Archivio per marzo 2011

E’ ora: riabilitiamo Nerone

marzo 31, 2011

L’incendio di Roma? Lui non c’entrava niente. Anzi, ospitò gli scampati e pagò i danni di tasca sua. Ma fu anche un pacifista, un grande urbanista, un marito innamorato. E varò una ‘patrimoniale’ che fece infuriare i super ricchi…

Arianna Di Genova per “l’Espresso

Nerone non appiccò l’incendio che devastò Roma e anzi la ricostruì con un modernissimo piano regolatore. Si macchiò del delitto più atroce, il matricidio, pur se aborriva il sangue, non mise mai piede in un campo militare perché detestava la guerra, era tiranneggiato dalla poesia e dall’amore per la seconda, impegnativa moglie Poppea. Biondo-rosso, con le lentiggini e gli occhi chiari, salito al trono a meno di 17 anni e suicida a soli 30, l’ultimo imperatore della dinastia Giulio-Claudia, successore di Augusto e nipote del grande generale Germanico, è stato un personaggio controverso che però non merita la fama nefasta che da sempre lo accompagna. Non fu quella macchietta che ci ha restituito il cinema, né il tiranno dissoluto descritto dagli storici. Fu esagerato e teatrale nei comportamenti, ma non un uomo lascivo e crudele. Ebbe la fortuna di avere accanto a sé precettori del calibro di Seneca, si cimentò nella musica, amò la letteratura, le gare sportive e i divertimenti circensi. (continua…)

«Quel Gheddafi è un mascalzone e bisognava pur fermarlo…»

marzo 31, 2011

Bruno Gravagnuolo per “l’Unità

Compleanno di Ingrao. Con tutto il rispetto per una vita ben altrimenti straordinaria, è un po’ come se fosse anche il nostro. E infatti, per questo suo novantaseiesimo anno, siamo di nuovo da lui a festeggiare, e a «ragionare». Assieme. La marionetta di Charlot è sempre là, con gli Omiccioli, i Vespignani, i disegni di Guttuso, le foto, i piccoli cimeli. E quella morbida luce meridiana, fattasi vespertina, che di solito accompagna i nostri incontri. Preliminari. Pietro compare inatteso, lieve. Mentre il nipote, Giovanni Lombardo Radice, ci racconta che a tennis Ingrao perdeva spesso con suo padre Lucio Lombardo Radice…. E noi scherzando glielo ripetiamo… «Mica vero – dice Pietro, materializzatosi d’incanto in soggiorno – Vincevo io! E poi che fai? Arrivi e mi prendi subito in giro? ». «No, Pietro – replichiamo – lo so che eri bravo e che invece con Aldo Natoli vincevi tu…». «No, Natoli era forte, con lui perdevo…». (continua…)

Martini, storia vera del mitico cocktail

marzo 31, 2011

Ma quale centenario, la bevanda più amata dagli artisti risale almeno alla fine dell’800. Ora banconi di legno e barmen impeccabili hanno lasciato il posto al triste “happy hour”

Stenio Solinas per “Il Giornale

Non per essere pedanti né per fare i saccenti, ma la nascita del Martini esattamente un secolo fa è un’invenzione, oppure una convenzione. In the Silver Bullet: The Martini in the American Civilization (The Johns Hopkins University Press), il saggio del professor Lowell Edmunds che da trent’anni è la Bibbia in materia, è raccontato come, già a fine Ottocento, esistesse nei manuali per barmen il bicchiere per il Martini e una sua immagine illustrata appare fra il 1900 e il 1909. Allo stesso periodo risalgono anche le prime referenze letterarie: Hidley Dhee e O. Henry. È altresì vero che fra Martini, Martinez e Martine l’origine stessa della parola resta sconosciuta e, come nota Edmunds, si può dire di questo cocktail ciò che nella Poetica Aristotele scrisse sulla nascita della tragedia: «Essendo passata attraverso molti cambiamenti, trovò infine la sua forma naturale e lì si fermò». (continua…)

Kafka, l’ultimo mistero è nascosto in un frigorifero

marzo 31, 2011

Sulle tracce dei leggendari taccuini scomparsi nella Germania nazista: la chiave per trovarli si trova in un appartamento di Tel Aviv abitato da un’anziana signora con un centinaio di gatti

