Archivio per novembre 2010

A capo del Mossad un veterano dell’intelligence

novembre 30, 2010

Ugo Tramballi per “Il Sole 24 Ore”

È una specie di nemesi. Tamir Pardo è nominato nuovo capo del Mossad il giorno in cui il mondo delle spie e della diplomazia non sa se ridere o temere che la segretezza sia una tecnica del passato. In fondo Israele e i suoi servizi non ne escono così male: il gossip universale di WikiLeaks rivela che non erano in pochi a temere gli iraniani.

Pardo sostituisce Meir Dagan che verso la fine di otto onorati anni di servizio alla guida dei servizi segreti esterni (quelli interni sono lo Shin Bet) era incorso nel caotico e pletorico assassinio di un capo di Hamas a Dubai. Ma WikiLeaks ora ci spiega che Dagan aveva proposto agli Usa un piano in cinque fasi per far cadere Ahmadinejad. Niente di scandaloso: anche il re saudita e quello del Bahrein avevano chiesto agli americani di «schiacciare la testa del serpente». Per questo l’addio a Dagan non è un siluro ma un regolare avvicendamento. (continua…)

Mario Monicelli: Il mio cinema fra Mussolini, Sordi e Gorbacëv

novembre 30, 2010

E’ stato uno dei più grandi registi italiani di tutti i tempi. Qui ripercorre la sua vita in un racconto intensissimo e divertente, amaro e surreale. Proprio come le sue commedie. Con la differenza che in questa narrazione nulla è stato inventato. Dal primo film sotto il fascismo alla Liberazione, dagli attacchi di Gadda contro La grande guerra, alle partite a carte con Sordi e il sensitivo Rol, dal ritorno a casa l’8 settembre del ’43 al crollo dell’Urss.

di Mario Monicelli, da MicroMega 5/2010

Il primo regista con il quale ho lavorato era un cecoslovacco, si chiamava Machaty´. Era il 1934. L’anno prima aveva vinto a Venezia con un film «scandalo»: Ecstasy. A dire la verità non si trattava di una grande pellicola, ma fece molto scalpore perché conteneva la prima scena di nudo della storia del cinema. L’attrice in questione, Dorothy Lamarr, veniva immortalata mentre passeggiava senza veli per i boschi della Boemia. L’effetto sul pubblico fu tale che il film ebbe la Coppa Mussolini e il regista fu chiamato a Hollywood. (continua…)

Una mappa per scoprire i segreti di Bisanzio

novembre 30, 2010

Un saggio di Ronchey e Braccini racconta mille anni di storia della seconda Roma. «Usando»pagine di Byron, Twain, De Amicis…

Stenio Solinas per “Il Giornale

Capitale condannata dal proprio passato e in cerca di un presente che lo superi e quindi lo sublimi. È per questo che Istanbul racchiude in sé un perché fatto di inattualità, estraneità e incompiutezza, declinato attraverso l’Hozun, ovvero la tristezza, quella tristezza che il premio Nobel Orhan Pamuk definì una volta «una condizione della mente da questa città assimilata con orgoglio».

È un sentimento che assume infinite forme. Nasce dal crollo dell’impero ottomano, che la lascia piena di un’eredità ingombrante, non sempre presentabile, spesso soffocante, fragile eppure come indistruttibile; cresce dai sogni delusi di grandezza della Turchia moderna, un Paese che cerca un riscatto nel presente, ma a ogni passo rischia di sprofondare in ciò che è stato, alterna deliri nazionalistici a tentazioni religiose, sogna un Occidente rassicurante, ma non può fare a meno di accarezzare l’Oriente che sente dentro di sé. È una tristezza che si nutre anche di infiniti dettagli: le antiche rovine che le case hanno inglobato ma non cancellato, il legno annerito dal freddo e dall’umidità delle vecchie costruzioni, le sirene dei battelli che urlano nella nebbia che avvolge d’inverno il Bosforo… Come in un gioco di specchi, Istanbul guarda verso l’Europa alla ricerca di quella Istanbul che non c’è: libera dalla miserie della decadenza, fiera di un’identità orientale che le permetta di racchiudere la qualità e i successi dell’invidiato Occidente. Come in un gioco di specchi, il peso di un passato che non passa, l’arretratezza di un sistema, lo stato di marginalità che esso provoca rimandano a un’altra se stessa in grado di scioglierla dalla costrizioni di una retorica opprimente per lanciarla a vele spiegate nella modernità. E però tanto è più forte questo rifiuto e questa ansia di evasione, tanto il peso del passato, abitudini, usi, costumi, fanno amare con il cuore ciò che con il cervello si vorrebbe rifiutare. È in questa dicotomia, difficile eppure feconda, che può celarsi il riscatto. (continua…)

