Il realismo americano. L’Arabia conta di più

Robert Kaplan per “Il Corriere della Sera”

Malgrado il dramma in pieno svolgimento in Libia, lo scompaginamento del Medio Oriente è appena all’inizio. Finora gli analisti politici americani hanno avuto gioco fin troppo facile visto l’evolversi degli eventi in Tunisia e in Egitto, Paesi che vantano entrambi istituzioni relativamente salde, numerose associazioni nella società civile e una classe media diffusa, oltre a essere antichi aggregati di civiltà dove varie forme di Stato si sono succedute sin dall’antichità. Prospettive ben più incerte si profilano altrove nella regione, negli Stati che si ritroveranno sostanzialmente indeboliti non appena il guscio della tirannide si sarà sgretolato. Al di là del caso contingente della Libia, nuove e cruciali prove si profilano in futuro. Gli Stati Uniti sono una democrazia, ma anche una potenza fondata su determinati rapporti di potere, la cui posizione globale si regge sul presupposto che il mondo resti così com’è.

 In Medio Oriente, lo status quo non può resistere a oltranza, da quando i popoli della regione hanno dimostrato di non avere più alcun timore dei loro governanti. Oggi ogni Paese è entrato in gioco. Persino in Siria, nonostante i suoi feroci servizi di sicurezza, sono scoppiate manifestazioni da un capo all’altro del Paese, represse dal regime con una violenza che ha fatto numerose vittime. Non ci sarà modo di riappacificare le sette rivali della regione, le varie etnie e altri gruppi di interesse se non tramite qualche forma di rappresentazione democratica, anche se una democrazia approssimativa e anarchica non riuscirà ad accontentare nessuno. Nasceranno nuovi gruppi, nuove associazioni, che potrebbero rivelarsi prepotentemente antidemocratiche. Qualunque cosa accadrà in Libia, non sarà necessariamente presagio per l’intero Medio Oriente. Il movimento verde in Iran sa che le forze navali e l’aviazione occidentali non si precipiteranno a bombardare il Paese nel caso di un sollevamento popolare, pertanto il messaggio trasmesso alla regione resta avvolto nell’ambiguità. Perché all’infuori dell’Iran, e con le dubbie eccezioni di Siria e Libia, nelle rivolte democratiche mediorientali non si intravedono benefici a breve termine per gli Stati Uniti. Anzi, esse potrebbero rivelarsi nefaste per i nostri interessi, qualora dovessero sfuggire a ogni controllo. Lo Yemen, situato strategicamente nel Golfo di Aden, oltre a essere il cuore demografico della Penisola arabica e un covo di Al Qaeda, nell’ottica americana appare molto più importante della Libia. Anche nello Yemen un dittatore di antica data, Ali Abdullah Saleh, ha fatto aprire il fuoco contro i dimostranti nelle strade per ripristinare l’ordine. Lo Yemen rappresenta il popolo meglio armato del mondo, con una percentuale di armi da fuoco quattro volte superiore al numero di abitanti. Qui si vanno rapidamente esaurendo le riserve d’acqua nelle falde freatiche e l’età media della popolazione è di 17 anni. Per non parlare poi delle divisioni geografiche, politiche e settarie in questo vasto Paese montagnoso. Per quanto inettamente Ali Abdullah Saleh abbia governato, la sua dipartita sarà seguita dalla discesa nel caos. In Giordania, all’altra estremità della Penisola arabica, le pressioni democratiche forzeranno re Abdullah a concedere maggiori poteri agli islamisti e ai profughi palestinesi delle aree metropolitane. L’era di una Giordania affidabile e pro occidentale che viveva in pace con Israele potrebbe non protrarsi indefinitivamente. Il Bahrein, nel frattempo, rischia di precipitare in una guerriglia civile del peggior tipo. Gli sciiti del Paese hanno ben di che lamentarsi contro la classe regnante sunnita, ma le loro rivendicazioni li consegneranno nelle mani degli iraniani. Dal punto di vista americano, Yemen, Giordania, Iraq, Bahrein e altri stati del Golfo sono tutti più importanti della Libia, poiché confinanti direttamente con l’Arabia Saudita. In questa stagione che vede indebolirsi l’autorità centrale di molti Stati in tutto il Medio Oriente, la questione cruciale per gli Stati Uniti sarà quale di questi regimi resisterà più a lungo, l’Arabia Saudita o l’Iran. Se la monarchia saudita dimostrerà di saper restare saldamente al potere, sarà una grande vittoria strategica all’attuale processo di disordini e turbolenze. Se dovesse prevalere la teocrazia iraniana, ciò segnalerebbe l’eclissi progressiva dell’influenza americana in Medio Oriente. Si può criticare la monarchia saudita finché si vuole— tutti sanno che il Paese ha urgente bisogno di profonde riforme economiche — ma chi e che cosa potrà sostituirla? Non si avvistano successori credibili all’orizzonte. E mentre la giovane popolazione saudita comincia a innervosirsi, persino all’interno della famiglia reale si avvertono le prime crepe, ora che l’attuale generazione di leader si prepara a lasciare il posto alla successiva. E non c’è nulla di più funesto, in un sistema politico chiuso, di una élite lacerata. In