Archivio per gennaio 2011

Calvino e la leggerezza dei numeri

gennaio 31, 2011

Italo Calvino

Umberto Bottazzini per “Il Sole 24 Ore

«L’atteggiamento scientifico e quello poetico coincidono», scriveva Italo Calvino in Una pietra sopra. «Entrambi sono atteggiamenti insieme di ricerca e di progettazione, di scoperta e di invenzione». È un’osservazione che Calvino riprende e approfondisce nelle Lezioni americane. Seguendo il suo discorso, Gabriele Lolli afferma che, nel caso della matematica, anche «le modalità del processo creativo e le qualità del prodotto finale» coincidono. L’obiettivo di questo libro è subito dichiarato: «Parlare della matematica usando le stesse parole che Calvino ha rivolto alla letteratura». Cosa quanto mai naturale con uno scrittore come Calvino, che dagli anni Sessanta aveva fatto parte dell’Oulipo, il gruppo di letterati matematici cui aveva dato vita Raymond Queneau a Parigi. (continua…)

I volti e i corpi dell’erotismo oversize

gennaio 31, 2011

Sono formose le donne di “Tournée”, film burlesque del francese Amalric. Per il regista la sua opera è un inno e un manifesto del nuovo erotismo femminile. Altre foto qui

1917, dalla Slovenia con ardore

gennaio 31, 2011

L’imperatore Carlo I, succeduto nel 1916 a Francesco Giuseppe, in visita a un campo di aviazione austriaco a Pergine Valsugana

Un capitano austroungarico della Grande Guerra cercò di favorire l’offensiva italiana, per abbattere l’Impero e liberare i popoli slavi. Escono le sue memorie

Demetrio Volcic per “La Stampa

Si chiamava semplicemente Contro l’Austria (Proti Avstrji) ed era stato scritto negli anni Venti il libro che trovai anni fa in una vecchia libreria dell’usato a Lubiana. Lo firmava il capitano austroungarico Ljudevit Pivko, di etnia slovena, laureato a Vienna. Dopo la Grande Guerra divenne docente di filosofia nelle scuole superiori a Maribor. Nel frattempo, però, aveva «rischiato» di diventare l’uomo della Provvidenza per le sorti italiane del conflitto, cavalcando le insegne della Sokol, una società ginnica di copertura, associazione aperta a tutti, talvolta anche alle donne, in cui si aggregavano gli ufficiali dell’esercito austroungarico etnicamente slavi (sloveni, croati, polacchi, cechi…), per coltivare lo spirito del panslavismo. Un po’ come succedeva in Italia con «La Ginnastica» e in Germania con il «Turnferein». In Slovenia gli iscritti alla Sokol erano diecimila, in Cecoslovacchia, nel 1914, erano già centomila. Il nazionalismo slavo era una forza dinamica che si propagava velocemente.  (continua…)

Quel gusto per la vanità chiamato autoritratto

gennaio 31, 2011

Da Fidia a Duchamp, nessuno è scampato alla tentazione

Stefano Bucci per “Il Corriere della Sera

C’è chi, come David Hockney, si è immaginato insieme al suo modello, nientedimeno che Picasso. C’è chi, come Norman Rockwell, con un occhio al grande Vermeer, se ne è fatto addirittura uno «triplo». C’è chi come Michelangelo si è trasformato in un pezzo di pelle sbattuto sulla volta della Cappella Sistina. C’è chi come Magritte è diventato soltanto una sagoma astratta con dentro alberi, case, luna e stelle. C’è chi come Lucio Fontana o Marcel Duchamp si è voluto addirittura annullare in un semplice autografo (rosso o nero a seconda del pennello). La vanità non è che uno dei tanti vizi dell’artista. Un vizio capace di spingere Botticelli e Dürer, Tiziano e Ingres, Friedrich e Gainsborough, Modigliani e Perugino, Clemente e Dix, La Tour e Leonardo ad autocelebrarsi, su tela o su tavola, con un tocco di ironia (Gauguin) o con estrema serietà (Mengs). Un vizio, assai frequentato e apprezzato, chiamato autoritratto (una categoria di opere abbondantemente rappresentata nella nuova iniziativa del Corriere dedicata ai «Classici dell’arte»). (continua…)