Iran, il messaggio di Israele agli Usa: “Banche italiane timide sulle sanzioni”

novembre 30, 2010

E Medvedev disse a Berlusconi: “Avere a che fare con Teheran è frustrante”. Il sollievo di Tel Aviv. “Hanno capito che Ahmadinejad è pericoloso”

Marco Pasqua per “La Repubblica

Le preoccupazioni per gli affari che legano le banche italiane e tedesche all’Iran e la mancata applicazione delle sanzioni, hanno spinto Israele a sollecitare il sottosegretario al Tesoro Usa ad esercitare pressioni anche sul governo italiano, come si apprende dai documenti pubblicati da Wikileaks. L’argomento viene discusso durante la visita in Israele del Sottosegretario Usa, responsabile per il terrorismo e l’intelligence finanziaria, Stuart A. Levey, il 16 e 17 novembre 2008. Ne parla un cablogramma diplomatico del 10 dicembre, preparato dall’ambasciata americana a Tel Aviv, e inviato anche alla sede diplomatica di via Veneto, a Roma. Levey incontra il ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, il direttore del Mossad, Meir Dagan, e altri rappresentanti del governo.

Al centro della discussione ci sono le sanzioni verso le banche iraniane e la lotta ai finanziamenti ai terroristi. Anche in questo caso, le rivelazioni di Wikileaks sembrano spiegare il “sollievo” espresso oggi dal primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu. “I documenti mostrano diverse fonti che sostengono le valutazioni israeliane, specie sull’Iran”, ha detto Netanyahu. Nel documento, gli americani sembrano sostanzialmente condividere le preoccupazioni di Israele, e sono d’accordo nell’esporre alla comunità internazionale le attività illecite condotte dalla Central Bank of Iran. E’ di questa che si parla nell’incontro di novembre, quando gli israeliani sollecitano l’America a denunciare le sue attività illecite, visto che queste “rappresentano una minaccia al sistema finanziario internazionale”. (continua…)

Sull’onda dei tassi reali negativi

novembre 29, 2010

Robert Shiller, da “Il Sole 24 Ore

In gran parte del mondo, i tassi di interesse reali a lungo termine – ovvero i tassi di interesse sui titoli di Stato protetti dall’inflazione – sono scesi ai minimi storici. Si tratta di un fatto economico di fondamentale importanza, dal momento che il tasso di interesse reale a lungo termine misura direttamente il costo dei prestiti legati alla gestione delle imprese, al lancio di nuove aziende o all’espansione di quelle già esistenti – e i suoi livelli ora volano sulla scia dei discorsi fatti sulla necessità di ridurre drasticamente i deficit pubblici.

I tassi di interesse nominali – emessi, a esempio, in dollari o euro – sono difficili da interpretare, poiché il costo reale dei prestiti contratti a questi tassi dipende dall’andamento futuro dell’inflazione, che non conosciamo. Se contraggo un prestito al 4% per dieci anni, so per certo che dovrò restituire ogni anno il 4% di interessi in euro sul capitale detenuto, ma non ne conosco l’ammontare. (continua…)

Il sesso del ritratto

novembre 29, 2010

Una grande mostra alla National Portrait Gallery di Washigton indaga il ruolo della differenza sessuale nell’arte americana. Si intitola ‘Hide/Seek: Difference and Desire in American Portraiture’. Tra le opere, i dipinti di Georgia O’Keeffe e gli scatti di Robert Mapplethorpe, Berenice Abbott nel 1927 e un disegno di Keith Haring. Il percorso della mostra (aperta fino al 13 febbraio), parte dalla fine dell’800, prima della differenza sancita tra ‘normali’ e ‘deviati’, per attraversare i grandi cambiamenti del nuovo secolo, la crescita delle città, l’ascesa del modernismo, i conflitti sociali e culturali, la nascita del movimento di liberazione degli omosessuali, la tragica epidemia di AIDS, e chiudere sulla soglia di un nuovo inizio: con i giovani artisti che indagano oggi la questione dell’identità alla ricerca, sempre accesa, di nuove risposte. Altre foto qui

