici separatisti. Quando tra Pechino e Taipei andò crescendo la tensione, Washington inviò due portaerei verso la costa cinese. Il messaggio diretto alla Cina era chiaro: non potete permettervi un conflitto con Taiwan perché noi interverremo. Pechino fece un passo indietro, i taiwanesi votarono liberamente e in Asia la situazione rimase tranquilla e sotto controllo. (continua…)

Tutti i radicali di Berlusconi

settembre 14, 2010

Gli exploit verbali di Stracquadanio e co. sono la cifra di una scuola politica ben precisa. Le storie di Capezzone, Vito, Quagliariello, Stracquadanio, Calderisi e Taradash

da “ilpost

Dell’influenza e dell’impatto dei Radicali negli ultimi quarant’anni di politica italiana si è discusso molto e a lungo, e vari osservatori e commentatori sono concordi nel riconoscere loro la capacità di condizionare l’agenda politica italiana in proporzione di gran lunga superiore alle loro dimensioni elettorali. Le ragioni di questa influenza sono molte e intrecciate fra loro, e come spesso accade è complicato arrivare a identificarne una sola tra le altre: quel che è certo è che i Radicali nel corso degli anni si sono distinti per un modo originale e militante di fare politica – centrato sul perseguimento di grandi battaglie tematiche, trasversali e non identitarie – e sull’abilità organizzativa, comunicativa e dialettica nella gestione di queste campagne.

Poi c’è tutta la vasta pubblicistica su Marco Pannella: su come il suo gigantesco carisma abbia rappresentato allo stesso tempo il più grande volano e il più grande freno all’espansione dei Radicali, e su come la sua retorica abbia formato e allevato un esercito di militanti radicali passati poi negli anni in altre formazioni politiche. La cifra è quella del capo: capacità di sostenere discorsi interminabili, petulanza ossessiva e aggressiva, retorica evocativa e apodittica, tendenza a non mollare l’osso neanche sotto tortura. Oggi gli ex radicali sono sparsi un po’ dappertutto, ma non è un caso il fatto che simili doti dialettiche abbiano trovato maggiore riconoscimento e consacrazione nel centrodestra, messe al servizio di ideali meno nobili e disinteressati di quelli a cui i Radicali sono storicamente affezionati: e spesso convertiti in aggressività e petulanza verbali svuotate delle loro antiche buone intenzioni. (continua…)


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