Fabio Sindici per “La Stampa

L’ultimo processo di Kafka va in scena in questi giorni, nelle aule del tribunale di Tel Aviv, dove sono stati appena riesumati i «resti» letterari dell’inventore dell’angoscia contemporanea. Come in una trama dello scrittore di Praga, in questa storia s’incontrano schiere di avvocati, una casa quasi stregata – abitata da un’anziana signora e da un centinaio di gatti -, lettere nascoste all’interno di un frigorifero, manoscritti sepolti nei caveau di alcune banche svizzere, squadre contrapposte di bibliofili, una cacciatrice di documenti che porta lo stesso cognome dell’ultima compagna dell’autore del Processo. In palio, quel che resta dell’eredità di Franz Kafka; e, forse, la chiave finale per capirne l’opera e la vita, che, per i critici e i biografi, conserva molte zone oscure. (continua…)

Moneta del potere, genealogia della libertà

marzo 30, 2011

Gianfranco Ravasi

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore

Il termine “laico”, nonostante l’attuale accezione dominante, ha sostanzialmente una genesi “religiosa” (designava, infatti, il semplice fedele “popolare” – da laós, in greco “popolo” – rispetto alla gerarchia ecclesiastica). Per impostare il discorso sulla laicità è legittimo risalire a una scena evangelica, così nota da diventare proverbiale. È l’unico pronunciamento direttamente politico di Gesù. Egli viene provocato dai suoi avversari a intervenire sulla questione fiscale, ossia sul tributo imperiale da versare da parte dei cittadini dei territori occupati da Roma. La replica di Cristo è lapidaria: «Ta Kaisaros apodote Kaisari kai ta Theou Theo», «rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» (si può leggere l’episodio sia nel Vangelo di Matteo, sia in quello di Marco o di Luca).

Risposta tagliente e a prima vista netta nel tracciare una linea di demarcazione che dovrebbe esorcizzare ogni teocrazia (la shari’a musulmana, per la quale il codice di diritto canonico diventa il codice civile, non è evangelica) e ogni cesaropapismo. Tuttavia, il discorso è più sofisticato e complesso se si tiene conto della parabola in azione che si consuma attorno a quella frase. Cristo, infatti, argomenta tenendo tra le mani simbolicamente una moneta con l’”immagine”, l’icona (eikon in greco) del l’imperatore, simbolo evidente della politica e dell’economia, alla quale viene riconosciuta una sua autonomia, un campo di esercizio proprio, una sua capacità e indipendenza normativa. (continua…)

Il realismo americano. L’Arabia conta di più

marzo 30, 2011

Robert Kaplan per “Il Corriere della Sera”

Malgrado il dramma in pieno svolgimento in Libia, lo scompaginamento del Medio Oriente è appena all’inizio. Finora gli analisti politici americani hanno avuto gioco fin troppo facile visto l’evolversi degli eventi in Tunisia e in Egitto, Paesi che vantano entrambi istituzioni relativamente salde, numerose associazioni nella società civile e una classe media diffusa, oltre a essere antichi aggregati di civiltà dove varie forme di Stato si sono succedute sin dall’antichità. Prospettive ben più incerte si profilano altrove nella regione, negli Stati che si ritroveranno sostanzialmente indeboliti non appena il guscio della tirannide si sarà sgretolato. Al di là del caso contingente della Libia, nuove e cruciali prove si profilano in futuro. Gli Stati Uniti sono una democrazia, ma anche una potenza fondata su determinati rapporti di potere, la cui posizione globale si regge sul presupposto che il mondo resti così com’è. (continua…)

ODIO-GRAFIA DEL GANZO GANDHI: RAZZISTA E FROCIO

marzo 30, 2011

IL PREMIO PULITZER LELYVELD FA PULIZIA E SCOPRE I SEGRETI DEL MAHATMA: DALLE BOLLENTI LETTERE D’AMORE PER HERMANN, IL SUO AMANTE EBREO, TEDESCO E PALESTRATO, AL RAZZISMO NEI CONFRONTI DEI NERI DEL SUDAFRICA, “SPORCHI E FASTIDIOSI” – PER L’AUTORE, ERA “UN INCOMPETENTE POLITICO, CRUDELE COI COLLABORATORI E FAMILIARI” – MEJO DEL POMPETTA! LE NOTTI PASSATE A LETTO NUDO CON LA PROPRIA NIPOTE DICIASSETTENNE…

Giordano Tedoldi per “Libero“, da “Dagospia

Sta facendo molto discutere una nuova biografia di Gandhi, Great Soul: Mahatma Gandhi and his struggle with India (pp. 425, appena uscita in America per l’editore Alfred A. Knopf), scritta da Joseph Lelyveld, ex direttore editoriale e inviato del New York Times nel Sud Africa e in India, vincitore del premio Pulitzer nel 1986 per il suo libro sull’Apartheid Move your shadow.