Marsden Hartley, Painting No.47, Berlin, 1914-15 (Hirshhorn Museum and Sculpture Garden)

George Wesley Bellows, River Front No.1, 1915 (Columbus Museum of Art)

La lezione anti-giudici del professor France

novembre 29, 2010

Gian Paolo Serino per “Il Giornale

“Il vero imbarazzo è che a rendere giustizia debbano essere i giudi­ci”. Può sembrare scritta oggi, ma questa frase è di Anatole France che nell’ottobre del 1893 pubblicò una raccolta di articoli apparsi su L’Écho de Paris . Il libro uscì la prima volta in Italia nel 1921 per l’editore milanese Rinaldo Caddeo con il titolo I detti dell’abate Jérôme Coignard , volume ormai quasi introvabile. Per ché France è uno di quegli incredibili casi letterari rimossi dall’editoria: malgrado l’importanza delle sue opere e il Premio Nobel ( 1921), in Francia, a eccezione dei quattro volumi della Pléiade, i suoi testi sono pressoché dimenticati.Per non parlare del l’Italia. Adorato da Proust, detestato da Gide ( «uno scrittore senza inquietudine»), ci ha regalato alcune tra le pagine più vive e moderne della letteratura francese. Come dimostrano anche Le opinioni dell’abate Jérôme Coignard , finalmente riproposte dopo quasi un secolo dalle Edizioni Spartaco ( a cura di Filippo Benfante, con una prefazione che anche da sola varrebbe il prezzo di copertina, 13 euro). Qui non troviamo lo scrittore melenso e compiacente (accuse mossegli dai Surrealisti), ma un France inedito: ironico e contro le ideologie spacciate per realtà. La sua penna, attraverso le conversazioni tra l’abate e il suo discepolo Jacques Girarrosto, si scaglia soprattutto contro la Giustizia umana. Nell’ultimo capitolo, che pubblichiamo in anteprima in questa pagina, analizza la strana macchina burocratica che spinge spesso i giudici lontani dalla ragione. Un tema di assoluta modernità.

Un’analisi lucidissima che testimonia come France sia scrittore da rivalutare e ripubblicare. Iniziando magari proprio da questo «breviario scettico per resistere ad ogni forma di potere» che troverete nel le librerie dal 9 dicembre.

Arringa contro le toghe

Il mio buon maestro guardò con aria mesta l’acqua che scorreva, a immagine di questo mondo in cui tutto passa e nulla cambia. Rimase un poco assorto, poi riprese a voce più bassa:
«Solo questo, figlio mio, mi provoca un imbarazzo insormontabile, che debbano essere i giudici a rendere giustizia. È chiaro che essi hanno interesse a dichiarare colpevole colui che per primo hanno sospettato. Li spinge a ciò lo spirito di corpo, così potente presso di loro; per la stessa ragione si vede che, durante la loro procedura, tengono alla larga la difesa come fosse un’importuna, e le danno modo di accedervi solo quando l’accusa si ha imbracciato le sue armi e si è agghindata per assumere, a forza d’artifici, le sembianze di una bella Minerva. Per la natura stessa della loro professione, tendono a vedere un colpevole in ogni accusato, e a certi popoli europei il loro zelo sembra così spaventoso che essi li fanno assistere, nei grandi processi, da una decina di cittadini estratti a sorte. Il che dimostra che il caso, nella sua cecità, garantisce meglio la vita e la libertà degli accusati di quanto non possa fare l’illuminata coscienza dei giudici. È vero che questi magistrati borghesi, sorteggiati come alla lotteria, sono tenuti fuori dalla causa in questione, di cui vedono solo le manifestazioni esteriori. È vero anche che, ignorando le leggi, sono chiamati non ad applicarle, ma a decidere con una sola parola se c’è luogo di applicarle. Si dice che queste specie di assise talvolta hanno esiti assurdi, ma che i popoli che le hanno inventate vi sono attaccati come a una sorta di preziosissima garanzia. Lo credo bene. E capisco che si accettino delle sentenze rese in questo modo: possono essere incompetenti o crudeli, ma almeno le loro assurdità e barbarie non sono, per così dire, imputabili a nessuno. L’iniquità sembra tollerabile quando è abbastanza incoerente da sembrare involontaria. (continua…)

