Gallimard, il secolo in veste bianca

Sergio Luzzatto per “Il Sole 24 Ore

Aperta da qualche settimana a Parigi, entro gli spazi modernamente claustrali della Bibliothèque nationale de France, la mostra «Gallimard 1911- 2011. Un siècle d’édition» è di quelle che meritano la più banale delle raccomandazioni: «da non perdere!». Da non perdere per il fascino dei documenti che presenta, estratti dagli archivi della casa editrice più prestigiosa al mondo, e da non perdere in quanto osservatorio privilegiato sull’evoluzione di un mestiere – il mestiere dell’editore – lungo il secolo che separa la Belle Epoque dalla nostra epoca.
A volerli cogliere con un unico sguardo, i cent’anni di Gallimard si presentano come la storia di una lunga fedeltà a una corta lista di linee-guida: perché il segreto della grande editoria somiglia forse a quello della grande gastronomia, dove sono gli ingredienti più semplici che valgono a preparare i piatti più straordinari. Nel caso di Gallimard, il primo degli ingredienti è stata la purezza di una linea grafica che fin dal nome della principale collana di letteratura – la «collection Blanche» – scommetteva sul l’assoluta sovranità della parola: in copertina, nient’altro che l’identità del l’autore, il titolo del libro, la suggestione del monogramma nrf (dal periodico che aveva dato vita alla casa editrice, la Nouvelle Revue Française). L’editoria come spazio bianco.

Secondo ingrediente decisivo, il principio per cui una casa editrice non è il luogo di un rapporto binario fra l’editore e un autore, ma è il luogo di un rapporto comunitario fra l’editore e i suoi autori (al plurale). Se Gallimard ha potuto diventare, via via, la casa – per limitarsi ai francesi – di Gide e di Genet, di Saint-Exupéry e di Malraux, di Camus e di Sartre, di Beauvoir e di Foucault, ha potuto esserlo perché ha pensato se stessa come un luogo di attenzione prima ancora che di decisione: attenzione per certe persone e per le loro idee, prima ancora che decisione su certi libri e sulle loro prospettive di mercato. L’editoria come spazio elettivo.
«La nostra impresa non è puramente commerciale. Non ci accontentiamo di pubblicare libri, ci sforziamo di esercitare una propaganda costante in favore delle loro idee»: così si esprimeva Gaston Gallimard, il fondatore della casa, scrivendo l’11 luglio 1921 al «Professeur Freud» presso il suo indirizzo viennese della Bergasse e proponendosi per la traduzione francese dell’Interpretazione dei sogni. Lo stesso professore austriaco che le edizioni Gallimard avrebbero presto accolto nel comitato di direzione di una rivista tanto notevole per intenzioni quanto effimera per durata: «La Revue juive» di Albert Cohen, che mise insieme, nel 1925, i nomi di Sigmund Freud e Marcel Proust, Benjamin Crémieux e Max Jacob, Stefan Zweig e Albert Einstein…

Quella di Gallimard è la storia di una casa editrice capace di anticipare i tempi, ma è anche – a volte – la storia di una casa editrice rimasta indietro, eppure capace di riparare ai propri errori. Come quando, mentre infuriava la Grande guerra, fece ammenda con Proust. Nel 1913, Gaston Gallimard aveva rifiutato La strada di Swann. Quattro anni dopo, convinse Proust ad abbandonare Grasset e a pubblicare con lui il seguito della Recherche. La mostra di Parigi esibisce fra i suoi cimeli la bozza grafica della versione “ricopertinata” Gallimard del volume Grasset: soltanto gli imbecilli non cambiano mai idea. Altro errore famoso, la rinuncia a pubblicare, nel 1932, il Viaggio al termine della notte di Céline. E dire che il medico-scrittore, inoltrando il manoscritto all’editore, non aveva mancato di vantare – in una lettera magnifica per sprezzatura – tutti i meriti del suo “coso”: c’era lì dentro «del populismo lirico, del comunismo con un’anima», c’era «del delitto, del delirio, del dostoevskijsmo», c’era «pane per un secolo intero di letteratura». Gallimard esita, Céline firma con Denoël. Ma trent’anni dopo Claude Gallimard, il figlio di Gaston, decide di riunire i libri maggiori di Céline nella collana più mitica della casa editrice, la «Pléiade». E Céline, ormai vecchio, non serba rancore, anzi smania, quasi muore dalla voglia («rischio di essere deceduto prima di essere pleiadizzato»). Alla porta del grande editore, il grande autore suona sempre due volte.

Come in tutti i luoghi di culto, il quel santuario delle idee che è il numero 5 della rue Sébastien-Bottin si celebrano riti liturgici. Fra questi le riunioni del mercoledì pomeriggio in cui i guardiani del tempio – i componenti del cosiddetto “comité” – discutono dei libri da fare o da non fare sulla base di un codificato, codificatissimo sistema di schede di lettura. Alla mostra parigina se ne possono scoprire parecchie, fra cui la scheda dei tardi anni Cinquanta che raccomanda con entusiasmo la traduzione dall’americano di Sulla strada di Jack Kerouac. Il Kerouac che gli emissari di Gallimard avevano incontrato a New York, dalle parti di Grand Central, accompagnato dalla mamma, e con in tasca «il libro di uno scrittore francese dal quale non si separava mai»: neanche a farlo apposta, Viaggio al termine della notte di Céline.
La ricetta editoriale di Gallimard ha compreso un ingrediente particolare, che il catalogo della mostra definisce come la disponibilità di “uomini doppi”. Jean Paulhan, Raymond Queneau, Dionys Mascolo, Maurice Blanchot, Roger Caillois: la dinastia dei Gallimard ha potuto lungamente contare su figure che assommavano l’identità dell’autore e l’identità dell’editor. Uomini che erano – insieme – scrittori in proprio e responsabili di collane, e dunque cumulavano la funzione di produrre per il mercato e la funzione di regolarlo.

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