Il flop dei festival musicali, addio allo spirito di Woodstock

Calo della metà degli spettatori all’Heineken in corso a Mestre, Rototom esiliato, altre rassegne in sofferenza. La grande kermesse rock nel nostro paese non funziona più. Gli organizzatori ci spiegano perché

Carlo Moretti per “la Repubblica

Il festival musicale in Italia è nudo. Se anche il più grande evento pop e rock, quello con lo sponsor più ricco, ovvero l’Heineken Jammin Festival in corso al Parco San Giuliano di Mestre, versa in una difficoltà estrema dopo i 6 milioni di euro spesi, con un calo sostanziale di pubblico che si è più o meno dimezzato rispetto alle precedenti edizioni (da oltre 100mila spettatori degli anni scorsi ai 50mila di quest’anno), vuol dire che qualcosa non va, e gli operatori del settore già si interrogano. Al di là dei cast possibili, dei nomi degli artisti scelti per i cast, la riflessione si allarga alla fragilità del sistema, ai limiti culturali, burocratici, non dimenticando i sempre possibili errori organizzativi.

Se in Europa i festival sostanzialmente tengono botta contro la crisi economica (record agli inglesi Reading e a Glastonbury con le sue 120mila presenze, 140mila al Primavera di Barcellona), da noi il calo oscilla tra il meno 25% dell’I-Days di Bologna (ad inizio settembre, con Arctic Monkeys) e il 50% del festival che si chiude oggi nella laguna veneziana con il concerto di Vasco Rossi. Per l’organizzatore di Live Nation Italia, Roberto De Luca, il calo all’Heineken “è sia culturale, sia strutturale. Scontiamo da un lato la poca abitudine del pubblico italiano a vivere la dimensione del festival, dall’altro la crisi economica e discografica, che genera introiti inferiori per tutto il comparto”.

Corrado Rizzotto, patron dell’I-Days di Bologna punta il dito contro la burocrazia e i moralismi tipicamente italiani: “L’unico festival davvero degno di questo nome era il Rototom Sunsplash di Osoppo, in provincia di Udine, ed è stato costretto a lasciare l’Italia. Lì la gente si divertiva e questo agli occhi degli amministratori della Regione Friuli era un affronto. Il Rototom è stato accolto a braccia aperte a Benicassim in Spagna, mentre da noi faceva scandalo perché la musica reggae è sinonimo di droghe leggere”.

Ma per Rizzotto in Italia pesano anche i vincoli burocratici: “Non riusciamo a costruire il nostro festival ideale perché in Italia non esistono siti adatti. E dove esistono, le amministrazioni cittadine ci mettono i bastoni tra le ruote: impossibilità di campeggi, obbligo di spegnere la musica alle 23.30. Sono solo due esempi di tante limitazioni che ci impediscono di far crescere anche culturalmente un pubblico che esiste. Come dimostrano le comunità di spettatori italiani che si spostano in Europa per vivere eventi come il festival di Benicassim, o lo Sziget di Budapest, o il Panorama di Barcellona”.

La competizione dei paesi europei si fa sentire ormai con forza anche ad Est: “Chi conosceva prima di quest’anno un festival chiamato Exit a Novi Sad?” dice ancora Rizzotto. “Eppure erano anni che grazie ad una strategia di gruppo, al sostegno della città, della regione e degli sponsor, quel festival lentamente stava crescendo, ponendo i presupposti per il successo. Spagna, Croazia, Serbia: lì la politica in favore dei giovani è un valore, da noi viene vista come un disturbo”.

Per Claudio Trotta di Barley Arts, già patron storico di Sonoria e oggi organizzatore del Flippaut, “l’idea del festival in questo paese non ha mai funzionato, a parte i casi del Rototom e di Italia Wave, che però era ad ingresso gratuito. I motivi sono semplici: mentalità conservatrice del pubblico, schiavo dell’artista preferito o dell’headliner; atteggiamento fighetto del popolo del rock in Italia che ha paura di vivere l’esperienza del festival, anche se questo prevede i disagi di una giornata di pioggia; e infine le location sbagliate, quasi sempre autodromi o spazi fuori mano. Per fare i numeri ci vorrebbero location con centralità geografica nella penisola, ben serviti e poi scelte di cast più centrate, senza sottostare all’obbligo del grande nome”.

I numeri dei singoli concerti che si sono appena tenuti o che si terranno a breve sembrano dargli ragione: per il ritorno dei System of a Down la scorsa settimana a Rho sono arrivati in 35 mila, per Bon Jovi a Udine si attendono 40 mila spettatori, per l’atto unico “Big 4″ con i concerti dei gruppi heavy metal guidati dai Metallica ci sono già 25 mila biglietti in prevendita. Un dato che può invertire il 15% di presenze in meno registrato ai concerti nei primi 4 mesi del 2011 rispetto all’anno scorso, e che ci fa dire che se il festival soffre, la musica fortunatamente è ancora viva.

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