COPPOLA VUOTA IL SACCO

LUIGI ABETE: “MI DISSE: “RESTA SOTTO TRACCIA E NON SUPERARE IL 2%”; IL GIORNO DOPO APRO I GIORNALI E VEDO CHE DELLA VALLE ERA AL 2,5″ – GERONZI: “LA PARTITA NON È FINITA. CI SARÀ ANCORA SPAZIO PER IMPENSABILI COLPI DI SCENA” – ROMA: “NON RIESCO A CAPIRE PER QUALE MOTIVO UNICREDIT ABBIA ACCETTATO L’OFFERTA: A QUESTI AMERICANI NON INTERESSA NULLA DELLA ROMA; VOGLIONO FARE LO STADIO NUOVO, SPREMERE QUELLO CHE C’È DA SPREMERE” – “IO STAVO MORENDO E FRANCO TATÒ MI PRENDEVA 2-3 MILIONI L’ANNO PER NON FARE NULLA”…

Arturo Celletti per “A”, da “Dagospia

«Mi ha sempre emozionato di più costruire che comprare e vendere azioni. Posso dimenticare per giorni di controllare il valore dei titoli che possiedo, ma vedere il complesso di Porta Vittoria crescere mi da quasi ebbrezza».

La seconda vita di Danilo Coppola parte da lì. Da quel cantiere a un chilometro dal Duomo di Milano: centinaia di appartamenti, di uffici, un hotel con trecento camere, un super centro commerciale. «Pensavano di avermi messo al tappeto, ma avevano fatto male i conti. Ho imparato presto a parare i colpi. E a capire che nessuno ti regala mai nulla. Ho dovuto lottare e ho lottato, ho dovuto scalare e ho scalato. Senza mai perdermi d’animo».

È stato difficile non farsi travolgere dall’onda. Nel 2005 Coppola era famoso, era ricco, era potente, era pronto a sedersi nel consiglio d’amministrazione di Mediobanca. Dichiarava un patrimonio di 3500 milioni di euro (2380 in immobili e 1120 in azioni) e aveva solo 38 anni. Poi il terremoto. L’accusa di bancarotta e la condanna in primo grado a sei anni, il carcere, la sofferenza.

«Ho ricalibrato la mia vita, ho eliminato il superfluo, ho venduto i due yacht… Mi è rimasto l’aereo, il Falcon 900. È mio e vola. Ma venderò anche quello: devo finire di saldare l’Agenzia delle Entrate. Ancora quaranta milioni, poi Danilo Coppola non dovrà più un euro a nessuno e comunque ai miei 300 dipendenti ho sempre pagato lo stipendio».

L’imprenditore romano ci aspetta nella sede del gruppo, una lussuosa palazzina liberty a ridosso del centro della capitale. Indossa una camicia bianca aperta e una giacca blu. Sorride e usa modi gentili. Sulla scrivania tiene le foto dei due figli ancora piccoli. Ogni tanto butta un occhio su un monitor acceso dove, secondo dopo secondo, vengono aggiornate le quotazioni dei titoli azionari.

Coppola che ricordo ha dell’operazione Bnl?
«Ho comprato azioni nel 2002 a un euro e le ho vendute nel 2005 a 2,7. Una plusvalenza eccezionale, più di 200 milioni. Chissà, forse qualcuno non me l’ha perdonato».

È vero che comprò indebitandosi?
«È vero: anche in quel caso rischiai. Ma mi sembrava tutto così semplice: le banche in Italia capitalizzavano lo 0,3 del patrimonio, c’era stato l’attacco alle Torri gemelle e le Borse avevano toccato i minimi. Chi aveva la possibilità di investire doveva solo farlo; non serviva essere scienziati. Come non serve esserlo oggi per capire che le azioni Generali sono deprezzate».

Sembra quasi un consiglio agli investitori…
«Se oggi uno compra Generali e le mette nel cassetto tra tre anni avrà belle soddisfazioni. Io dico che varranno almeno il 40-50 per cento in più di quello che valgono oggi: negli ultimi tre anni il loro valore si è dimezzato, ma presto tornerà a salire».