TRADURRE L’INTRADUCIBILE

gennaio 29, 2011

Luigi Mascheroni per “Il Giornale”

Tra coloro che hanno compiuto l’impresa titanica di leggerlo, e sono pochissimi in tutto mondo, c’è chi lo considera un glorioso fallimento e chi il capolavoro del Novecento. Comunque, una leggenda. L’opera è Finnegans Wake ed è uno dei libri più folli, geniali, illeggibili, imprescindibili e impraticabili della storia della Letteratura. James Joyce, il quale dopo aver completato l’altro suo monstrum, l’Ulysses, non scrisse neanche una riga per un anno, iniziò la stesura di quello che poi avrebbe intitolato Finnegans Wake nel 1922 – con il titolo Work in Progress cominciò a uscire a puntate sulla rivista Transition – e lo vide per la prima volta stampato in volume, a Parigi, il giorno del suo 57º compleanno, il 2 febbraio 1939, due anni prima di morire.
Tentare di spiegare cos’è Finnegans Wake è quasi impossibile, forse ancora più difficile che leggerlo. Stanilaslaus Joyce, il fratello di James, lo definì «l’ultimo delirio della letteratura prima della sua estinzione». Ma forse anche questa è una leggenda. (continua…)

Cantos quotidiani per mamma e papà

gennaio 29, 2011

Dalla corrispondenza coi genitori emerge per la prima volta un ritratto intimo e completo del poeta. Fra desideri e ambizioni da adolescente, consigli letterari e istruzioni per la comprensione della sua opera

Luca Gallesi per “Il Giornale

Tutto è fatidico, a cominciare dai nomi. Un grande poeta non poteva che avere Omero e Isabella come genitori, e come nome quello di un profeta dell’Antico Testamento, visionario e sensibile al destino del suo popolo. Stiamo ovviamente parlando di Ezra Pound (1885-1972), indiscutibile rinnovatore della poesia moderna e discussa «intelligenza scomoda» del ’900, il quale pagò il proprio impegno contro le ingiustizie scontando, dopo la guerra e senza alcun processo, 12 anni di reclusione nel manicomio criminale di Washington. Seguendo ancora il destino, questa volta scritto nel cognome, che in inglese significa «sterlina», volle occuparsi di denaro, studiandone i misteri e denunciando gli speculatori, da lui bollati sin dagli anni Dieci come usurai e per questo scaraventati all’inferno nei Cantos. Le sue idee si possono riassumere in una frase di Confucio, così tradotto e interpretato dallo stesso Pound: «La buona amministrazione del regno ha la sua radice nel buon ordine della famiglia». Ordine naturale, bellezza e giustizia, i principi che dovrebbero modellare la società, sono appunto i cardini della sua educazione sin dalla più giovane età, come appare dalla lettura del ponderoso e appassionante epistolario con i suoi genitori appena pubblicato nel Regno Unito: Ezra Pound to His Parents. Letters 1895-1929, a cura di Mary de Rachewiltz, A. David Moody e Joanna Moody (Oxford University Press, pagg. 776, sterline 35), una raccolta completa e arricchita da un apparato critico, preziosissimo anche per il lettore colto non specialista. (continua…)

Il jazz è musica in fuga, io lo inseguo

gennaio 29, 2011

Ascolto hip hop e Debussy. Ma non il pop, perché compiace e appiattisce i gusti. Un brano può nascere anche dal suono di una matita, che si trasforma in melodia

Maria Serena Natale per “Il Corriere della Sera

Gianluca aveva 11 anni quando cominciò a suonare il trombone nelle processioni di paese. «Il capobanda faceva il palo sul portone, le donne strillavano, si strappavano i capelli e quando usciva il morto ci mettevamo a suonare; RassegnazioneAngosciaQuante lacrime erano tra le più gettonate ma la marcia che andava più forte in assoluto era Jone di Errico Petrella, compositore siciliano dell’Ottocento». (continua…)