Spuntano 300 inediti di Picasso. Erano a casa del suo elettricista

novembre 29, 2010

L’artigiano assicura di averli avuti in dono dall’artista e dalla moglie Jacqueline. Valgono almeno 60 milioni

Elisabetta Rosaspina per “Il Corriere della Sera

Diventerà famosa probabilmente come “la collezione dell’elettricista”: una raccolta di quasi 300 opere di Pablo Picasso, mai viste prima neppure dal figlio Claude, riapparse dopo 80 anni dagli armadi di un artigiano francese, ormai in pensione. Pierre Le Guennec assicura di averli avuti in dono direttamente dall’artista e dalla moglie Jacqueline per i quali aveva eseguito diversi interventi all’impianto elettrico nelle case della coppia in Costa Azzurra. Sono disegni, acquarelli, bozzetti, studi su tela e nove collages cubisti eseguiti negli anni ’20 che, per la loro rarità, potrebbero valere da soli 40 milioni di euro: l’intero tesoro, di cui dà notizia il quotidiano francese “Libération”, potrebbe fruttare sul mercato dell’arte almeno 60 milioni di euro. (continua…)

“Il Terrorismo” di Antonella Colonna Vilasi

novembre 29, 2010

“Con il termine strategia della tensione, utilizzato per la prima volta dopo l’attentato di Piazza Fontana, ci si riferisce a una teoria interpretativa che analizza l’insieme delle stragi e degli attentati terroristici italiani avvenuti nel secondo dopoguerra e, con particolare intensità, tra il 1969 e il 1984 e, in misura minore, anche successivamente. Il movente principale di questa particolare strategia è ravvisato nella destabilizzazione della situazione politica italiana. (…) 150 morti, 562 feriti, 11 stragi, un numero ancora indefinito di tentativi di strage: per quindici anni, dal 1969 al 1984, l’Italia è stato un Paese insanguinato dalla logica del terrore. Una logica stragista al servizio di finalità politiche per nulla oscure: il condizionamento della vita democratica di una nazione e la lotta politica concepita come sconto senza quartiere e improntata al ricatto del terrore. Anni passati? Anni che non torneranno mai più?” Con l’esperienza acquisita come saggista, autrice di pubblicazioni criminologico-forensi, nelle quali si occupa di criminalità organizzata, mafia ed intelligence, Antonella Colonna Vilasi ricostruisce ora uno dei periodi più misteriosi e controversi della storia contemporanea del nostro Paese, rivisitando  proprio quel quindicennio maledetto che, tra eversione “rossa” e “nera”, ha inciso, forse indelebilmente,  le nostre stesse coscienze. “Il Terrorismo” (Mursia, Milano 2009, € 19.00) reca la prestigiosa prefazione di Piero Luigi Vigna, Procuratore Nazionale Antimafia tra il 1997 ed il 2005 che, dopo aver evidenziato le tre principali direttrici lungo cui si muove la ricerca (la strategia della tensione, l’eversione rossa e quella nera), rimarca come il testo di Antonella Colonna Vilasi si caratterizzi “per un linguaggio narrativo distaccato che completa le conoscenze anche di coloro che hanno avuto l’occasione di svolgere indagini sul fenomeno terroristico, mediante opportune citazioni testuali di articoli di stampa editi nei vari momenti storici e di documenti, anche di fonte internazionale, che, preclusi un tempo all’accesso, sono diventati via via disponibili grazie all’apertura di archivi riservati”. E il lettore non impiegherà molto per verificare, di persona, l’estrema attualità del testo che -ancora parole di Vigna- “è testimonianza del fatto che la repressione del terrorismo avvenne, pur fra le notevoli difficoltà incontrate dall’azione investigativa -specie quella diretta a contrastare l’eversione di destra- nel rispetto dei fondamentali principi costituzionali, senza ricorrere alle <<scorciatoie>> propugnate dai sostenitori del cosiddetto <<diritto penale del nemico>>, ma anche perché dà conto, a chi non visse quei periodi, dei percorsi che si sono dovuti compiere per la stabilizzazione del nostro assetto democratico”. Utile come non mai, la ricerca di Antonella Colonna Vilasi è uno  strumento di ricerca per riportare la luce su un passato che tale non sembrerebbe essere. Del tutto…

