Archivio per aprile 2011
Vinicio Capossela – Aedo
aprile 30, 2011Per avere Mani a portata di mano
aprile 29, 2011Maria Bettetini per “Il Sole 24 Ore“
Si dice «manicheo», per intendere chi è determinato nel distinguere i buoni e i cattivi, il bene e il male. Sappiamo in verità poco di questa religione, insieme sincretista e materialista, che nei primi secoli della nostra era affascinò più di uno spirito eletto. E lo sappiamo anche grazie agli studi di Julien Ries, sacerdote cattolico nato nel 1920 e sostenitore dell’antropologia di un homo non tanto sapiente, quanto «religioso», ovvero legato al divino sempre e comunque. Un volume appena pubblicato in Italia raccoglie i suoi studi sul Manicheismo, presentati da un sottotitolo pieno di promesse: Un tentativo di religione universale. (continua…)
Non smetterò mai di cercare il dialogo
aprile 29, 2011
Francesco Battistini per “Il Corriere della Sera”
«Potessi scrivere musica, non scriverei prosa. Questo è il libro più vicino a una composizione sinfonica che abbia mai scritto. Volevo creare qualcosa che somigliasse al canto e alla danza. Non è un caso che i capitoli s’intitolino “Scherzo”, “Allegro”, “Adagio”… In realtà, questo libro cerca d’annullare la differenza tra musica e prosa» . Il giorno in cui compì settant’anni, Amos Oz fu festeggiato nel cuore del Negev dove abita e dice che regalo bellissimo fu sentire nel deserto «Lo stesso mare» , le note che il suo romanzo ha ispirato. «Che cosa sarà di me quando morirò?» , si chiede uno dei suoi personaggi: «Sarò suono o sentore?» . Oz è un suono netto, nella letteratura e nella società israeliana. E in questo libro, a un certo punto lo scrittore entra nella sua storia immaginata un po’ come fa Oz nella sua storia vissuta, quando diventa artefice del dibattito politico, spesso sferzando e ricevendo sferzate: «Se parli chiaro, è evidente che ne pagherai un prezzo. Non me ne sono mai fatto un problema. Da quando ho memoria di me, dai vent’anni, mi sento coinvolto nella politica del mio Paese. Tornassi indietro, rifarei lo stesso: parlare» . (continua…)
La femminilità messa a nudo
aprile 29, 2011
Philippe Halsman - Story for life + lover, 1949 Stampa alla gelatina ai sali d'argento 31,5 x 24,8 cm
Dal 5 al 18 maggio lo Studio Hettabretz di palazzo Borromeo a Milano ospita (un)Dressed, mostra fotografica che vuole raccontare le donne nella loro complessità attraverso gli occhi di grandi fotografi durante l’ultimo secolo: da Man Ray, a Edward Weston, da Bill Brandt a Helmut Newton. Altre foto qui
IL POZZO NERO DELL’ECONOMIA
aprile 29, 2011L’ULTIMA FOLLIA DELLA FINANZA SONO LE “DARK POOL”, OVVERO PIATTAFORME SULLE QUALI SI CONTRATTA IN FORMA ANONIMA, FUORI DALLE NORMATIVE INTERNAZIONALI SULLA TRASPARENZA – NEL 2010 SU QUESTE ‘PISCINE SCURE’ HANNO BALLATO TRANSAZIONI PER 500MILA MLD € – IN CASO DI DEFAULT DI UN PAESE MEMBRO, L’EUROPA (PIENA DI BLACK POOL) OLTRE ALLA CRISI DEI DEBITI SOVRANI, SI TROVEREBBE CON UN ULTERIORE PROBLEMA DI STABILITÀ MONETARIA…
Fabrizio Goria per “Linkiesta”, da “Dagospia“
Le dark pool sono piattaforme finanziarie sulle quali si contratta in forma anonima. Ogni giorno passano di lì 15 mila miliardi, rigorosamente fuori dai radar delle normative internazionali sulla trasparenza. Nel 2010 il totale delle transazioni valeva 500mila miliardi di euro, ed è in costante aumento. Bnp, Deutsche Bank, Credit Suisse, SocGen tra le grandi banche che utilizzano questi strumenti.