Mario Sironi, i tormenti di un fasciocomunista

gennaio 28, 2011

A mezzo secolo dalla morte si discute ancora del suo ruolo nel Ventennio. E si dimentica la sua opera

Mimmo Di Marzio per “Il Giornale

Fascista, anzi anticonformista. Futurista, anzi metafisico. Glorioso, anzi tragico. Nazionalista, anzi europeo. A 50 anni dalla morte, Mario Sironi e la sua pittura restano questioni aperte. Recentemente, dal 14 al 17 gennaio, ha preso il via a Bergamo una mostra itinerante che, con 80 opere dal 1915 al ’61 prova nuovamente a celebrarne l’importanza storica e anche sotto il profilo di una visione del ruolo dell’artista nella società contemporanea. Sironi propugnava l’ideale di un’arte sociale, e per questo non amava le mostre, cui si dedicò quasi per necessità soltanto negli anni cupi del dopoguerra quando, ex repubblichino risparmiato dalla fucilazione per mano partigiana, si chiuse (e fu relegato) in un isolamento cosmico. (continua…)

Salinger il misantropo gaudente

gennaio 28, 2011

Dalla corrispondenza inedita con un amico inglese emerge un uomo diverso: curioso, partecipe, appassionato, perfino socievole

Andrea Malaguti per “La Stampa

CORRISPONDENTE DA LONDRA
Era un uomo di pessima reputazione. Quando morì, esattamente un anno fa, ilNew York Times scrisse: se n’è andato la Greta Garbo della letteratura. Bella immagine. Era J.D. Salinger, l’autore del Giovane Holden, aveva 91 anni, molti soldi e una casa nel New Hampshire. Detestava concedersi ai giornali e alle televisioni. Da oltre cinquant’anni se ne teneva alla larga e per questo si era costruito una fama che non era sua. Gliel’avevano appiccicata addosso. Un signore che se ne va in giro pallido, pensoso, chiuso in sé. Un misantropo, un eremita, un tipo cupo e sgradevole, desideroso di non misurarsi più con un mestiere che gli ha consegnato in gioventù l’eterna libertà dal bisogno. Uno così non lo si può neanche mandare in psicanalisi. Adesso si scopre che erano tutte balle.  (continua…)

Professione reporter. Intervista a Giorgio Fornoni

gennaio 27, 2011

di Mariagloria Fontana per “Micromega

Ha viaggiato in tutto il mondo realizzando dal 1993 al 2010 più di cento inchieste e videoreportage, documentando guerre, violazioni dei diritti civili e incontrando personaggi di spicco. Nato ad Ardesio dove vive e lavora (ha uno studio da commercialista), nel 1999 Milena Gabanelli lo ‘scopre’ attraverso il suo straordinario ‘materiale’, fino ad allora inedito. Inizia così una proficua collaborazione con la trasmissione “Report” di Raitre. Il suo primo libro, accompagnato da un dvd, si intitola “Ai confini del mondo” e racchiude le esperienze giornalistiche (im)possibili di un uomo ‘comune’.

LEGGI UN ESTRATTO Giorgio Fornoni intervista Anna Politkovskaja

Chi la conosce sostiene che il suo giornalismo sia ‘mistico’. Trova confacente questa definizione?
Ho avuto la fortuna di potermi occupare di ciò che più mi stava più a cuore, vale a dire: tematiche sociali ed ambientali. Quando ho realizzato l’inchiesta sulla pena di morte nel mondo per ‘Report’ mi sono sentito preso da una sorta di viaggio mistico. Indagare sulla sofferenza dell’uomo che procura altra sofferenza è un’esperienza inenarrabile. Grigorij Pomeranc (intervistato da Fornoni nel 2007, nda) dice che il male non è percepito dall’uomo medio e per citare De André: “per tutti il dolore degli altri è dolore a metà” (tratto dalla canzone “Disamistade”, nda). Penso che sia arrivato il momento della cultura, il momento in cui l’uomo debba ridare un messaggio di vita e non di distruzione. Non so se questo mio modo di fare giornalismo sia ‘mistico’, ma voglio stare un po’ più in là in questa vita. Ciò significa andare alla ricerca della verità dei fatti e raccontare quello che vedo. (continua…)

