In un libro la sua biografia dal 1933 al 2000 e un’intervista-dialogo con la storica Mariuccia Salvati
Vittorio Bonanni per “Liberazione“
Chi ha vissuto in pieno gli anni ’70 e in particolare quelli che un po’ sbrigativamente sono stati definiti “anni di piombo” non può non ricordare Enzo Collotti. Storico autorevole, certo, ma anche un compagno, un amico e un nemico della svolta autoritaria in atto in Italia ma anche, e per certi versi, soprattutto in Germania, paese al quale lui ha dedicato gran parte dei suoi studi. Recentemente lo storico siciliano, classe 1929, trasferitosi a Trieste con la famiglia quattro anni dopo la sua nascita, ha realizzato una interessante autobiografia dal titolo emblematico del suo percorso esistenziale e politico: Impegno civile e passione critica (Viella libreria editrice, pp. 279, euro 30,00), a cura di Mariuccia Salvati, anch’essa storica e docente presso l’Università di Bologna, già impegnata presso l’università di Firenze.
Come dicevamo Enzo nasceva nell’estremo sud dello Stivale ma il suo destino sarà quello di vivere a stretto contatto con il nord e con le grandi città, Trieste, Milano, anche Roma, e dunque con l’Europa. Al punto tale da essere definito quasi un intellettuale mitteleuropeo, lui che veniva appunto dalla Sicilia. Weimar, il nazismo, la divisione tra est e ovest e poi la deriva autoritaria che la Germania occidentale conobbe negli anni ’70 e i problemi legati all’unificazione furono i temi preferiti dai suoi studi, così come inevitabilmente la questione ebraica e resistenziale. Quando nel 1993 vinse il Premio Montecchio, pronunciò delle parole che possono essere considerate una sorta di sintesi della biografia di un uomo, di un intellettuale certo cresciuto e formatosi sui libri, ma anche forgiato dai drammatici e coinvolgenti avvenimenti che hanno caratterizzato il “secolo breve”: «Appartengo alla generazione – disse lo studioso – anno più, anno meno, che ha vissuto la lacerazione del sangue d’Europa e che in questa lacerazione ha imparato a interrogarsi sul destino dell’umanità e dell’Europa. Ho conosciuto bambino gli ebrei profughi dalla persecuzione nazista che cercavano ospitalità in Italia; e ho visto i profughi tornare ad emigrare cacciati dall’Italia fascista. Ho vissuto la guerra e l’occupazione nazista in una terra di frontiera, potenziale crocevia tra tre civiltà, latina, tedesca e slava, trasformate da fascisti e nazisti in luogo di spietate sopraffazioni». Il libro è diviso in tre parti. Nella prima, l’introduzione appunto, Mariuccia Salvati spiega le ragioni della realizzazione del volume, nato per una serie di circostanze diverse: quella «esterna è stata il desiderio di amici e colleghi di Collotti di festeggiare nel 2009 i suoi ottant’anni e la sua carriera di studioso specialista della Germania contemporanea. I modi per farlo sono stati il convegno organizzato a Firenze il 29-30 ottobre 2009 dal Dipartimento di Storia dell’Università e l’iniziativa di questo libro avviato nell’autunno 2008, fortemente sostenuto dalla Fondazione Basso». La seconda ragione, racconta la storica, riguarda proprio il rapporto tra i due: «sebbene di una generazione successiva, e il fatto che gli debba moltissimo come studiosa, io non sono una diretta allieva di Collotti e con lui ho sempre avuto un rapporto alla pari. La ragione va esplicitata: il tramite tra noi è stato Lelio Basso, la militanza politica attorno a questo personaggio e al suo ruolo, politico e culturale – oggi troppo ignorato – nella storia d’Italia». E proprio dal rapporto con il fondatore della Fondazione che porta ancora oggi il suo nome che si capisce il carattere di marxista eretico di Enzo Collotti, come eretico fu Basso. Del resto nel gruppo dei suoi amici più cari c’erano personaggi come Aldo Natoli, Cesare Cases, la stessa famiglia Pintor. Insomma «un eretico tra gli eretici» come lo ha definito recentemente Claudio Pavone in una sua recensione a questo libro, un uomo attento alla cultura socialista e socialdemocratica come a quella comunista che però non si è