La crisi finanziaria internazionale avrebbe dovuto portare nuove regole. Così non è se si guarda alle dark pool, piattaforme in cui le negoziazioni sui titoli avvengono in forma anonima. Secondo la Commissione europea oltre il 10% delle operazioni azionarie dell’Eurozona avvengono tramite questi sistemi. In realtà, è possibile che siano anche di più, specie considerando le dark pool interbancarie. Con oltre 15mila miliardi di dollari negoziati quotidianamente a livello globale, in costante aumento rispetto al passato, il mercato della liquidità alternativa (e opaca) continua a restare fuori dalle maglie della regolamentazione. (continua…)
l’incompletezza ci rende più liberi
aprile 29, 2011Luca Miele per “Avvenire“
Novecento è stato segnato dalla terribile esplosione, anche in campo filosofico, dell’idea della “soluzione finale”: una “terapia” che liquidasse ogni controversia, appianasse ogni diversità, risolvesse ogni contraddizione. Il filosofo Salvatore Veca rintraccia l’antidoto a ogni pretesa totalizzante nell’idea di incompletezza (L’idea di incompletezza. Quattro lezioni, Feltrinelli, pag. 174, euro 19). Un’incompletezza alla quale è ancorata la nostra esistenza di esseri «prospettici e finiti, per cui può essere, o dovrebbe essere, cruciale trascendere i limiti di una prospettiva inevitabilmente situata e contingente». Proprio perché siamo esseri incompleti, scrive Veca, «possiamo provare la passione e l’amore della sapienza».
Nella sua prima lezione scrive: «Non solo noi dobbiamo scegliere, ma dobbiamo scegliere in un mondo di persistente e spesso accelerata trasformazione». In che modo l’idea di incompletezza può essere una guida per i nostri tempi?
L’essere consapevoli della natura incompleta di qualsivoglia risposta possiamo formulare rende più riflessive e mature le nostre scelte. È necessario essere consapevoli che esse non costituiranno mai la soluzione finale. Questo non riduce l’importanza delle nostre scelte, ma dà loro un tocco più appropriato. Le nostre risposte hanno un’essenziale incompletezza, che io definisco insaturazione. C’è chi ritiene che il riconoscere l’incompletezza delle nostre risposte possa dar vita a una specie di polverone instabile e frammentario, sfociare in un supermarket delle credenze. Non è così: noi siamo tenuti alla più ferma lealtà alle nostre credenze, consapevoli però della loro incompletezza nel tempo. (continua…)
Jung risponde a Giobbe
aprile 28, 2011Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore“
Anni fa, trovandomi a Zurigo, mi feci condurre lungo le sponde del lago omonimo fino alla cittadina di Küssnacht che s’affaccia sia su quello specchio d’acqua sia sulle Alpi dei Quattro Cantoni. Là io ero venuto soprattutto per dare uno sguardo alla casa ove Carl Gustav Jung aveva a lungo vissuto ed era morto il 6 giugno 1961 (era nato a Kesswil nel 1875). Se ben ricordo, mi impressionò una scritta latina apposta sulla facciata che recitava: Vocatus atque non vocatus, Deus aderit. Dio, quindi, era considerato sempre presente sia che l’uomo l’avesse invocato o meno, chiamato in soccorso, interpellato o ignorato. Echeggia in queste parole una battuta profetica isaiana citata dall’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani, da lui considerata come emblematica della sua dottrina sul primato della grazia divina che precede ed eccede l’azione umana: «Isaia arriva fino a dire: Io, il Signore, sono stato trovato anche da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato anche a quelli che non mi invocavano» (10,20). (continua…)
Addio personal computer. Il futuro è dei tablet
aprile 28, 2011I dati di vendita confermano che si vendono sempre meno pc tutto a vantaggio dell’iPad. Ma a lanciare la sfida alla Apple ora è la Rim, la produttrice del Blackberry, che lancia Playbook, la prima tavoletta elettronica pensata per un utilizzo business
Matteo Bosco Bortolaso per “Il Fatto”
Mors tua, vita mea. La morte del pc, la vita per l’iPad. Quando si leggono i dati sulle vendite di prodotti elettronici, negli Stati Uniti ed altrove, pare che i personal computer siano destinati al tramonto, mentre sembra alba luminosa per le tavolette della Apple (e di altri produttori, come vedremo). Nei primi tre mesi del 2011, a livello mondiale, le vendite dei pc hanno subito una flessione dell’1,1% rispetto all’anno scorso. Gli esperti del settore speravano invece in una crescita del 3%. Negli Usa il dato negativo è ancora più marcato: la riduzione del mercato dei pc è stata del 6,1%.