La lunga marcia degli studenti cinesi. All’università arrivano ancora solo i ricchi che abitano nelle città

novembre 28, 2010

Pietro Reichlin per “Il Sole 24 Ore

La School of Management di Shanghai ha sede in un palazzo moderno. È tra le due più importanti della città. Le aule e gli uffici sono spaziosi, con tutte le attrezzature elettroniche necessarie a fare lezione e connettersi con il mondo. Il programma a cui partecipo come docente ha lo scopo ambizioso di mischiare studenti italiani e cinesi e prepararli ad affrontare il mondo del lavoro, soprattutto le imprese occidentali che cercano di entrare in questo immenso mercato. I ragazzi italiani passano il primo anno a Shanghai insieme a un gruppo di studenti cinesi. Nel secondo anno vengono tutti a studiare in due università del nostro paese. È un’esperienza eccitante e formativa.

La vita nel campus è molto ordinata, gli studenti sono seri, concentrati sullo studio, tranquilli. Tutti sorridono gentilmente e sono pronti ad aiutarti, ma la comunità locale è poco comunicativa. I professori sono disposti a concederti un pranzo di cortesia, ma poi spariscono assorbiti dagli impegni. I ragazzi italiani mi dicono che l’integrazione con i loro compagni cinesi non è facile. Un motivo banale è la differenza di reddito. Gli italiani non si negano la vita notturna di Shanghai, i bar, le discoteche. Questa è una città moderna, non ha nulla da invidiare a Milano, Roma, ma anche a molte città degli Stati Uniti o del Nord Europa. (continua…)

Il falso si costruisce con ciò che tutti sanno

novembre 28, 2010

Emberto Eco: «I Protocolli di Sion sembravano credibili perchè raccoglievano pettegolezzi»

Cesare Martinetti per “La Stampa

Un documento falso diventa credibile solo se racconta ciò che già tutti sanno. Dicerie, pettegolezzi, calunnie, verità e mezze verità, leggende e superstizioni, credenze e manipolazioni, giudizi e soprattutto pregiudizi sono la materia prima dei falsari, all’opera da sempre nel vivo della Storia. Trent’anni dopo Il nome della rosa, Umberto Eco ha pubblicato Il cimitero di Praga, ovvero la storia di un grande falso, I Protocolli dei Savi di Sion, per svelarci il meccanismo di questa paradossale verità.

Professor Eco, il suo libro è uscito ormai da più di un mese, ne hanno discusso laici, ebrei, cattolici, c’è stato anche chi l’ha accusata di un’ambiguità che rischia di apparire indulgente con l’antisemitismo. L’aveva previsto?
«No e non mi diverto, anche se la discussione ha aiutato la diffusione del libro, perché non c’è miglior modo per diffondere un libro che parlarne male. Mi ha irritato il modo in cui delle pseudo polemiche sono diventate delle polemiche. Sull’Osservatore Romano è parso come se ci fosse stato un attacco da Pagine Ebraiche, che invece mi ha dedicato otto pagine simpaticissime con due articoli che cercano di seminare dei dubbi e terminano con una parola ebraica che vuole dire: è una questione per cui non c’è risposta. È stata una discussione civilissima. Ma non importa, possiamo scrivere qualsiasi cosa e dopo due giorni la gente se n’è dimenticata». (continua…)

Quei messaggi cifrati chiave della diplomazia

novembre 28, 2010

La violazione della riservatezza può compromettere i rapporti fra le nazioni. Il destinatario formale è la Farnesina, che poi li può inoltrare a Quirinale e governo

Ferdinando Salleo per “La Repubblica

“I miei dispacci indecifrabili non hanno alcuna importanza”: così recitava, ma nel terso francese della corrispondenza diplomatica del giovane regno, il telegramma che il ministro degli Esteri, il generale Durando, aveva inviato al ministro d’Italia ad Atene, conte Mamiani, il quale aveva probabilmente chiesto la ripetizione di qualche telegramma che non si era potuto decifrare. Con questo memento destinato a inculcarci la modestia venivamo accolti quando entravamo in carriera. Se i dispacci del ministro non avevano importanza, figurarsi quelli che ci preparavamo a inviare, soprattutto pensando a quanto pochi sarebbero stati i nostri lettori. (continua…)