Lei ha avuto rapporti con Cesare Geronzi. Che uomo è?
«Ogni volta che l’ho incontrato ho avuto sempre la stessa sensazione: essere davanti a un perno del nostro sistema economico-finanziario, a uno capace di mantenere certi equilibri. Ora dicono che sia fuori, ma io non ci credo: la partita non è finita, i giochi non sono fatti, alcuni assetti del capitalismo ancora non definiti. E, alla fine, ci sarà ancora spazio per impensabili colpi di scena».

Nella partita c’era Luigi Abete…
«Ci parli un’ora e non riesci mai a capire quello che vuole. Mi disse: “Resta sotto traccia e non superare il 2 per cento”; il giorno dopo apro i giornali e vedo che Della Valle era al 2,5. Comunque, io sono un patriota ed ero pronto a cedere alla Popolare di Novara a 2,5 pur di mettere le mie azioni nelle mani di una banca italiana. E quello 0,2 in meno erano più o meno 30 milioni di euro».

Lei è romanista: con quei soldi oggi si potrebbe comprare un altro Totti.
«Possiamo comprare anche la Roma visto che questi non l’hanno pagata, hanno fatto solo chiacchiere. Io sono ancora azionista della Roma, ho ancora il 5 per cento, ma le dico la verità: non credo a questa operazione. Non è chiara nei confronti del mercato e degli azionisti e non ha un progetto industriale. Non c’è nulla che si capisce dietro le mosse di… Come si chiama? Thomas di Benedetto? E poi non riesco a capire per quale motivo Unicredit abbia accettato l’offerta: a questi americani non interessa nulla della Roma; vogliono fare la Cittadella, lo stadio nuovo, vogliono solo spremere quello che c’è da spremere».

La parola Unicredit sposta la conversazione su un versante nuovo: le banche. Coppola evita di farsi trascinare sui nuovi sviluppi del caso Antonveneta. Non commenta la condanna a 4 anni di reclusione dell’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio. Lui da quella storia ha deciso di uscire patteggiando e ora sceglie di allargare il ragionamento sorprendendo ancora una volta:

«Il sistema bancario italiano non esiste più. Oggi la “mia” Bnl è solo una succursale della Bnp Paribas: il direttore generale ha poteri fino a 5 milioni di euro; per le operazioni serie bisogna andare a Parigi». Continua: «Mi piace diversificare, acquisire aziende sane, rivenderle. E ho ancora un sogno: una banca. Oggi le piccole e medie imprese soffrono per la mancanza di un riferimento forte. E qualcuno dovrebbe darsi una mossa».

Un sospiro precede un nuovo affondo: «Oggi un’operazione come Parmalat si fa solo con la leva finanziaria. C’è stata l’offensiva di Lactalis, ma con un altro sistema bancario, poteva partire anche quella di Danilo Coppola. Sì potevo essere io a comprare Parmalat».

Lei?
«Io e tanti altri imprenditori italiani. Chiunque avesse comprato Parmalat avrebbe fatto un fantastico affare. Enrico Bondi, l’amministratore delegato, ha fatto un super lavoro. È un’azienda sana, fa profitti, garantisce migliaia di posti di lavoro. Andava preservata. Deveva restare legata al territorio non doveva passare in mano francese. Siamo onesti: il bilancio non è positivo e Parmalat è stata una perdita importante».

Torniamo al sistema bancario italiano.
«Qui le operazioni importanti le fanno solo Intesa o Unicredit. Fine. Ecco il guaio: le nostre banche invece di prestare denaro e crescere preferiscono dormire sonni tranquilli: comprano bot e poi non hanno cash per finanziare le imprese. È uno scandalo che paghiamo duramente».

E la Francia compra le nostre aziende…
«Perché ha un sistema bancario capace di assistere le imprese. Qualche sera fa mi sono divertito a fare un elenco delle banche in Francia: ho contato 8 istituti capaci di sostenere operazioni di sistema, quelle da sette-otto miliardi di euro. In Italia solo Unicredit e Intesa potrebbero fare altrettanto, ma sono giganti senza dinamismo: presenti pratiche e non hai riferimenti. Hai sempre l’impressione che tutto sia allo sbando».