Kapuscinski in lotta «contro il silenzio»

gennaio 27, 2011
Laura Badaracchi per “Avvenire
«In Europa la gente muore durante le guerre: in guerra la morte si porta via milioni di vite, ma è la messe di una sola stagione. Da noi la vita umana non conta un accidente. Con la povertà e con la fame che ci ritroviamo, il confine tra la vita e la morte diventa labile». Parole di Oscar Prudencio, rettore dell’Università San Andrés, La Paz, Bolivia. Con questa visione prospettica – il Sud del mondo che dà chiavi di lettura al Nord, attraverso voci poco note, ma autorevoli di un microcosmo che disegna i contorni del macrocosmo in cui è immerso – arrivano per la prima volta in Italia dieci reportage di Ryszard Kapuscinski, scomparso tre anni fa a Varsavia prima di compiere 75 anni. (continua…)

Gli occhi innocenti di Kertész che guardavano oltre il reale

gennaio 27, 2011

Stenio Solinas per “Il Giornale

André Kertész aveva un fratello balbuziente, Jenõ, a fargli da consigliere e incitatore, e il suo miglior amico, il pittore Lajos Tihanyi, era sordomuto. Quanto a lui, ungherese di Budapest, per tutti gli anni che visse prima in Francia e poi negli Stati Uniti, non riuscì mai a parlare un francese e un inglese appena decenti. «La fotografia è la mia sola lingua», confesserà in un’intervista: ma era una lingua silenziosa, dove il non detto contava più della parola. Una sua foto del 1920 ha come titolo Il circo: di spalle, un uomo e una donna guardano dalla fessura di un muro lo spettacolo che noi non vediamo… In Al bistrot, del 1927, un gruppo di operai è seduto intorno alla stufa del locale: uno di essi ha una gamba di legno ed è questa che espone al calore… Il Ritratto di Mondrian del 1926, inquadra un tavolo con su due paia di occhiali, una pipa e un posacenere: l’equilibrio degli spazi e dei volumi prende il posto della figura umana, mai così assente eppure mai così presente.
Nato nel 1894, morto nel 1985, considerato da Henry Cartier-Bresson il padre della fotografia contemporanea e da Brassai il proprio maestro, Kertész è ora in scena al Jeu de Paume (sino al sei febbraio) per la prima retrospettiva che ne celebra a tutto tondo la grandezza e ne racconta l’arte allusiva e spiazzante. Agli esordi della carriera, il poeta Paul Dermée lo definirà «il nostro fratello veggente, occhi infantili che guardano come se fosse sempre la prima volta». Da Parigi, dove è emigrato in cerca di fortuna, Kertész scriverà alla famiglia rimasta in Ungheria: «Non so nemmeno dirvi quante belle cose vedo qui che gli altri non vedono». (continua…)

Chesterton: la ricchezza va redistribuita

gennaio 26, 2011

Alessandro Zaccuri per “Avvenire

I personaggi principali sono Hudge, Gudge e Jones. Volendo tradurre in italiano, potremmo parlare dell’onorevole Pinco, del suo collega Panco e del povero Rossi. L’idealista Pinco Hudge, convinto di migliorare le condizioni di vita del proletariato, riesce a far abbattere le catapecchie in cui Rossi Jones abita in compagnia dei suoi simili e si fa promotore della costruzione di casermoni popolari imponenti quanto deprimenti. Il che dà allo smaliziato Panco Gudge il destro di elogiare il buon tempo andato, quando i miserabili avevano sulla testa un tetto modesto finché si vuole, ma almeno non così disumano. Entrambi i politici fanno carriera, Pinco Hudge trasformandosi in disilluso conservatore, mentre Panco Gudge è tutto preso da una personale forma di ecologismo estremo. Di Rossi Jones si perdono le tracce, però c’è da scommettere che non stia meglio di prima. (continua…)

