Khodorkovskij: «Uscirò dal carcere. Il futuro della Russia è la democrazia»

Il magnate prigioniero: «Putin sa quanto è debole il suo potere e cosa potrebbe farlo cadere»

Fabrizio Dragosei per “Il Corriere della Sera

Mikhail Khodorkovskij, ex uomo più ricco di Russia e patron della grande compagnia petrolifera Yukos è certamente il detenuto più celebre e più imbarazzante (per il potere) di Russia. La nuova condanna comminatagli alla fine dell’anno scorso prevede 14 anni di detenzione, di cui 8 già scontati. Rimarrà in carcere fino al 2017, ben dopo la prossima scadenza presidenziale. Vladimir Putin o Dmitrij Medvedev potranno essere tranquillamente rieletti senza doversi preoccupare di lui, al sicuro dietro le sbarre. Khodorkovskij ha accettato per la prima volta di parlare dopo il verdetto, rispondendo, tramite i suoi avvocati, alle domande di quattro giornali europei: International Herald Tribune, Süddeutsche Zeitung, Le Monde e Corriere della Sera.

In passato lei ha detto che la Russia ha comunque un futuro democratico. Conferma questo giudizio?
«Sì, anche se la strada non sarà breve né semplice. Adesso sappiamo dove siamo; e vedendo come la società reagirà al verdetto capiremo quali siano le prospettive a breve termine».

Lei ha detto che il suo processo è assurdo; l’ha definito kafkiano. Perché crede che continuino a tenerla dentro?
«Forse Putin sa meglio di noi quanto sia debole in realtà il suo potere. E cosa potrebbe rappresentare una spinta sufficiente per farlo cadere. O forse è semplicemente il fatto che i funzionari che si sono riempiti le tasche con il saccheggio della Yukos sono veramente bravi a manipolarlo».

La Procura afferma che per i suoi reati negli Stati Uniti, le avrebbero dato comunque 20 anni di galera. Sono tutte accuse fasulle?
«La corte mi ha condannato per aver personalmente sottratto alla Yukos 350 milioni di tonnellate di petrolio, 20 milioni più di quanto la compagnia abbia effettivamente prodotto. Né i giudici né il pubblico ministero sono stati poi in grado di chiarire da dove proverrebbero in quel caso i 15 miliardi di dollari di profitti della Yukos e quali fossero le basi per la richiesta di pagare 30 miliardi di tasse. Credo proprio che in un Paese democratico simili assurdità avrebbero avuto conseguenze per chi le ha tirate fuori».

Lei è l’unico oligarca finito in prigione. Alcuni hanno lasciato il Paese, mentre altri sono rimasti e non hanno subito alcun tipo di pressione. È lei che ha sbagliato qualche cosa o pensa che il potere la ritenga il più pericoloso di tutti?
«È evidente che i cosiddetti oligarchi sono stati creati proprio da Putin e dai suoi compagni. Il resto dei ricconi e anche una parte significativa di quelli subito dopo di loro in classifica ha accettato di essere in qualche modo sotto scacco della burocrazia».

Sapendo come sono andate le cose, rifarebbe tutto quello che ha fatto?
«La mia posizione civica sarebbe stata ancora più incisiva. E forse sarei stato più capace di proteggere gli interessi degli investitori della Yukos. Avrei potuto immaginare che mi avrebbero tolto la compagnia, ma mai che l’avrebbero fatta a pezzi. Questo è stato indubbiamente un errore per il potere. D’altra parte parecchi personaggi ben noti ci hanno fatto la cresta».

C’è differenza tra Putin e Medvedev, visto che lei non critica particolarmente il presidente?
«Per me il presidente è molto più comprensibile del premier. È pragmatico e ha ideali che sono compatibili con la democrazia. Capisco la sua situazione e per questo raramente lo critico. Comunque abbiamo il diritto di attenderci di più da Medvedev».

I suoi programmi sono credibili?
«Possiamo credere ai suoi desideri, non alle sue promesse».

Si aspettava maggiore appoggio dai governi occidentali e dalla comunità internazionale?
«Mi attendo che la comunità internazionale capisca quanto sia importante il suo riconoscimento per la legittimità interna del regime in Russia. I Paesi occidentali debbono rendersi conto del fatto che le prospettive democratiche della Russia non sono bagatelle che possano essere sacrificate di fronte agli interessi dell’oggi».

Il 16 dicembre in un intervento televisivo, Putin ha accennato anche agli omicidi per i quali è stato condannato l’ex capo della sicurezza della Yukos, Aleksej Pichugin. Teme che il prossimo passo sarà quello di aprire contro di lei una causa penale in quanto mandante di questi omicidi?
«Sono sette anni ormai che direttamente o indirettamente Putin mi accusa di omicidio. All’inizio era una mossa efficace nel campo delle pubbliche relazioni. Ora è diventato uno dei possibili modi per tenermi dentro per sempre. Il verdetto dei giorni scorsi ha dimostrato che la corte è pronta a fare tutto ciò che lui vuole. Ho paura? Non più oramai. Una persona non può avere paura per sempre».

La faranno mai uscire dalla prigione?
«Si, credo che mi rilasceranno, come credo nel futuro democratico del mio Paese».

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Per gli omicidi del sindaco di Nefteyugansk e di una donna, per i quali è stato condannato questo Pichugin, Putin dice: Khodorkovskij non poteva non sapere. Come andarono effettivamente le cose?
«La situazione in Russia non è semplice. Ci sono trenta omicidi l’anno ogni 100 mila abitanti (in Italia 1,1, ndr). L’eliminazione di sindaci, deputati, governatori, giornalisti conosciuti non è una rarità, basti ricordare il caso di Anna Politkovskaja. È facile intuire quanti eventi criminali possano essere accaduti “attorno” alla Yukos. Pensiamo che i dipendenti erano 100 mila e c’erano venti città che praticamente vivevano sulla compagnia. Detto questo, le falsificazioni costruite per quel processo sono finite in un libro; parecchie persone hanno dichiarato in tribunale di essere state costrette a testimoniare il falso. I documenti inviati in Israele per l’estradizione del presunto mandante degli omicidi sono stati giudicati del tutto insufficienti dall’Alta Corte di quel Paese».

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