mai voluto iscrivere a nessun partito politico proprio perché tutti quei contesti gli sarebbero stati stretti.Parlavamo prima dell’organizzazione del volume. Dopo la citata introduzione ci sono circa ottanta pagine autobiografiche con tanto di anni e giorni a partire dal trasferimento della famiglia a Roma avvenuta nel 1933 fino alla sua uscita dai ranghi universitari nel 2000 e altre cento costituite da una lunga intervista-dialogo appunto con Mariuccia Salvati. Tra i tantissimi episodi e le numerose prese di posizioni che hanno caratterizzato la sua vita ne vorremmo ricordare due: quell’irruzione della Digos a casa sua nella notte tra il 29 e il 30 gennaio 1979 quando gli venne comunicata l’accusa: appartenenza a banda armata Prima Linea e l’uccisione del giudice Alessandrini. Il clima di allora favoriva la persecuzione di persone che non sostenevano quella legislazione d’emergenza condivisa anche dal Pci e puntavano l’indice contro quella caccia alle streghe che caratterizzò quegli anni. La solidarietà nei suoi confronti scattò immediatamente: «Inge Feltrinelli mi indirizza allo studio Pecorella, avv. Mariani – ricorda Collotti – porta sfondata, abitazione a soqquadro. Libri, dischi, bozze Bauer e Secchia sparse per la casa». Furono immediatamente avvertiti del fatto Aldo Natoli, Pietro Ingrao, Stefano Rodotà, Maccanico per Pertini, Magistratura democratica e vennero immediatamente organizzate manifestazioni di solidarietà in Italia come in Germania. L’anno prima Giuliano Ferrara, allora segretario federale del Pci torinese, evidentemente già ben disposto ad infangare i suoi avversari politici, accusò con tanto di urla, nel corso di un seminario dal titolo “Germania federale ed Europa: l’ombra della democrazia autoriataria”, il germanista e il suo collega Cesare Cases di «essere amici dei terroristi». E poi la vicenda delle foibe. Anche su questo tema, intorno al quale si è creata una sorta di memoria condivisa assolutamente avulsa dalla realtà, Collotti è stato ed è una voce “fuori dal coro”. Ecco che cosa scriveva sul tema in un articolo uscito su il manifesto tre anni fa: «Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata addirittura da prima dell’avvento al potere; della brutale snazionalizzazione come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica? I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e un complottardo in ogni straniero, che volevano impedire lo sviluppo dei porti jugoslavi per conservare all’Italia il monopolio strategico ed economico dell’Adriatico. Che cosa sanno dell’occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al regno d’Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale adriatico, sullo sfondo della Risiera di S. Sabba e degli impiccati di via Ghega?» si chiede lo storico. «Ecco che cosa significa parlare delle foibe – scriveva Collotti – chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell’arco di un ventennio con l’esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della seconda guerra mondiale. E’ qui che nascono le radici dell’odio, delle foibe, dell’esodo dall’Istria». Dunque un uomo e un intellettuale sempre contro-corrente, che non si è mai rassegnato alla vulgata revisionistica imperante e che anche su un tema delicato, come l’unificazione tedesca, non ha esitato, lui che non aveva mai amato quel mondo d’oltrecortina, a puntare l’indice contro le modalità con le quali quel fatto storico si era alla fine verificato e contro il disinteresse nei confronti della
realtà orientale: «Senza riuscire a capire che cosa è stata l’esperienza della Ddr, che, bene o male, è durata quarant’anni, a mio avviso è molto difficile riuscire a prevedere come potrà avvenire la reale unificazione, non formale ma negli animi, delle popolazioni delle due Germania». Di riflessioni così sentiamo la mancanza. Di uomini così sente la mancanza un Paese che ha assoluto bisogno di risollevarsi dal baratro. E questo libro, nel suo piccolo, può servire a vincere questa difficile sfida.
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