Il fenomeno sembra legato alla “febbre per i tablet”, le tavolette sempre più diffuse nella metropolitana di New York, dove stanno prendendo il posto dei giornali, e negli uffici di Manhattan, dove potrebbero sostituire i computer, soprattutto i portatili. Pratici e maneggevoli, i tablet vengono usati in molti modi: per consultare libri e documenti, per leggere e spedire la posta elettronica, per tenersi aggiornati. Gli esperti della Gartner, una delle società più autorevoli per l’analisi del settore tecnologico, sostengono che prodotti come l’iPad potrebbero davvero sostituire i personal computer. (continua…)
Il braccio violento della legge
aprile 28, 2011Benny Calasanzio per “Micromega“
La tesi di Samanta Di Persio non è certamente che in Italia esista la pena capitale, quanto, molto più realisticamente, che ci sia un diritto all’impunità e all’onore garantito a beneficio di tutti gli operatori di giustizia e di pubblica sicurezza che si rendono protagonisti di quelli che si possono definire omicidi di Stato.
Minacce, torture, pestaggi e omicidi: se il 51% degli italiani fosse a conoscenza di quel che avviene nelle nostre carceri forse ci sarebbero meno solidarietà e rispetto per i carnefici e più per le vittime; esse, seppur detenute, non meritano certo macellerie messicane, se è vero come è vero che l’unico fine della pena è la rieducazione. Oppure, se vi pare, meglio evitare retorica e sentimentalismi ed introdurla, questa pena di morte: abbiamo già, e questa è cronaca giudiziaria, validi boia specializzati con lo stipendio già assicurato. (continua…)
LACTA-CHI?
aprile 28, 2011LA FAMIGLIA BESNIER, FUTURA PADRONA DI PARMALAT, È UN MISTERO: ZERO INTERVISTE, ZERO BILANCI, DUE FOTINE SFOCATE. EPPURE È IL TERZO GRUPPO LATTIERO MONDIALE – IN SILENZIO, EMMANUEL NEL 2000 HA PRESO LE REDINI DAL PADRE MICHEL, ARTEFICE DELLA CRESCITA DI LACTALIS, ED È PARTITO CON 21 NUOVE ACQUISIZIONI: SOLO IN ITALIA GALBANI, LOCATELLI, INVERNIZZI, CADEMARTORI – UN PATRIMONIO FAMILIARE Da 2,5 MILIARDI €, FATTURATO ANNUALE DI 10…
Marco Moussanet per “Il Sole 24 Ore”, da “Dagospia“
Emmanuel Besnier, ovvero l’uomo invisibile alla guida di un gruppo misterioso.
Che non ci siano interviste è comprensibile: spetta a lui decidere e non ne ha mai date. Come d’altronde il padre Michel, che lo ha preceduto alla guida di Lactalis, e a suo tempo il nonno André.