Da questa biografia della “Grande Anima”, espressione che dà il titolo al volume e che traduce la parola sanscrita Mahatma, attribuita a Gandhi dal poeta Rabindranath Tagore, emergono dettagli che, come ha scritto il Wall Street Journal recensendo il volume, «danno ai lettori sufficienti informazioni per rendersi conto che Gandhi era sessualmente un tipo strambo, un incompetente politico e un fanatico che seguiva le mode del tempo, e che inoltre era spesso assolutamente crudele con coloro che lo circondavano». (continua…)

E Ardito Desio trovò il petrolio in Libia

marzo 30, 2011
Antonio Airò per “Avvenire
La Libia non era quello «scatolone di sabbia», come lo aveva definito Gaetano Salvemini denunciando, cento anni fa, la guerra contro la Turchia proclamata dall’Italia. Il deserto nascondeva – e nasconde – una fonte quasi inesauribile di energia, il petrolio, il controllo del quale è uno degli aspetti non secondari del conflitto in corso in questi giorni. La gran parte dei pozzi infatti è nella Cirenaica e nella regione della Sirti.

Fino a un secolo fa si trattava di un “tesoro” pressoché sconosciuto e introvabile anche se già tre anni dopo l’occupazione delle truppe italiane, nel 1914, alcune piccole quantità di greggio erano fuoriuscite da un normale pozzo scavato per cercare l’acqua. Ma la “Grande Guerra” prima, il rinserrarsi dell’occupazione del nostro Paese soprattutto nel controllo delle città e delle zone costiere ed anche una sottovalutazione, allora, del fabbisogno energetico da soddisfare (anche per i costi elevati che si sarebbero dovuti sopportare) aveva in un certo senso impedito in Libia un’attività di ricerca prima e di coltivazione degli idrocarburi poi. (continua…)

C’è voluto «c…» per pubblicare l’«Urlo»

marzo 30, 2011

Fernanda Pivano

Tommy Cappellini per “Il Giornale

«Cara Nanda, l’editore ha accettato la mia proposta (l’unica, permanendo il moralismo della Magistratura Italiana, che ci permetta di realizzare l’edizione italiana delle poesie di Ginsberg)». Così scrive il 16 dicembre 1964 Elio Vittorini, editor Mondadori, alla traduttrice Fernanda Pivano, proponendole: il testo inglese lo forniamo integralmente al lettore, però bisognerà dare «la tua traduzione con omissioni nei punti incriminabili, contrassegnati da spazi bianchi o da righe di puntini (meglio le righe di puntini)».
Come mai tutta questa cautela? Howl – Urlo di Ginsberg, celebre poemetto-Bibbia della beat generation, circolava già da dieci anni e un po’ di carica trasgressiva l’aveva persa per strada, così come le altre poesie con cui la Mondadori voleva raccoglierlo in volume. Tuttavia «il moralismo della Magistratura» e di chissà quali ulteriori tribunali della coscienza in quell’Italia ancora molto bigotta avevano messo in allarme prima Vittorio Sereni (che stava tentando di portare Ginsberg in Mondadori su segnalazione del 1960 della stessa Pivano, nonostante fosse opzionato Feltrinelli), poi Vittorini stesso, che doveva assicurarsi che la silloge, oltre ad arrivare sui banchi delle librerie non venisse ritirata, dietro sentenza del tribunale. (continua…)

Amos Oz, il mio libro a Barghouti, la pace si fa col nemico

marzo 30, 2011

L’autore di “Una storia d’amore e di tenebra” spiega il gesto che scandalizza Israele

ELENA LOEWENTHAL per “La Stampa

Quando, qualche giorno fa, ha spedito una copia dedicata del suo romanzo Una storia di amore e di tenebra a Marwan Barghouti, detenuto in un carcere israeliano per svariate condanne all’ergastolo, non pensava certo di suscitare quel gran polverone che ne è venuto. Da allora, Amos Oz si è trincerato dietro il silenzio. Ora per la prima volta prende la parola. Ed è una parola dosata, più parca che mai: se l’ebraico non ammette sbrodolamenti, lo scrittore quest’oggi soppesa le frasi con una prudenza che avvolge lo sconcerto.

