Il falso si costruisce con ciò che tutti sanno

Emberto Eco: «I Protocolli di Sion sembravano credibili perchè raccoglievano pettegolezzi»

Cesare Martinetti per “La Stampa

Un documento falso diventa credibile solo se racconta ciò che già tutti sanno. Dicerie, pettegolezzi, calunnie, verità e mezze verità, leggende e superstizioni, credenze e manipolazioni, giudizi e soprattutto pregiudizi sono la materia prima dei falsari, all’opera da sempre nel vivo della Storia. Trent’anni dopo Il nome della rosa, Umberto Eco ha pubblicato Il cimitero di Praga, ovvero la storia di un grande falso, I Protocolli dei Savi di Sion, per svelarci il meccanismo di questa paradossale verità.

Professor Eco, il suo libro è uscito ormai da più di un mese, ne hanno discusso laici, ebrei, cattolici, c’è stato anche chi l’ha accusata di un’ambiguità che rischia di apparire indulgente con l’antisemitismo. L’aveva previsto?
«No e non mi diverto, anche se la discussione ha aiutato la diffusione del libro, perché non c’è miglior modo per diffondere un libro che parlarne male. Mi ha irritato il modo in cui delle pseudo polemiche sono diventate delle polemiche. Sull’Osservatore Romano è parso come se ci fosse stato un attacco da Pagine Ebraiche, che invece mi ha dedicato otto pagine simpaticissime con due articoli che cercano di seminare dei dubbi e terminano con una parola ebraica che vuole dire: è una questione per cui non c’è risposta. È stata una discussione civilissima. Ma non importa, possiamo scrivere qualsiasi cosa e dopo due giorni la gente se n’è dimenticata».

Pseudo-polemiche, dice lei. Ma in fondo non è questo il gioco del suo libro? E lei è da molti anni un cultore del falso, o del verosimile che agisce nella Storia.
«Sì il libro è la storia della fabbricazione dei Protocolli dei savi di Sion che per chi proprio non lo sapesse è il libro che ha ispirato a Hitler lo sterminio degli ebrei. È un po’ una mia idea fissa, gran parte della storia del mondo è stata motivata da falsi. Si può cominciare dalla donazione di Costantino che dal 400 sappiamo non essere autentica, eppure ha determinato la storia del Cristianesimo. E via via fino ai Protocolli. Certe volte i falsi hanno prodotto addirittura dei fenomeni positivi e altre volte spaventosi».

Come si fa a stabilire se qualcosa è falso? Esiste un criterio di verità?
«Se non ci fosse un criterio di verità non si potrebbe dire che qualcosa è falso. Quello che è difficile è dire se l’autentico è autentico. Ma questo è un altro problema. Se lei mi porta qui una Gioconda io posso definire che è falsa semplicemente mandando qualcuno a controllare se l’altra Gioconda è al Louvre. Se è al suo posto, la verità è che questo è un falso».

Il falso come criterio di verità?
«Diciamo che il falso è uno strumento per arrivare, certe volte anche faticosamente, alla verità. La cosa certa è che i falsi hanno determinato la storia e molte volte l’hanno cambiata».

Prendiamo la storia d’Italia.
«In questo momento si sta discutendo se il Risorgimento sia stato tutto quell’episodio glorioso che ci hanno insegnato a scuola oppure se, come dicono anche gli storici più aperti, c’è stata una guerra civile. Si può dire tranquillamente senza essere leghisti che Nino Bixio ha fatto fucilare della gente innocente e che i briganti erano a loro modo dei resistenti borbonici. Se poi avessero torto o ragione, questo è un altro problema. E dunque il Risorgimento dei nostri libri di scuola è stato una forma di falsificazione».

Ma si sa, la Storia la scrivono i vincitori.
«E la Storia è portata sempre a semplificare, come quando si dice che il popolo italiano si è ribellato al fascismo, invece aveva ragione De Felice: il popolo italiano ha accettato il fascismo per vent’anni, così come per vent’anni sta accettando il berlusconismo… quindi non è affatto innocente».