Iran, è vero, si sono viste massicce dimostrazioni di protesta contro il regime nel 2009, e qualche accenno più di recente, ma in questo Paese l’opposizione è divisa e il regime gestisce vari centri di potere ben istituzionalizzati, rendendo così qualsiasi sforzo di rovesciamento particolarmente difficile da attuare. Forse i regnanti sauditi capitoleranno prima dei mullah e gli incitamenti alla nascita della democrazia nei Paesi arabi non faranno altro che accelerare quel processo. La democrazia costituisce la base dell’identità americana e per questo gli Stati Uniti prosperano in un mondo dove essa si diffonde. Ma non è ragionevole illudersi sull’evolversi di grandi schemi storici e dimenticare i nostri interessi a lungo raggio. Proprio perché una parte così estesa del Medio Oriente è in subbuglio, occorre che gli Usa evitino di restare invischiati negli affari interni della regione. Le guerre in Iraq e in Afghanistan, la fragilità del Pakistan, la corsa iraniana al nucleare, l’eventualità di una reazione da parte di Israele, ecco le situazioni critiche con le quali l’America è alle prese e che non possono essere accantonate. Per non parlare poi del crescente potere navale della Cina e del tentativo in corso da parte di Pechino di finlandizzare gran parte dell’Est asiatico. È meglio non illudersi. In politica estera, tutte le questioni morali sono in realtà questioni di potere. Gli Stati Uniti sono intervenuti per due volte nei Balcani negli anni Novanta solo perché il dittatore jugoslavo Slobodan Milosevic non possedeva armi nucleari e non poteva esercitare rappresaglie contro l’America, a differenza dei russi, la cui repressione in Cecenia non ha innescato alcun tentativo di intervento militare da parte occidentale (né la pulizia etnica messa in atto altrove nel Caucaso), perché rientrava nella sfera di influenza russa. In questo momento, poiché portare aiuto ai ribelli libici non incide sugli interessi americani, ci si atteggia a paladini dei diritti umani. Ma recare aiuto agli sciiti asserragliati in Bahrein, oppure agli oppositori del regime nello Yemen, rischia di alienare alleati chiave, e così l’America non muove un dito per fermare la strage di manifestanti nelle strade. Ma se non si può accorrere in aiuto in ogni angolo del pianeta, ciò non significa che non si possa farlo in qualche punto specifico. Il presidente Obama ha scelto una rotta intermedia assai ragionevole. Ha fatto bene a ritardare l’intervento in Libia finché la Lega araba, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Francia e Gran Bretagna non hanno preso impegni concreti, e anche allora gli obiettivi e gli interventi americani sono stati assai limitati. Obama non vuole farsi carico dei problemi della Libia, che rischiano di trascinarsi per anni nell’incertezza e nel caos. Obama non è debole, come è stato insinuato: è scaltro. Come l’ex presidente americano George Bush padre, durante il crollo dell’Unione Sovietica, Obama ha intuito che quando la storia si mette in movimento bisogna interferire il meno possibile per non scatenare conseguenze impreviste. Quando è stato abbattuto il Muro di Berlino, le truppe sovietiche non sono intervenute per riconquistare parte dell’impero. E oggi è meglio non prendere iniziative che rischiano di indebolire ulteriormente la monarchia saudita, alla quale sono legati gli interessi vitali dell’America. Sullo sfondo del dramma in pieno svolgimento in Medio Oriente si profila l’ombra di una Cina in irresistibile ascesa. La Cina non si considera un «partner responsabile» del sistema internazionale, un ruolo che l’America da tempo la sollecita ad assumere, bensì un’opportunista. L’America combatte in Afghanistan per consentire alla Cina di estrarre in tutta sicurezza minerali e metalli. L’America ha liberato l’Iraq in modo che le compagnie cinesi possano estrarre petrolio. Oggi è in guerra con la Libia, che la distrae dai suoi interessi nel Pacifico occidentale— il centro dell’attività economica e navale del pianeta — che la Cina si prefigge di dominare prima o poi con la sua forza militare. L’approccio arci-realista suggerisce di sorvolare sulla questione morale per concentrarsi invece sugli interessi più concreti e immediati in Medio Oriente. Il pericolo reale è che l’assenza americana verrà colmata da altri, specie Al Qaeda, la cui influenza si rafforzerà quando i dittatori della regione, malgrado i loro efficienti servizi di sicurezza, si ritroveranno in difficoltà a restare aggrappati al potere. Ma occorre concentrarsi sulla necessità di riforme politiche e sociali, piuttosto che sul rovesciamento degli attuali regimi. L’ordine è preferibile al disordine: ricordiamo quello che è accaduto in Iraq quando è stato rovesciato Saddam Hussein. Gli Stati Uniti non vogliono che il passato recente dell’Iraq diventi preludio al futuro dell’intero Medio Oriente.

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2 Risposte to “Il realismo americano. L’Arabia conta di più”

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