Meno ovvio è che non ci siano immagini. Possibile che nessuno lo abbia mai fotografato? A un matrimonio, un funerale, una riunione? In realtà due foto ci sono. Sul sito del quotidiano finanziario di Zagabria Poslovni Dnevnik, Il diario del business. Pubblicate il 28 marzo e il 5 aprile del 2007. Ma la prima è palesemente datata e quindi solo la seconda è buona. È stata scattata durante un incontro con il ministro dell’Agricoltura croato Cobankovic Petar, in occasione dell’acquisto, da parte di Lactalis, della società Dukat, leader di mercato nel settore del latte. E sembra che Besnier non l’abbia presa bene, anche se ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Accennando persino un sorriso.
La vicenda delle fotografie la dice lunga sul culto della riservatezza di cui sono adepti i componenti della famiglia, che pure occupa la quindicesima posizione nella classifica stilata da Challenges sui più ricchi di Francia, con un patrimonio stimato in 2,5 miliardi. Culto della riservatezza ovviamente esteso al colosso di cui i Besnier sono fondatori e proprietari. E di conseguenza ai suoi bilanci.
Eppure è il terzo gruppo lattiero mondiale, con una quota di poco inferiore al 3%, alle spalle di Danone e Nestlé. Il secondo nell’agroalimentare francese, dietro il solito Danone. Leader incontrastato – in Francia, Italia ed Europa – nei formaggi. Con un fatturato di circa 10 miliardi realizzato per il 60% all’estero, 126 stabilimenti in giro per il mondo (6 in Italia), prodotti commercializzati in 148 Paesi (cioè quasi ovunque), 38mila dipendenti (metà dei quali fuori dai confini francesi, 3.300 in Italia), cento marchi e oltre 9 miliardi di litri di latte raccolti.
Senza mai spostare la sede dal luogo in cui è nato, il 19 ottobre del 1933: Laval, ieri poco più di un villaggio e oggi ricca cittadina di 50mila abitanti nel profondo Ovest degli allevamenti francesi.
Se a dare il via alla saga dei Besnier è stato André, la trasformazione da aziendina familiare con una cinquantina di dipendenti a gigante del latte è merito del figlio Michel, che prende in mano l’impresa nel 1955, a soli 27 anni. I marchi (President in testa) e l’internazionalizzazione sono opera sua.
Nel 2000 un’altra morte improvvisa e un altro passaggio di testimone a un giovane erede: tocca a Emmanuel, 29 anni. Anche se da quattro è già direttore generale incaricato proprio dello sviluppo. Una buona scuola, evidentemente, visto che sotto la sua gestione la crescita esterna diventa quasi forsennata, con 21 acquisizioni. C’è molta Italia, in questo processo: se Locatelli era già stata comprata dal padre, lui si porta a casa Invernizzi e Cademartori, fino al colpo grosso: Galbani, nel 2006. E ancora una volta il salto di qualità, nelle intenzioni di Besnier, passa dall’Italia, con Parmalat.
Danone è sempre più vicina. Anche se questa volta, per vincere, sembra proprio che dovrà alzare il velo che ricopre i conti del gruppo. E magari chissà che ci scappi anche una foto.
Il misero Balzo di Mao Tse Tung
aprile 28, 2011Massimo Introvigne per “Avvenire“
Continua la controversia fra gli storici se abbia ucciso più persone Hitler o Stalin. Il libro dello storico inglese Frank Dikötter Mao’s Great Famine. The History of China’s Most Devastating Catastrophe, 1958-1962 (Walker, New York 2010) ci ricorda che Mao Tse-Tung li batte di gran lunga entrambi, stabilendo record che forse superano anche Gengis Khan. Una cosa, secondo Dikötter, è sicura: il “Grande Balzo in Avanti” del 1958-1962 è il più grande crimine di tutti i tempi, la peggiore catastrofe mai causata da mano umana nella storia.