Anche la guerra in Iraq è cominciata grazie a un falso. Nelle sue memorie uscite da poco George W. Bush dice di essere rimasto choccato alla scoperta che in Iraq non c’erano le armi di distruzione di massa. Le ci crede?
«Bush choccato? Ci sono quelli che restano choccati dal teorema di Pitagora perché non ci avevano mai pensato. Bush è rimasto choccato anche dal fatto che non riusciva a vincere in Afghanistan quando bastava leggere due o tre libri sulle guerre dell’Ottocento per capire che nessun esercito europeo ce la può fare laggiù. Ci hanno rimesso le penne gli inglesi e i russi: non si può, così come non si può invadere la Russia perché prima di arrivare a Mosca arriva l’inverno. Ma né Bush né Hitler avevano letto i libri giusti».

L’abitudine ha fatto gridare al falso anche nel caso dell’11 settembre che è l’attentato più filmato, e quindi oggettivo, della storia. La forza dell’idea del complotto è tale che non si crede nemmeno a ciò che si vede?
«Ma Bush non era così intelligente da inventare una cosa così complicata. Una volta per costruire un falso ci voleva un lavoro molto accurato, veda le discussioni sul famoso papiro di Artemidoro, mentre oggi il dossieraggio e l’attacco reciproco delle parti ad opera di un giornalismo scaduto a pettegolezzo criminale, permette di costruire dei falsi che servono solo per diffamare qualcuno per tre giorni. Il quarto giorno si inventerà qualcosa di nuovo. La gente non si scandalizza. Altro che lo choc di Bush».

Una perdita di memoria?
«Questo è un altro male del nostro secolo, oggi i ragazzi non sanno più se Moro era il capo della Brigate rosse o una vittima. Io da piccolo sapevo chi c’era prima di Mussolini, sarà che Gentile come ministro della Pubblica istruzione era meglio della Gelmini, però ci facevano studiare la storia. Oggi non sanno più se De Gasperi era un capo comunista o chi altro. Ma capita anche ai giornalisti. Ci possono essere depistaggi, ma i complotti veri – questa è la mia teoria – se riescono, vengono immediatamente riconosciuti. Che si fossero messi d’accordo Badoglio, il re e forse anche Dino Grandi per far cadere Mussolini e arrestarlo il giorno dopo, certo è stato un complotto. Però è venuto alla luce in due giorni. Che ci sia stato il Piano Solo, uno dei piani eversivi degli Anni Sessanta, è venuto alla luce. Che ci sia stato il complotto della P2 non solo è venuto alla luce, ma ha avuto anche successo: sono tutti al governo! E quindi non c’è più complotto: si vede».

Ma il complotto non si può prevedere? Torniamo all’11 settembre: Fbi e Cia avevano a disposizione tutti gli indizi per capire che sarebbe successo qualcosa sugli aerei americani.
«A proposito di prevedibilità un mio amico evoca la nascita di un cigno nero, che è sempre imprevedibile e fa un bellissimo esempio: se uno avesse potuto prevedere l’attentato alle torri di New York avrebbe fatto installare su tutti gli aerei delle porte che impedivano l’accesso alla cabina di pilotaggio. Se gli avessero dato ascolto sarebbe costato una cifra immensa. Se l’avessero fatto non ci sarebbe stato l’attentato alle due torri. E tutti avrebbero detto: guarda che imbecille questo che ci ha fatto spendere tanti soldi mentre non sta succedendo niente. Siccome non hanno messo quelle porte è avvenuto l’attentato alle due torri. Che il giorno prima nessuno riusciva a prevedere. La storia è fatta così».

E questa è la morale del suo romanzo?
«No, il mio libro è piuttosto la storia di tecniche di falsificazioni e di giochi tra servizi segreti dove l’argomento centrale è: ogni dossier che si vende a un servizio segreto per potere far soldi, essere pagato e avere successo deve dire cose che sanno già tutti. Come i Protocolli: tutto era già nei romanzi di Sue, di Dumas… è stato sufficiente fare un lavoro di taglio e incollo e sono risultati credibili, anche se contraddittori, proprio perché ripetevano i pettegolezzi che già circolavano».

 

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