Sulla sua scrivania c’è una cartellina di pelle nera. Dentro ci sono tutti i documenti sulla vicenda giudiziaria. Molti sono inediti. È lì la sua linea difensiva. È in quella cartellina la “sua” certezza di uscire pulito. «Nelle notti più buie, quando nemmeno le 180 gocce di lexotan riuscivano a darmi pace, ho cercato in tutte le maniere di capire. Di darmi una risposta. Ho fatto mille esami di coscienza, mi sono torturato, mi sono chiesto se ci fosse un burattinaio, chi potesse essere… Ma la risposta era lì, nei documenti: li legga, li legga».

Coppola si ferma e riprende dando quasi l’impressione di recitare meccanicamente una parte. «Forse avevo fatto troppa strada, forse il mio caso poteva dare gloria e visibilità a chi lo cavalcava», va avanti arrivando a una conclusione più volte gridata: «È stato un complotto, solo un vergognoso complotto». Sono duecento minuti che parliamo e, all’improvviso, il grande tema politica-giustizia prende il sopravvento.

Lei più volte ha parlato di attentato, ma un tribunale ha emesso un primo verdetto: colpevole di bancarotta.
«Le do un dato: siamo stati arrestati in dieci; tutti sono stati assolti per non aver commesso il fatto. È o no inquietante? Ma andiamo avanti. È normale arrestare una persona incensurata e fargli fallire una società a sua insaputa? Ed è normale il trattamento che ho subito? Mi hanno negato tutto, persino i giornali, persino l’ora d’aria, persino di vedere mio figlio appena nato… Aveva un problema al cuore e mi hanno detto “resti in carcere”. Vorrei tanto guardare negli occhi Luigi Cascini. E fargli una sola domanda: perchè un’ingiustizia così grande?».

Cascini, attuale segretario dell’Anm, pm nel suo processo.
«Mi ha rubato un pezzo di vita, ma la cosa più terribile è che non ho mai avuto l’impressione che si interrogasse sulle sue scelte. Vede, io ho fatto errori grandi ed errori piccoli, ma sono anche stato capace di ammetterli e di chiedere scusa. Nella magistratura c’è una zona grigia ed è ora che se ne riconoscano gli eccessi».

Lei vota Berlusconi?
«L’ho votato, forse lo rivoterò: oggi non vedo alternative. Le opposizioni non sono credibili, non sono capaci di costruire. La demonizzazione dell’avversario non può essere la strada. Servono idee, soluzioni, proposte; la polemica non può essere centrale».

È una bocciatura senza esclusioni?
«No, eccezioni ci sono. Apprezzo Matteo Renzi, il sindaco di Firenze. È uno che parla come noi, è uno che quando parla lo capisci. Berlusconi mi è sempre piaciuto perchè è così: chiaro, diretto, convincente. Della politica delle chiacchiere non se ne può più. Renzi non passa la sua vita a parlare male di Berlusconi; Renzi fa e se si presenta come leader del Pd lo voto».

Il registratore è spento, l’intervista è finita. Abbiamo saltato volutamente domande a cui Coppola ha già risposto. Abbiamo volutamente evitato di trasformarci anche noi in giudici. Di interrogarlo sulle presunte collusioni con la criminalità. Ci interessa la sua vita. Le sue amarezze e le sue speranze. Lui lo capisce e, quando siamo già sulla porta, ci sfida ancora: «Lo sa quanto ho speso di parcelle? 28 milioni di euro. Ero sulla sedia a rotelle, pesavo venti chili meno di oggi; in quel momento avrei fatto qualsiasi cosa per respirare. Io stavo morendo e Franco Tatò mi prendeva 2-3 milioni l’anno per non fare nulla… Lo scriva, la prego lo scriva».

Due domande ancora: perché quel soprannome, Er cash? E che dice su quella definizione “furbetto del quartierino”?
«Er cash? Facevo affari pagando in contanti. Le basta? Sul furbetto preferisco chiudermi la bocca: è solo gossip, solo ignobile fango. I furbetti sono altri».

Quell’aggettivo fa venire in mente un altro personaggio legato a quella stagione: Stefano Ricucci. Coppola, abbozza un sorriso amaro: «Cascini ha fatto solo questa operazione: Coppola, Ricucci, Statuto… Ho pensato anche che qualcuno gli avesse dato un preciso mandato… Da me voleva una resa incondizionata, ma io non ho mollato. Stefano, di fronte alla stessa richiesta, ha buttato la spugna ed è stato distrutto».

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