Si trattò di una corsa folle allo sviluppo economico, attraverso la collettivizzazione lanciata da Mao nel 1958, dopo che Khruscev aveva promesso che in quindici anni l’economia russa avrebbe superato quella degli Stati Uniti. Mao rispose che nello stesso periodo, anzi prima, la Cina avrebbe superato la Gran Bretagna. Così, nel 1958 avviò una gigantesca campagna per concentrare tutti i contadini dell’enorme Cina in soli 28.000 grandi comuni; imporre ritmi di lavoro forsennati per costruire a tempo di record nuove dighe e canali; installare in ogni villaggio piccoli altiforni per produrre ghisa e altri materiali. Il piano era demente. (continua…)
Ritrovato l’archivio di Wittgenstein, filosofo malato d’amore
aprile 28, 2011Matteo Sacchi per “Il Giornale“
«È così difficile trovare l’inizio. O meglio: è difficile cominciare dall’inizio. E non tentare di andare ancor più indietro». Così diceva uno dei filosofi più complessi e affascinanti del novecento, ovvero Ludwig Wittgenstein. Ed in effetti, al di là del valore filosofico di questa proposizione gli esegeti, di Wittgenstein e del suo trattato logico-filosofico, hanno dovuto a lungo studiare il maestro senza disporre di fonti adeguate. Ma ora cambia tutto. Un importantissimo archivio del filosofo-matematico, andato perduto nel caos della Seconda guerra mondiale, è riemerso a Cambridge, rivelando aspetti nuovi sul suo pensiero.
E sulla sua relazione con un giovane matematico, Francis Skinner, che fu per anni il suo amanuense e il suo amante. Un professore di Cambridge, Arthur Gibson, ha passato gli ultimi tre anni a studiare l’archivio e ieri lo ha raccontato al Guardian: «Materiali interamente nuovi che illuminano il processo cognitivo di Wittgenstein… Come se guardassimo nella sua mente dal buco della serratura».
La maggior parte dei testi riscoperti infatti fu dettata parola per parola da Wittgenstein a Skinner e dimostra il forte legame tra i due. Secondo Gibson, fu proprio la morte di Skinner, a 29 anni, che fece sì che l’archivio andasse perduto. Nel 1941 il giovane, ammalato di poliomielite venne portato in ospedale, ma fu lasciato in un corridoio senza cure per 16 ore mentre decine di altri pazienti venivano ricoverati dopo un bombardamento. Skinner morì sette giorni dopo con Wittgenstein, disperato, al capezzale. La tragedia provocò un collasso nervoso nel grande teorico.
Per quanto è dato di capire dall’archivio oltre ad essere uno dei suoi studenti e il suo «scrivano», Skinner era anche un coredattore e potrebbe aver giocato un ruolo assai più importante di quanto finora pensato nella filosofia del maestro. Devastato dal dolore, Wittgenstein affidò l’archivio a uno dei suoi studenti, facendolo così cadere nell’oblio (Wittgenstein è morto a Cambridge dieci anni dopo, nel 1951). Tra le carte ritrovate, di cui Gibson ha fatto il censimento, ci sarebbe anche l’unica versione conosciuta del Libro Marrone, gli appunti delle lezioni a Cambridge di metà anni Trenta. Ma ci sarebbe anche un quadernetto rosato che potrebbe essere il Libro Rosa, «un manoscritto di cui molti studiosi parlano ma che nessuno ha mai visto». Una specie di Santo Graal per gli esperti di logica e filosofia del linguaggio. Ci sono anche migliaia di calcoli matematici in cui Wittgenstein esamina il teorema di Fermat. Ma come è possibile che un simile tesoro sia rimasto sino ad ora inesplorato? Secondo Gibson per circostanze casuali. Fu donato alla Mathematical Association dal suo presidente Reuben Goodstein nel 1976, ma per l’assenza di archivisti professionisti nessuno aveva capito i suoi contenuti. Solo di recente i files sono stati consegnati al Trinity College e Gibson è entrato in gioco.
