Paolo Monti, lirismo e ricerca

Un volto inedito del fotografo. Nelle sue immagini un racconto fatto di spazi e di cose, dove il vuoto nasconde una presenza nelle vicinanze

Carlo Bertelli per “Il Corriere della Sera

Paolo Monti occupa un grado altissimo nella gerarchia dei maggiori fotografi italiani. Sono preziose le sue testimonianze fotografiche di Venezia e di Bologna, città di cui ha dato un’interpretazione velata di solitaria melanconia. È la sospesa poesia dei portici e delle vie silenziose di Bologna, dello sciabordio delle acque in laguna, d’un grido in una corte, la percezione d’un odore d’alghe che da un rio raggiunge una calle. Nelle immagini di Monti vi è sempre un racconto fatto di spazi e di cose, dove il vuoto nasconde una presenza nelle vicinanze. La raccolta di fotografie che qui si presenta appartiene a un Monti meno noto o comunque mai rivelato con gli intenti che qui si scoprono. Il Monti lirico delle città ci appare qui in altra veste, come consapevole ricercatore della strumentazione fotografica. Innanzitutto del formato quadrato, oggi desueto.

Vi è stato un tempo in cui il formato quadrato della Rollei appassionò, specialmente nel campo del fotogiornalismo, dove si trovava interessante la possibilità di scattare fotografie senza portare la macchina all’altezza dell’occhio. Per Monti questo tipo di macchina fotografica presentava un altro vantaggio: quello di poter osservare l’immagine riflessa nell’apparecchio prima di scattare. Era così possibile studiare attentamente il soggetto e prevedere come si sarebbe configurato nell’immagine fotografica.

La fotografia che apre la serie, la quale ritrae un gruppo di ulivi, chiarisce bene la riflessione ponderata di Monti sugli aspetti compositivi. La chioma del primo albero occupa quasi tutta la superficie, mentre si stabiliscono i rapporti calcolati di pieni e di vuoti entro una struttura geometrica nella quale incontriamo più volte rapporti di sezione aurea. Sfogliando le immagini del libro, incontriamo in più occasioni la scelta del formato quadrato. Sono composizioni in cui si coglie la consonanza con la ricerca degli artisti contemporanei sulla materia e sull’installazione. Come quando, nella luce radente, appaiono un muro scrostato, tre busti scolpiti abbandonati a terra (uno decapitato) accanto a una pila di cassette di frutta, mentre un sostegno verticale di legno taglia in due l’immagine in un perfetto rapporto di sezione aurea. L’apparente casualità del reporter è eliminata dalla consumata esperienza dell’installazione. Monti giunge fino a proporci il formalismo estremo di una foglia lucente, probabilmente di magnolia, appoggiata a un foglio di carta: quasi un omaggio a Kértész.

E, ancora, una colta rivisitazione della fotografia storica troviamo nella figura drappeggiata stante presso un’edicola funeraria romana, che ci rammenta il modo di rendere personaggi chiusi nel loro mistero le statue del Foro Romano, che fu la scoperta, negli anni 30, di Florence Henri. Un triangolo di luce tra la coscia nuda e il cavo popliteo di una modella negano ogni realtà contingente.

All’opposto delle ricerche in questo formato, nelle quali è esaltata la tessitura in superficie, una composizione rettangolare, come la bellissima fotografia verticale d’un acciottolato, esplora la profondità e la mette in rapporto con una trama complessa di bianchi e di neri, ora graniti sottofondo, ora a cascata fino a invadere il piano…

 Le fotografie di Monti raramente c’informano sulle persone. Generalmente non le interroga. È piuttosto lui che su di loro interroga se stesso.

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