Il decennale di Vito Laterza, Scalfari: “Ha segnato il Novecento”

Il fondatore di “Repubblica” racconta il sodalizio con il grande editore barese morto nel maggio 2001. Seppe affrancarsi dall’eredità crociana aprendo il dibattito culturale e politico al presente, rileggendo in chiave moderna il pensiero liberaldemocratico

Antonio Di Giacomo per “la Repubblica

Dieci anni dopo la sua scomparsa, la memoria di Vito Laterza non è un esercizio retorico. Lo conosceva bene Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica, che, non per caso, si ritroverà oggi, lunedì,, a Roma, nella sede di casa Laterza, insieme con Tullio De Mauro, e alla presenza del presidente Giorgio Napolitano, a testimoniare l’avventura intellettuale di un editore che ha lasciato il segno. “È passato ben più di mezzo secolo e – confida Scalfari – il mio primo incontro con Vito Laterza non lo rammento davvero. Mi ricordo, invece, quando già ci si conosceva indirettamente e ancora non s’era cominciato a collaborare insieme. Vito era un editore di prestigio che, insieme col cugino, aveva ereditato una casa editrice che, fino ad allora, tuttavia, s’era limitata al ruolo di tipografia di Benedetto Croce”.

Un’eredità ingombrante, che pure aveva segnato l’affermazione delle edizioni Laterza definendone l’identità.
“C’era stato in origine un incontro di idee, una condivisione della concezione della vita e della cultura liberale che aveva fatto sì che Giovanni Laterza diventasse lo stampatore del pensiero di don Benedetto e dei suoi amici”.

Quale ruolo occupò la casa editrice durante questa sua prima stagione?
“Le famose edizioni laterziane color salmone riempivano vari scaffali nelle nostre case. Gli davano il tono. Così come, poi, negli anni seguenti a quelle collezioni si affiancarono le raccolte di volumi di vari colori, ma con una grafica omogenea, dell’Einaudi. Ci fu un periodo, insomma, in cui entrambe le case editrici occupavano una posizione importante nelle librerie delle famiglie colte”.

E come andò a finire questo duello?
“Einaudi ebbe uno sviluppo ancora maggiore, mentre Laterza restò la prima realtà del Mezzogiorno. E non c’era, naturalmente, solo Croce in quelle edizioni ma tutti i suoi allievi, da Omodeo a Gentile: il pensiero crociano rifluì dunque in gran parte nel catalogo di casa Laterza”.

Fino all’avvento di Vito Laterza.

“Mentre infatti gli eredi di Giovanni si occuparono di prendere le redini dell’azienda e della tipografia, fu proprio Vito a curare lo spirito e l’identità della casa editrice. La rivoluzionò”.

Come s’avviò questa trasformazione?

“Prima d’ogni altra cosa aprì un ufficio a Roma, un pied à terre all’inizio, in seguito una vera e propria sede. Vito cominciò a spendere la sua rete di relazioni e, accanto al tronco crociano, nacquero altri rami che non smarrivano il senso liberale della casa editrice, ma vi innescavano una cultura democratica”.

Fu questa l’intuizione di Laterza?

“Vito comprese che il pensiero liberaldemocratico poteva addirittura andare altre e sfociare in certe forme di pensare marxiane e, beninteso, non marxiste. Un altro modo, dunque, di concepire la vita associata. Il Marx col quale Vito, e molti di noi, trovavano alcune affinità era quello degli anni ’40, di quel decennio sfociato poi nel Manifesto del 1848. Penso al Marx di opere come L’ideologia tedesca, dove si teorizzava che non ci sarebbe stato l’avvento pieno del socialismo se non fosse stato preceduto da una radicale rivoluzione borghese. Era questo il pensiero al quale Vito, e non solo lui ripeto, fu interessato”.

Ma come si tradusse, editorialmente parlando, il nuovo corso di casa Laterza?
“Inseguendo questa sua curiosità intellettuale, lavorò sodo per costruire una nuova rete di collaborazioni anche con molti autori stranieri. Col risultato che sprovincializzò completamente la Laterza. Ho assistito a questo percorso in una fase, siamo a metà degli anni ’50, nella quale il gruppo di cui facevo parte, gli Amici del Mondo, avevo un rapporto molto stretto con Vito Laterza. Frequentò i nostri convegni e ne fu, soprattutto, l’editore. Laterza diventò la ‘nostra’ casa editrice, non perché ne disponessimo bensì perché stampava, e condivideva, quello che facevamo”.

Eugenio Scalfari e Vito Laterza, invece?
“Fino ai primi anni ’60 fui ben presente nella biblioteca laterziana con una serie di libri. Passò il tempo e mi ritrovai a fare un mucchio di altre cose, finché nel 1976 fondai Repubblica. Ed è allora che ci fu un nuovo incontro con Vito: era il 1977, quando Laterza pubblicò Intervista sul capitalismo italiano, che mi ritrovai a curare con Guido Carli. Fu un libro importante”.

Una decina d’anni dopo la casa editrice fu investita da una crisi che ne pregiudicò la sopravvivenza. Cosa ricorda di quel momento?

“La si dava per finita, ma Vito si occupò del riassetto riuscendo a farla riprendere in pieno e, ottenuto l’appoggio di alcune banche, a farla tornare all’indipendenza”.

E la Laterza di oggi?
“Giuseppe Laterza è stato l’erede che ha saputo rifarne una grande casa editrice. Anche attraverso l’ausilio di un approccio e di tecnologie nuove, dal web fino a iniziative come i festival”.

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