ARTHUR MILLER
aprile 28, 2011Aridea Fezzi Price per “Il Giornale“
Pochi giorni prima di morire nel febbraio 2005, Arthur Miller confessava a un’amica, «quando mi sentivo deluso o tradito dalla vita, avevo pur sempre la mia scrittura». Una dichiarazione particolarmente toccante se si pensa che gli ultimi quarant’anni della vita del grande scrittore americano, ossia dopo i successi dei suoi drammi presto diventati dei classici quali Erano tutti miei figli, Il Crogiuolo, Morte di un commesso viaggiatore, Uno sguardo dal ponte, e il penoso divorzio dalla seconda moglie Marilyn Monroe, sono stati costellati di amarezze, di critiche e di sferzanti attacchi al suo nuovo lavoro, che lottò per vedere allestito nel suo paese. Per poi immancabilmente subire il disprezzo e il sarcasmo di una critica feroce che giudicava le sue nuove pièces delle prediche tediose e mal scritte: Miller, aveva deciso il «teatro spaventato di Broadway» come egli stesso lo definiva, era un relitto del periodo postbellico, fermo alle battaglie ideologiche del passato, e completamente estraneo al teatro moderno. Noel Coward decretava Dopo la caduta (1964) – in cui l’autore cercava di analizzare il suo rapporto con Marilyn Monroe e al tempo stesso trattava i temi dei campi di concentramento nazisti e delle persecuzini politiche maccartiste – un lavoro adolescenziale, di cattivo gusto se non addirittura volgare, il prodotto di una mente mediocre. Mentre Susan Sontag esprimeva la sua indignazione per «la sconcertante impertinenza dell’autore a mettere sullo stesso livello problemi personali e problemi pubblici». (continua…)
Comunismo e ironia, il Manifesto fa quaranta
aprile 28, 2011Il 28 aprile 1971 usciva il primo numero del quotidiano. Fin dall’inizio scomodo, anticonformista, spesso libertario
Fabio Martini per “La Stampa“
Tutto finì per precipitare nell’estate del 1969. La Rivista del Manifesto pubblicò un editoriale dal titolo eloquente, «Praga è sola», e dall’argomento scomodo: l’isolamento dei comunisti cecoslovacchi, un anno prima soffocati dai carri armati sovietici e poi dimenticati da tanti compagni. Nel Pci «venne giù il mondo», come ricorda Rossana Rossanda, tanto è vero che nel giro di qualche settimana il gruppo del Manifesto viene espulso dal Partito comunista italiano. Diciassette mesi più tardi – il 28 aprile 1971, esattamente 40 anni fa – nasce il Manifesto, quotidiano comunista che rivela subito un profilo originale, anticonformista, spesso libertario. Da allora sono trascorse due generazioni e molto è cambiato nell’identità di quel giornale, come dimostra la recentissima pubblicazione dell’articolo del professor Alberto Asor Rosa, nel quale si sosteneva che la «democrazia si salva, forzando le regole», con l’aiuto dei carabinieri e della polizia. Una sorta di «pronunciamento» dal vago sapore golpista che l’indomani è stato difeso dalla direttrice Norma Rangeri: «Che tristezza: Asor Rosa è un intellettuale che esprime liberamente il suo pensiero, talvolta in modo paradossale». (continua…)
“Io, condannato a vincere da un padre mostro”
aprile 28, 2011Esce in Italia “Open”, la sorprendente biografia dell’ex tennista che racconta come è diventato un campione, e come è arrivato a odiare il suo sport per colpa di un genitore violento, brutale, ossessivo. Eccone un passaggio
Andre Agassi, da “La Repubblica“
Il mio odio per il tennis si concentra sul drago, una macchina lanciapalle modificata dal mio vulcanico papà. Nero come la pece, montato su grosse ruote di gomma e con la parola prince dipinta in bianche lettere maiuscole lungo la base, il drago assomiglia a una qualunque macchina lanciapalle di un qualsivoglia circolo sportivo americano. In realtà, però, è una creatura vivente uscita da uno dei miei fumetti. Il drago respira, ha un cervello, una volontà, un cuore nero – e una voce terrificante. Risucchiando un’altra palla nel proprio ventre, il drago emette una serie di rumori disgustosi. (…) Quando il drago punta dritto su di me e spara una palla a 180 chilometri all’ora, emette un ruggito da belva assetata di sangue che mi fa sobbalzare ogni volta. Mio padre lo ha reso spaventoso di proposito. (…)