Nabokov, 50 anni d’amore

novembre 28, 2010

In uscita nel 2011 le lettere, scritte dal romanziere russo alla moglie Vera

Simona Marchetti per “Il Corriere della Sera

Si conobbero ad un ballo di beneficenza a Berlino nel 1923 e si sposarono due anni più tardi, rimanendo insieme fino alla morte di lui, avvenuta a Montreux, in Svizzera, nel 1977. Oltre mezzo secolo d’amore e complicità raccontato nelle 300 lettere che Vladimir Nabokov ha scritto alla moglie Vera, nata Slonim, rese pubbliche per la prima volta nel libro «Letters to Vera», in uscita il prossimo anno negli Stati Uniti per la «Knopf Publishers» e una parte delle quali è già stata pubblicata questa settimana sulla rivista russa «Snob», di proprietà del miliardario Mikhail Prokhorov. (continua…)

C’è un dinosauro nel salotto

novembre 26, 2010

Vincenzo Comito, da Sbilanciamoci.info

Mediobanca da Mattioli a Geronzi. L’ex salotto buono del potere economico italiano è adesso un groviglio spaventoso di azioni, dove i controllati controllano i controllanti e viceversa. Un jurassic park del capitalismo nostrano, che rischia di peggiorare con una ancora maggiore concentrazione con Generali

Per molto tempo Mediobanca e Generali hanno costituito quasi un tutto unico; il possesso di una quota azionaria di molto rilievo nel capitale della seconda ha permesso a lungo alla banca d’affari milanese di governare sostanzialmente il colosso assicurativo. Così, ad esempio, tra il 1999 e il 2002 Mediobanca ha cambiato per ben tre volte il presidente della società triestina. Ma negli ultimi tempi il legame sembra indebolirsi. La situazione potrebbe ora cambiare ulteriormente e anche drasticamente a breve. Appare comunque importante trattare insieme delle vicende delle due strutture, che sono oggi al cuore di una inusitata concentrazione di potere industriale-finanziario-politico nel nostro paese e che con le recenti vicende dell’Unicredit sembra avviarsi a diventare ancora più minacciosa. (continua…)

Gli speculatori finanziari vil razza dannata. Nessuno si senta al sicuro

novembre 26, 2010

Luigi Zingales per “Il Sole 24 Ore

Nell’immaginario collettivo (e in quello della stragrande maggioranza dei leader politici europei) gli speculatori finanziari, specie quelli che scommettono al ribasso, sono degli dèi onnipotenti e malvagi, che con le loro volubili opinioni condizionano la vita di milioni di individui. Si riuniscono in circoli segreti nei grattacieli di Manhattan e decidono arbitrariamente l’identità delle loro vittime. Quando si avventano, come un branco di lupi, sulla preda indifesa, questa non ha più scampo.

Fu la congiura dei perfidi speculatori a portareLehman al collasso. Fu un’altra congiura a trascinare la povera Grecia nel fango. E sono sempre loro, i terribili speculatori, ad averforzato l’Irlanda a chiedere aiuto all’Europa. Se non ci fossero loro, il mondo sarebbe migliore.

La realtà è molto diversa. Lungi dall’essere degli dèi onnipotenti, gli speculatori sono persone pavide. Quando uno speculatore al ribasso vende a 100 euro un titolo che non possiede fa una scommessa molto asimmetrica. Se, come spera, il titolo scende a 80 euro, lo può riacquistare con un guadagno di 20 euro. Ma se ha torto e il titolo sale, rischia di perdere molto di più. Se il titolo raddoppia o triplica la sua perdita è enorme, mentre anche nella migliore delle ipotesi per lui (che il titolo vada a zero) non può guadagnare più di 100 euro. Proprio questa asimmetria rende gli speculatori al ribasso estremamente timorosi. Per questo si muovono in branco, subito pronti a scappare (chiudendo le loro posizioni anche in perdita) appena vedono che il titolo si muove con forza al rialzo. (continua…)


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