Speciale sul web per il Giorno della Memoria

gennaio 26, 2011

Fare luce sulla verità, per celebrare il “Giorno della memoria”, per onorare le vittime del nazismo, i cittadini ebrei perseguitati, deportati nei campi di concentramento e uccisi, e anche , coloro che si sono sacrificati per proteggere e salvare altre vite. È questo il senso del servizio-intervista “Herbert Kappler: una fuga di Stato” ideato da Ipazia Preveggenza Tecnologica e prodotto e realizzato da Ipazia Web Tv (www.ipaziawebtv.it), che lo trasmetterà in diretta “a rete unificata” con le web tv, i videoblog e i portali informativi territoriali che vorranno aderire all’iniziativa, giovedi 27 gennaio, a partire dalle ore 10.30, a circuito continuo.
In compagnia della giornalista e scrittrice Stefania Limiti, autrice del libro “L’Anello della Repubblica” (edito da Chiarelettere), ricostruiremo i retroscena, aldilà della verità ufficiale, di una vicenda che ha turbato l’Italia della prima Repubblica e rimasta oscura nelle modalità e, soprattutto, nelle complicità che l’hanno favorita: l’evasione dell’ufficiale nazista Herbert Kappler dall’Ospedale militare Celio di Roma, il 15 agosto 1977.
Il programma è stato realizzato in collaborazione con FEMI-Federazione delle micro web tv, Osservatorio interuniversitario Altratv.tv, Monti TV (Roma), Senape TV (Modena).
Ipazia Preveggenza Tecnologica ha il piacere di invitarvi anche al concerto per narratore, coro maschile e orchestra “La favola di Natale”, scritto da Giovannino Guareschi e musicato da Arturo Coppola, con l’Orchestra di musica concentrationaria diretta da Paolo Candido, promosso dalla Fondazione Gaetano Salvemini per il dialogo tra i Paesi del Mediterraneo, lunedi 31 gennaio alle ore 21 all’Accademia Filarmonica Romana, Sala Casella (Via Flaminia 118).
Saremo lieti di avervi graditi ospiti, sul web, per “Herbert Kappler: una fuga di Stato”, giovedi 27 gennaio a partire dalle ore 10.30, e presso l’Accademia Filarmonica Romana, per “La favola di Natale”, lunedi 31 gennaio alle ore 21.

Khodorkovskij: «Uscirò dal carcere. Il futuro della Russia è la democrazia»

gennaio 26, 2011

Il magnate prigioniero: «Putin sa quanto è debole il suo potere e cosa potrebbe farlo cadere»

Fabrizio Dragosei per “Il Corriere della Sera

Mikhail Khodorkovskij, ex uomo più ricco di Russia e patron della grande compagnia petrolifera Yukos è certamente il detenuto più celebre e più imbarazzante (per il potere) di Russia. La nuova condanna comminatagli alla fine dell’anno scorso prevede 14 anni di detenzione, di cui 8 già scontati. Rimarrà in carcere fino al 2017, ben dopo la prossima scadenza presidenziale. Vladimir Putin o Dmitrij Medvedev potranno essere tranquillamente rieletti senza doversi preoccupare di lui, al sicuro dietro le sbarre. Khodorkovskij ha accettato per la prima volta di parlare dopo il verdetto, rispondendo, tramite i suoi avvocati, alle domande di quattro giornali europei: International Herald Tribune, Süddeutsche Zeitung, Le Monde e Corriere della Sera.

In passato lei ha detto che la Russia ha comunque un futuro democratico. Conferma questo giudizio?
«Sì, anche se la strada non sarà breve né semplice. Adesso sappiamo dove siamo; e vedendo come la società reagirà al verdetto capiremo quali siano le prospettive a breve termine». (continua…)


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