Papà dice che se colpisco 2500 palle al giorno, ne colpirò 17.500 alla settimana e quasi un milione in un anno. Crede nella matematica. I numeri, dice, non mentono. Un bambino che colpisce un milione di palle all’anno sarà imbattibile. Colpisci prima, grida mio padre. Accidenti, Andre, colpisci prima. Stai addosso alla palla, stai addosso alla palla. Adesso è lui che mi sta addosso. Mi grida direttamente nelle orecchie. Non basta colpire quello che il drago mi spara contro; mio padre vuole che colpisca più forte e più in fretta del drago. Vuole che batta il drago. Il pensiero mi sgomenta. Mi dico: non puoi battere il drago. Come si fa a battere qualcuno che non si ferma mai? A ben pensare,
il drago assomiglia un sacco a mio padre. Solo che papà è peggio. Per lo meno il drago ce l’ho davanti, dove posso vederlo. Mio padre invece mi sta alle spalle. Non lo vedo mai, lo sento soltanto, giorno e notte, che mi urla nelle orecchie. Più topspin! Colpisci più forte. Colpisci più forte. Non in rete! Maledizione, Andre! Mai in rete! (…)
A mio padre piace sparare ai falchi. La nostra casa è ammantata delle sue vittime, uccelli morti che coprono il tetto come le palle da tennis coprono il campo. Mio padre dice che i falchi non gli piacciono perché scendono in picchiata sui topi e su altre indifese creature del deserto. Non sopporta l’idea di un animale più forte che ne cattura uno più debole. (Questo vale anche per quando va a pesca: qualunque pesce prenda, gli dà un bacio sulla testa squamosa e lo ributta in acqua). Ovviamente non si fa scrupoli di catturare me, non lo turba vedermi boccheggiare al suo amo. Non coglie la contraddizione. (…) Sono l’ultima speranza del clan Agassi. A volte apprezzo le sue attenzioni, ma altre volte vorrei essere invisibile, perché papà può fare paura. Fa delle cose… Per esempio, spesso s’infila pollice e indice su per il naso e poi, irrigidendosi per il dolore che gli fa lacrimare gli occhi, si strappa un bel ciuffo di peli neri. È così che si prende cura del proprio aspetto. Con lo stesso spirito si rade senza schiuma da barba né crema. Semplicemente si passa a secco un rasoio usa e getta sulle guance e sulla mascella, poi lascia che il sangue gli scorra sul viso finché non si asciuga. (…) Tiene un manico d’ascia nella sua auto. Non esce mai di casa senza una manciata di sale e pepe in ciascuna tasca, nel caso si trovi ad azzuffarsi per strada e debba accecare qualcuno. (…) Sono in macchina con papà un giorno, diretti al Cambridge, e lui inizia a litigare con un altro automobilista. Ferma l’auto, scende e ordina all’uomo di fare altrettanto. Poiché mio padre sta brandendo il suo manico d’ascia, quello si rifiuta. Papà allora gli colpisce con il manico i fari anteriori e posteriori, mandandoli in frantumi. Un’altra volta mio padre allunga un braccio e punta la pistola contro un altro automobilista, tenendola all’altezza del mio naso. Io fisso dritto davanti a me, immobile. Non so cosa abbia fatto di male quell’altro, so solo che è l’equivalente automobilistico di tirare in rete. Avverto la tensione del dito di mio padre sul grilletto. Poi l’altro sgomma via, seguito da un suono che sento di rado: la risata di mio padre. Sta ridendo a crepapelle. Mi dico che ricorderò questo momento – papà che ride, tenendomi una pistola sotto il naso – campassi cent’anni. (…) L’ultimo posto dove vorrei essere, a parte un campo da tennis, è in auto con mio padre.
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