Amos Oz, poteva prevedere che il suo gesto avesse un’eco del genere?
«No. Ne è venuto fuori uno scandalo. Ci sono state reazioni indignate. Io volevo che Marwan Barghouti leggesse Una storia di amore e di tenebra perché so che questo libro ha aiutato molti arabi a capire Israele. E perché sono sicuro che un giorno o l’altro noi parleremo con lui. Per “noi” intendo lo Stato d’Israele. Un giorno o l’altro Israele si troverà a parlare con Barghouti anche se lui è stato il mandante della seconda Intifada e ha sulla coscienza un gran numero di attentati suicidi e tante più vittime di quegli attacchi terroristici. Il mio romanzo (tradotto in italiano da Feltrinelli editore, nda) è una storia profondamente individuale e familiare, ma è anche e forse soprattutto l’epopea del sionismo vista dall’interno, con le sue ragioni e le sue radici». (continua…)

San Suu Kyi: “Io libera nella Birmania prigioniera”

marzo 30, 2011

Simbolo della non violenza, premio Nobel per la pace: parla la donna che fa paura al governo del suo Paese. Da quattro mesi di nuovo libera

Raimondo Bultrini per “la Repubblica

RANGOON – Gli ultimi giorni dell’inverno graziano con una piacevole brezza la solitamente torrida e polverosa capitale birmana. Ma dentro i grandi magazzini che sorgono come funghi, la folla cerca ulteriore refrigerio nell’aria condizionata, girando tra asettici scaffali di merci destinate a ben pochi di loro. A Shwegondaing, lontano dalla nuova Rangoon del commercio, la sede della Lega nazionale per la democrazia del Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi sembra un pezzo di passato remoto, con le sue mura mai riverniciate, le scale coi tappetini consunti, i soliti anziani attivisti e leader passati da mille prigioni abbigliati come gran parte del popolo, in semplici gonne longy e camicie bianche senza collo. C’è chiasso e folla quando Daw Suu, The Lady, è presente in sede, altrimenti sembra un desolante deposito dei Mercati generali.

La leader dell’Nld, da quattro mesi liberata dagli arresti domiciliari, ci riceve in un salottino lindo con un divano, una poltrona e una scrivania. Ha appena finito un meeting, e presto ce ne sarà un altro. Le chiediamo subito se nonostante la libertà di movimento si consideri ancora, come disse, “prigioniera” nel suo stesso Paese. “Si, sono ancora prigioniera, ma non posso parlare per me sola. Io ho imparato a trovare la libertà dentro me stessa quando ero sola agli arresti. Però vede, ciò che non rende libero il mio popolo è principalmente la paura. Non c’è solo il problema dei 2.220 prigionieri ancora nelle celle. La paura è diventata la prigione di tutti”.

Nei giorni scorsi il suo partito ha chiesto un incontro con la Giunta militare per “chiarire le incomprensioni” prima della formazione del nuovo governo. Pensa che i nuovi generali siano più aperti dei predecessori?
“Dobbiamo lasciare a tutti il beneficio del dubbio, ma dobbiamo essere consapevoli che le cose non cambiano perché vogliamo che cambino”. (continua…)

La tenacia mite di Mario Cervi

marzo 30, 2011

Il giornalista compie novant’anni

Pierluigi Battista per “Il Corriere della Sera

Ha appena compiuto novant’anni un pilastro della storia giornalistica italiana: Mario Cervi. I lettori più anziani del «Corriere» ne ricorderanno i reportage e gli interventi prima dell’abbandono di Via Solferino e della nascita del «Giornale nuovo» che Cervi contribuì a fondare con Indro Montanelli. Chi conosce Cervi ne ammira il carattere, la mitezza, i modi del gentiluomo. Chi legge Cervi è felice di rinnovare il suo quasi quotidiano appuntamento con una prosa insieme semplice e ricca, colta ma accessibile, densa di riferimenti letterari ma mai saccente, snobisticamente complicata. Il giornalismo italiano fa gli auguri a uno dei suoi rappresentanti più meritevoli. (continua…)

