Gian Paolo Serino per “Il Giornale“
“Il vero imbarazzo è che a rendere giustizia debbano essere i giudici”. Può sembrare scritta oggi, ma questa frase è di Anatole France che nell’ottobre del 1893 pubblicò una raccolta di articoli apparsi su L’Écho de Paris . Il libro uscì la prima volta in Italia nel 1921 per l’editore milanese Rinaldo Caddeo con il titolo I detti dell’abate Jérôme Coignard , volume ormai quasi introvabile. Per ché France è uno di quegli incredibili casi letterari rimossi dall’editoria: malgrado l’importanza delle sue opere e il Premio Nobel ( 1921), in Francia, a eccezione dei quattro volumi della Pléiade, i suoi testi sono pressoché dimenticati.Per non parlare del l’Italia. Adorato da Proust, detestato da Gide ( «uno scrittore senza inquietudine»), ci ha regalato alcune tra le pagine più vive e moderne della letteratura francese. Come dimostrano anche Le opinioni dell’abate Jérôme Coignard , finalmente riproposte dopo quasi un secolo dalle Edizioni Spartaco ( a cura di Filippo Benfante, con una prefazione che anche da sola varrebbe il prezzo di copertina, 13 euro). Qui non troviamo lo scrittore melenso e compiacente (accuse mossegli dai Surrealisti), ma un France inedito: ironico e contro le ideologie spacciate per realtà. La sua penna, attraverso le conversazioni tra l’abate e il suo discepolo Jacques Girarrosto, si scaglia soprattutto contro la Giustizia umana. Nell’ultimo capitolo, che pubblichiamo in anteprima in questa pagina, analizza la strana macchina burocratica che spinge spesso i giudici lontani dalla ragione. Un tema di assoluta modernità.
Un’analisi lucidissima che testimonia come France sia scrittore da rivalutare e ripubblicare. Iniziando magari proprio da questo «breviario scettico per resistere ad ogni forma di potere» che troverete nel le librerie dal 9 dicembre.
Arringa contro le toghe
Il mio buon maestro guardò con aria mesta l’acqua che scorreva, a immagine di questo mondo in cui tutto passa e nulla cambia. Rimase un poco assorto, poi riprese a voce più bassa:
«Solo questo, figlio mio, mi provoca un imbarazzo insormontabile, che debbano essere i giudici a rendere giustizia. È chiaro che essi hanno interesse a dichiarare colpevole colui che per primo hanno sospettato. Li spinge a ciò lo spirito di corpo, così potente presso di loro; per la stessa ragione si vede che, durante la loro procedura, tengono alla larga la difesa come fosse un’importuna, e le danno modo di accedervi solo quando l’accusa si ha imbracciato le sue armi e si è agghindata per assumere, a forza d’artifici, le sembianze di una bella Minerva. Per la natura stessa della loro professione, tendono a vedere un colpevole in ogni accusato, e a certi popoli europei il loro zelo sembra così spaventoso che essi li fanno assistere, nei grandi processi, da una decina di cittadini estratti a sorte. Il che dimostra che il caso, nella sua cecità, garantisce meglio la vita e la libertà degli accusati di quanto non possa fare l’illuminata coscienza dei giudici. È vero che questi magistrati borghesi, sorteggiati come alla lotteria, sono tenuti fuori dalla causa in questione, di cui vedono solo le manifestazioni esteriori. È vero anche che, ignorando le leggi, sono chiamati non ad applicarle, ma a decidere con una sola parola se c’è luogo di applicarle. Si dice che queste specie di assise talvolta hanno esiti assurdi, ma che i popoli che le hanno inventate vi sono attaccati come a una sorta di preziosissima garanzia. Lo credo bene. E capisco che si accettino delle sentenze rese in questo modo: possono essere incompetenti o crudeli, ma almeno le loro assurdità e barbarie non sono, per così dire, imputabili a nessuno. L’iniquità sembra tollerabile quando è abbastanza incoerente da sembrare involontaria. (continua…)
Sull’onda dei tassi reali negativi
novembre 29, 2010In gran parte del mondo, i tassi di interesse reali a lungo termine – ovvero i tassi di interesse sui titoli di Stato protetti dall’inflazione – sono scesi ai minimi storici. Si tratta di un fatto economico di fondamentale importanza, dal momento che il tasso di interesse reale a lungo termine misura direttamente il costo dei prestiti legati alla gestione delle imprese, al lancio di nuove aziende o all’espansione di quelle già esistenti – e i suoi livelli ora volano sulla scia dei discorsi fatti sulla necessità di ridurre drasticamente i deficit pubblici.
I tassi di interesse nominali – emessi, a esempio, in dollari o euro – sono difficili da interpretare, poiché il costo reale dei prestiti contratti a questi tassi dipende dall’andamento futuro dell’inflazione, che non conosciamo. Se contraggo un prestito al 4% per dieci anni, so per certo che dovrò restituire ogni anno il 4% di interessi in euro sul capitale detenuto, ma non ne conosco l’ammontare. (continua…)
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