Néstor Kirchner, 1950-2010

Il controverso ex presidente argentino è scomparso mercoledì. Artefice della straordinaria crescita economica di metà anni Duemila, è stato anche politicamente un innovatore

Francesco Davide Ragno per “Limes

Figura controversa quella di Néstor Kirchner, ex Presidente dell’Argentina (2003-2007), scomparso improvvisamente mercoledì nella sua residenza patagonica, a El Calafate, a causa di un’insufficienza cardiaca. Controverso fu il quadro politico dal quale emerse la sua candidatura nel 2003; controversa fu l’elezione che lo portò alla Casa Rosada; controversa è stata la fine della sua presidenza.

Nel 2003 Kirchner assumeva la presidenza in uno dei periodi più convulsi della storia argentina. Dopo il tracollo finanziario del dicembre 2001, la nomina di cinque presidenti in due settimane, il breve interim di Eduardo A. Duhalde (allora governatore della Provincia di Buenos Aires), le elezioni dell’aprile 2003 decretavano la vittoria dell’ex governatore della sperduta e spopolata provincia di Santa Cruz, candidato semi-sconociuto e sponsorizzato dallo stesso Duhalde.

Kirchner, sostenuto dal Frente para la Victoria, costola del movimentojusticialista, aveva raccolto al primo turno il 22,24% dei voti validi. Il suo principale avversario, l’ex presidente Carlos Menem, proveniente dal Partito justicialista, si era fermato al 24,45%.

La frammentazione politica descritta dai risultati era il risultato della sfiducia della popolazione negli anni della crisi. Il secondo turno delle elezioni presidenziali non si tenne perchè Menem, prevedendo una sicura sconfitta al ballottaggio, si ritirò dalla competizione.

Kirchner entrava quindi alla Casa Rosada con un consenso davvero risicato, in un paese percorso da una crisi economica che ne aveva ridimensionato la cosiddetta classe media. Il presidente sembrava essere cosciente delle sfide che lo attendevano, e nel suo primo discorso al Congresso sottolineò il proprio impegno a fare dell’Argentina «un paese più serio, un paese più giusto».

Seguendo l’esempio del Brasile dove da poco era entrato in carica Lula, Kirchner accettò i piani di recupero economico proposti dal Fondo Mondiale Internazionale (Fmi) e già avviati durante la presidenza Duhalde. Garante di questa continuità fu il ministro dell’Economia, Roberto Lavagna.

La rigida politica economica strutturata attorno all’austerità fiscale e a un tasso di cambio alto iniziò a dare i propri frutti: la crescita economica media dei primi anni della presidenza era intorno al 9% annuo. Una performance sostenuta dalla stabilità della moneta, dovuta al continuo aumento delle riserve di valute straniere. Nel 2005 il presidente riuscì a rinegoziare il debito pubblico diminuendo la quota annua da pagare.

In quello stesso anno l’Argentina tornò a vivere una condizione economica molto simile a quella del 1998. Fu in questo momento che ebbe inizio la recessione che trovò nell’inflazione la propria cassa di risonanza.

Le vere sfide di Kirchner, però, erano quella di (ri)costruire la fiducia della popolazione verso il sistema politico e, soprattutto, quella di crearsi un proprio spazio al suo interno. Per fare ciò, in prima battuta avrebbe dovuto smarcarsi finalmente dall’ombra del predecessore Duhalde e dall’azione politica del justicialismo degli anni Novanta.

L’attacco al partito justicialista (PJ) fu sferrato proprio nella provincia di Buenos Aires, antico bastione del PJ e dello stesso Duhalde, in occasione delle elezioni per la carica di senatore nazionale. Le principali candidate erano Crístina Fernández de Kirchner, la consorte del presidente e già senatrice per la provincia di Santa Cruz, e Hilda “Chice” Gonzalez de Dualde, moglie di Eduardo Duhalde. Vinse la prima.

Nel tentativo di definire uno spazio politico per il Frente para la Victoria, la questione più problematica era quella di ricostruire un immaginario collettivojusticialista, riconnettendolo con quella che era la tradizione peronista. In tal senso, la proposta di Kirchner fu radicale.

In politica estera, il presidente riallacciò i legami dapprima con il Brasile e, in un secondo momento, con il Venezuela di Hugo Chávez. Kirchner si spese per l’ampliamento del Mercosur, incrinando (se non addirittura rompendo) l’alleanza che l’Argentina menemista aveva costruito con gli Stati Uniti, alleanza che Guido Di Tella, il ministro degli Esteri dell’epoca, aveva definito una ‘relación carnal’.

In politica interna, Kirchner necessitava di maggiore sostegno popolare. A tal proposito, il governo saldò un’alleanza con la CGT (Confederación General de Trabajo). Storicamente il messaggio proposto dal movimento peronista-justicialista individuava la classe operaia come principale soggetto della propria base politico-elettorale. Con la sfrenata crescita economica degli anni Novanta, Menem aveva mutato questo rapporto.

Kirchner, dal canto suo, riuscì a ricostruire questa relazione soprattutto nella Provincia di Buenos Aires, da sempre la regione più industrializzata del paese, sfruttando la memoria storica, soprattutto in relazione all’ultima dittatura (1976-1983).

All’indomani della transizione alla democrazia, il messaggio politico dell’allora presidente Alfonsín si poteva riassumere nella cosiddetta ‘teoria dei due demoni’: da un lato i partiti armati, protagonisti della vita politica dell’Argentina degli anni Settanta, e dall’altro la violenza di Stato, con la triste e nota storia delle torture e delle desapariciones.

La teoria si costruiva intorno all’immagine di una società innocente, vittima di entrambe le violenze. Questa interpretazione era rimasta maggioritaria anche quando lo stesso Alfonsín aveva fatto approvare leggi che sancivano l’amnistia per i militari coinvolti negli orrori dell’epoca.

Il governo Kirchner diede inizio ad un’operazione di revisione della memoria storica, epurando le forze armate da quei soggetti compromessi con i delitti della dittatura e promuovendo l’annullamento delle leggi di amnistia.

All’attività prettamente legislativa, la presidenza Kirchner accompagnò un rinnovato sostegno verso le associazioni promotrici dei diritti umani, in particolar modo verso le Madres de Plaza de Mayo. L’iniziativa sembrò avere un fortissimo impatto.

La cosiddetta ‘tendencia K’, quindi, si proponeva come custode dei diritti umani, attenta alle classi sociali più deboli e promotrice di un’alleanza tra i paesi sudamericani implicitamente in chiave antistatunitense. Un messaggio politico totalmente distinto da quello di Menem e di Duhalde.

Tre anni dopo la fine del mandato, quello di Kirchner è, come ha scritto Jorge Fontevecchia, un vero e proprio trionfo culturale. L’ex presidente è riuscito a inserire nell’agenda politica del movimento peronista temi, parole-chiave, messaggi politici che sembravano essere caduti nel dimenticatoio.

Anche per questo il suo nome, solo fino a pochi giorni fa, era uno dei più quotati per la candidatura del Frente alle elezioni presidenziali del prossimo anno. Con la sua scomparsa, la partita presidenziale sembra sempre più aperta. Oggi -ancora una volta nella storia argentina- il domani sembra molto più incerto di quanto non lo fosse già ieri.

 

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