I LOVE JOBS!

marzo 29, 2011

PRESENTATA ALLA BOCCONI LA BIOGRAFIA DI MISTER APPLE, SCRITTA DAL SUO AMICO E ALTER EGO JAY ELLIOT – PAGINE E PAGINE DI LODI SPERTICATE ALL’UOMO “CHE HA INVENTATO IL FUTURO”, AL “LEONARDO DEL DUEMILA” – QUALCHE CHICCA DAL CUCUZZARO: DA GIOVANE HIPPIE IL RE DELLA CASA DI CUPERTINO MANCO SAPEVA COS’ERA UN COMPUTER. E IL PRIMO CHE PROGETTÒ FU UN FLOP COLOSSALE…

Mimmo Di Marzio per “il Giornale“, da “Dagospia

«Lui era un hippie di poco più di vent’anni, io il classico manager in giacca e cravatta. Ci conoscemmo per caso nella sala d’aspetto di un ristorante, un’ambientazione davvero improbabile per un incontro destinato a cambiarti la vita».

Inizia così il racconto di Jay Elliot, il «manager in giacca e cravatta» storico alter ego dell’ex «hippie » che avrebbe inventato il futuro; al secolo Steve Jobs, il genio del fenomeno Apple che ha rivoluzionato il modo di comunicare (e di vivere) attraverso prodotti ormai simbolo come il «Mac», l’iPod, l’iPhone e, croce e delizia dei mass media, l’iPad. (continua…)

Cuba secondo Benicio

marzo 29, 2011

Per la prima volta dietro la macchina da presa, Del Toro racconta l’isola di Castro in un film collettivo che porta la firma di sette registi famosi. “L’Espresso” vi racconta il suo set nei vicoli dell’Avana

Alessandra Mammì per “l’Espresso

Silenzio, si gira! Ehi tu, chico, spostati che sei nel quadro… Il ragazzino cubano ciondola un po’ più in là. Cranio rasato, maglietta firmata Ed Hardy, un paio di tatuaggi sul braccio non ancora palestrato e jeans calati sotto l’osso iliaco anche per il peso della cintura borchiata di metalli. Il “chico” si muove con la calma di un tipico adolescente scocciato. In effetti nel quadro lui rientrerebbe benissimo.

Non stiamo forse assistendo al primo ciak di un’opera a più mani dedicata alla nuova Cuba? Non sono arrivati qui apposta sette registi da festival per raccontare in sette corti da festival quel che resta dell’isola oltre il Che, Fidel, la Revolución, l’embargo e “Buena Vista Social Club”? Il ragazzino marchiato Ed Hardy (californiano disegnatore di magliette carissime, status symbol per tutti i modaioli funky e street style) potrebbe diventare addirittura un simbolo di tanto progetto. Soprattutto qui, in questo set: baretto per un mojito al volo, nel cadente centro de L’Avana, sosta improvvisa di un giovane viaggiatore prima di avventurarsi nel delirio di una notte cubana. (continua…)

La nostra mente fuori di testa

marzo 29, 2011

Michele Di Francesco per “Il Sole 24 Ore

«Dove finisce la mente e dove comincia il mondo?». È passato ormai più di un decennio da quando due noti filosofi, Andy Clark e David Chalmers, si posero questa domanda nel saggio The extended mind, criticando l’idea che i processi mentali dovessero sempre essere collocati all’interno del corpo dell’individuo che li intrattiene, e in particolare nel suo sistema nervoso centrale; al contrario per Clark e Chalmers la cognizione è (spesso) qualcosa che travalica il cervello e si diffonde nel mondo.
Com’è facile immaginare, la tesi della Mente Estesa (ME) non ha mancato di suscitare reazioni e di dare vita a un dibattito di notevole interesse. Chi volesse farsene un’idea approfondita può ora contare sul volume curato da Richard Menary, che raccoglie (oltre a una ristampa dell’originario articolo di Clark e Chalmers) contributi dello stesso Clark e di molti importanti filosofi – come Susan Hurley (prematuramente scomparsa nel 2007), Robert Wilson, tra gli “amici” di ME, e Fred Adams, Ken Aizawa e Robert Rupert, fra i suoi critici. (continua…)


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