Le caricature esistenziali di Michel Houellebecq

Elisabetta Rasy per “Il Sole 24 Ore

Nelle ultime pagine del romanzo L’opera, Emile Zola fa morire il suo protagonista, il pittore Claude Lantier, tragicamente: l’uomo si impicca nel suo studio davanti al grande quadro cui aveva consacrato la vita e che non riusciva a portare a termine. È il 1885 e lo scrittore scrive a un amico che in questo romanzo racconta la propria giovinezza, se stesso, i suoi amici. Vuole fare il punto della situazione dell’epoca, sogni e battaglie, vittorie e soprattutto fallimenti: il perno sarà il tema dell’artista in lotta con l’opera, una lotta cioè tra l’anima e la materia, la materia pesante e crudele che sfugge al volere dell’uomo.

C’è un personaggio, il romanziere Sandoz, amico del protagonista, cui è delegato il compito di tirare la morale della storia, che è intellettualmente pessimista e moralmente ottimista.

Anche nel nuovo libro di Michel Houellebecq, La carta e il territorio, ci sono un artista e un romanziere ma la situazione, centoventicinque anni dopo, è diversa: l’artista serve ancora a fare il punto sul mondo, ma nel suo rapporto con l’arte non c’è più niente di così drammatico o melodrammatico, e il romanziere, che è l’altro personaggio forte del romanzo, non tirerà nessuna morale perché finirà assassinato. Tutto è meno drammatico ma più tragico, come avvolto in una sorta di fatalità storica dove il male non trionfa sul bene semplicemente perché non se ne distingue. Però anche il pittore di Houellebecq si arena davanti a una sua opera: è una grande tela che rappresenta altri due artisti in un momento cruciale della loro carriera e si intitola – o meglio si sarebbe dovuta intitolare: «Damien Hirst e Jeff Koons si spartiscono il mercato dell’arte». Il pittore non si uccide, ma uccide il quadro, squarciando la tela, calpestando i suoi resti e pestandoli sul pavimento come il più efferato dei killer. Dunque anche qui c’è un conflitto, non è più tra l’anima e la materia ma tra quella estensione del dominio della materia che è il mercato e ciò che dell’anima è rimasto nell’uomo: nient’altro che i suoi sintomi.

Il pittore si chiama Jed Martin ed è diventato famoso un po’ per caso o, appunto, per fatalità, fotografando da artista le carte Michelin. La carta, ci viene spiegato, è meglio del territorio, il manufatto è meglio della natura così come il romanzo è meglio della realtà. Lo scrittore si chiama Michel Houellebecq, è un misantropo dedito al vino, ai salumi e alle riflessioni. I due si conoscono e il pittore, che è tornato alla pittura più tradizionale per un nuovo ciclo sui mestieri dell’uomo (di cui fa parte il quadro mancato su Hirst e Koons), vuole infilarci anche il romanziere, il quale poi, per quanto spesso ubriaco e somigliante a una vecchia tartaruga malata, diventa per Martin una specie di guida, forse più simile alle audioguide dei musei che a un vero guru, in una serie di dialoghi che sono al centro del romanzo. Per esempio, Houellebecq a un certo punto gli fa una lezione sull’arte del romanzo: si possono sempre prendere appunti, si può cercare di allineare delle frasi, gli dice, «ma per lanciarsi nella scrittura di un romanzo bisogna aspettare che tutto ciò divenga compatto, irrefutabile; bisogna attendere l’apparizione di un autentico nucleo di necessità». Qui sicuramente non è il personaggio un po’ grottesco del romanzo, è lo scrittore in carne e voce a parlare. Perché Houellebecq appartiene, proprio come l’engagé Zola, a quella stirpe di romanzieri che non sono mossi dal piacere di raccontare, e che, lungi da essere solo degli story-teller, concepiscono davvero il romanzo come una carta stradale che dia indicazioni chiare e precise sul confuso e indecifrabile territorio della realtà.

Del degrado dei sentimenti e delle relazioni umane che ha reso celebre e provocante l’apparizione di Houellebecq in quello che, stando al suo lessico, possiamo chiamare il mercato della letteratura qui non ci sono che poche tracce. La più vistosa è la clinica zurighese Dignitas dove si pratica la morte assistita a caro prezzo e soprattutto con poco spirito ecologico se la cenere e le ossa degli eutanizzati vengono riversati senza tanti complimenti nel lago della città orrendamente inquinandolo. Tutto è pacificato, in una quiete allarmante. Quando la storia finisce, con la visione del pittore che ormai vuole solo registrare «il punto di vista vegetale sul mondo», siamo all’inizio del terzo decennio del Duemila e la Francia è diventata un paese soprattutto agricolo e turistico, dove i nuovi abitanti dei centri rurali hanno rispolverato antiche tradizioni e antiche cucine e persino antichi costumi a uso dei visitatori. Ma anche all’inizio, nei nostri anni della crisi economica, sembra che gli esseri umani abbiano solo comportamenti e non emozioni e neppure pulsioni, oppure sentimenti mortificati, come se fossero sempre sottoposti a una leggera ma efficace sedazione: così è per l’amore e il sesso con la bellissima manager russa di cui Martin si innamora, così per il rapporto tra Martin e il suo cupo padre, infine cliente della clinica Dignitas, che solo tardivamente troverà la forza di parlargli della madre suicida. È proprio davanti alla clinica zurighese che il pittore capisce e ci comunica la chiave di tale funesta pacificazione: il valore commerciale della sofferenza e della morte è diventato superiore a quello del piacere e del sesso.

Forse è per questo che Houellebecq conclude il libro con una terza parte che è un piccolo noir con le peripezie di uno stanco commissario, nella migliore tradizione francese del Quai des Orfèvres, sulle tracce dell’assassino dello scrittore, in una sorta di affettuosa parodia del genere che oggi domina il mercato letterario. La parodia, o semplicemente la caricatura, è all’opera in tutto La carta e il territorio, come se una ironia malinconica avesse preso il posto della violenta passione degli inizi o come se Houellebecq volesse farci capire l’aspetto parodistico e caricaturale del nostro territorio (e quel suo mettersi in scena, tra altri nomi e cognomi dal vero, sembra anche una perfida e gentile presa in giro dell’autofiction che tanto ha segnato la recente letteratura francese). Ma nonostante i suoi manierismi La carta e il territorio è un romanzo bello e coinvolgente: Houellebecq continua a essere sul territorio, cioè “sul campo”, con la sua tenace energia di esploratore antropologo che anche qui appare, per usare le sue parole, come «l’autentico nucleo di necessità» dei romanzi che scrive.

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