Non solo Somalia: tutto il Corno d’Africa può esplodere

Due omicidi eccellenti e un accordo sgradito hanno infiammato Mogadiscio. Sequestrato un cargo nordcoreano pieno d’armi diretto in Eritrea. Un difficile negoziato tra Etiopia ed Egitto. Sul futuro di Yemen e Sud Sudan regna l’incertezza. L’instabilità domina nel Corno d’Africa

Nicola Pedde e Vincenzo Palmieri per “Limes

Non è ancora chiara la dinamica dell’uccisione del comoriano Fazul Abdullah Mohammed nella notte tra l’8 e il 9 giugno a Mogadiscio. L’uomo, tra i più ricercati componenti della rete di al Qaida, era accusato dagli Stati Uniti di aver organizzato gli attentati contro le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania nel 1998, e di rivestire il ruolo di comandante delle forze della rete terrorista in Africa Orientale.


Secondo la versione fornita dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale somala (Asn), sia nel comunicato ufficiale sia nel successivo più dettagliato memorandum riservato alle agenzie omologhe straniere, Fazul Abdulah Mohammed, 38 anni, sarebbe stato alla guida di un mezzo in compagnia di un’altra persona, trasportando medicinali e materiali informatici in una residenza periferica della rete logistica dell’Al Shabab.


Presumibilmente per un errore, il conducente avrebbe sbagliato strada e si sarebbe trovato davanti a un posto di blocco delle forze di polizia del Governo federale di transizione somalo. Qui i due, spaventatisi, avrebbero aperto il fuoco provocando la reazione degli agenti.


L’Asn sostiene di aver effettuato l’esame del Dna sui corpi presso la struttura medica delle forze del contingente dell’Unione Africana, e di aver quindi potuto provare senza ombra di dubbio l’identità dei due, soprattutto quella di Mohammed. Che sarebbe stato trovato in possesso di un passaporto sudafricano a nome di Daniel Robinson (secondo altre fonti Daniel Johnson) e di oltre 40mila dollari in contanti. Anche il complice possedeva un passaporto straniero, in questo caso canadese.


Il bottino più interessante per le agenzie di intelligence straniere, invece, è stato l’elenco di una serie di obiettivi potenziali ritenuti “facilmente raggiungibili” in Europa. Obiettivi su cui si stava certamente concentrando il terrorista, sebbene non risulti affatto chiaramente una sua capacità operativa al di fuori del paese.


Intanto esplode la piazza a Mogadiscio


Il fermento per le elezioni parlamentari previste inizialmente per il 21 agosto prossimo, cui avrebbero dovuto seguire quelle presidenziali, si è trasformato in rabbia a Mogadiscio quando è stata diramata la notizia del un posticipo di un anno decisa dal presidente Sheik Sharif Sheik Ahmed e dal portavoce del parlamento Sharif Hassan.


La decisione, presa a Kampala e sottoscritta anche dal presidente ugandese Yoweri Museweni, costituisce un’aperta violazione degli accordi di Gibuti del 2008. Nella stessa si stabilisce anche che il primo ministro, Mohammed Abdullahi Mohammed, figura molto popolare a Mogadiscio e in gran parte della Somalia centro meridionale, venga destituito dall’incarico con effetto immediato.


La popolazione di Mogadiscio riconosce al premier il merito di aver saputo gestire con polso e tenacia la ripresa delle attività economiche e politiche nella città, di aver saputo infliggere pesanti sconfitte al movimento islamista dell’Al Shabab e di aver ridato una prospettiva di speranza alla martoriata regione. Per questa ragione sono scesi in piazza a migliaia il 14 giugno, protestando contro il presidente e chiedendo la revoca del provvedimento.


Le manifestazioni hanno assunto dimensioni considerevoli, generando un flusso costante e sempre meno pacifico di partecipanti, e riuscendo a raggiungere la residenza presidenziale di Villa Somalia costringendo Sheik Sharif Sheik Ahmed alla fuga.


Hanno cercato di approfittare della situazione confusa gli uomini delle milizie islamiche, ingaggiando sparatorie in diverse parti della città e riuscendo addirittura ad uccidere un ministro nel corso di un attentato. La popolazione, a dimostrazione della propria determinazione e della miopia internazionale nella scelta degli alleati e delle strategie da adottare, ha tuttavia reagito anche alle forze dell’Al Shabab, uccidendo almeno dodici miliziani e mettendo in fuga la gran parte dei gruppi dalle aree centrali della città di Mogadiscio.


L’equilibrio regionale resta instabile


Cambiare tutto perché nulla cambi. L’adagio antico non sembra far breccia in Somalia, ove in un momento storico di crisi diffuse che lambiscono i margini più prossimi del Corno d’Africa le Istituzioni federali di transizione (Ift) siglano un accordo (il 9 giugno, a Kampala) di prolungamento del mandato internazionalmente conferito. Formalmente, nulla osta: l’accordo soddisfa anzi diverse condizioni, in primis l’esigenza di stabilità e differimento espressa della comunità internazionale (Usa, Ue, Ua, Russia, gran Bretagna, Cina e Onu) e degli attori regionali (Uganda, Etiopia, Kenya e Arabia Saudita) che garantiscono il finanziamento e la sicurezza, ancorché precaria, delle Ift.


I centri decisionali della politica estera e di sicurezza internazionale devono ora dividere la propria attenzione tra numerosi dossier di crisi attinenti la regione del Corno d’Africa allargato: in primis quelle che riguardano lo Yemen e il Sudan, che sperimentano una fase di elevata instabilità e intravedono di nuovo il baratro della guerra civile. Il presidente yemenita Abdullah Saleh aveva rifiutato in maggio la transizione mediata dal Gcc (Consiglio di cooperazione del Golfo) e dall’Arabia Saudita, ma dopo l’attentato (provvidenziale, secondo alcuni) del 3 giugno è quivi riparato in cerca di cure e protezione – e in attesa che la mediazione saudita avanzi indisturbata tra la fazione presidenziale ora coagulata intorno al vicepresidente Abd Rabboh Mansour Hadi e i ribelli capeggiati da Sultan al-Atwani. Il 13 giugno, una bozza di compromesso e di divisione del potere sembra essere stata approvata dalle parti.


In Sudan, con l’approssimarsi dell’indipendenza delle regioni meridionali (9 luglio) per effetto del referendum di gennaio, è notevolmente cresciuta la tensione nella regione di Abyei. I negoziati bilaterali sponsorizzati dall’Unione Africana sulla regione contesa sono terminati il 15 giugno con un nulla di fatto. Il Movimento di liberazione del popolo sudanese (Splm) vuole che le Forze armate del Sudan (Saf) si ritirino incondizionatamente dalla regione e siano sostituite da caschi blu etiopi; il governo centrale insiste invece affinché almeno una brigata Saf rimanga nella regione, a garanzia – e per controllare l’attività – della nuova amministrazione congiunta, pure ancora da nominare. Vi è il tangibile rischio che la contesa si estenda alle altre regioni di confine, in particolare al Kordofan del Sud.


A fronte di tali crisi conclamate, ne vanno segnalate almeno altre due latenti. Entrambe coinvolgono l’Etiopia: si tratta del riaffiorare della tensione con l’Eritrea, tangibile già da alcuni mesi anche se con andamento ondivago. A fronte dell’isolamento internazionale cui il suo paese è sottoposto, si registra l’avvicinamento del presidente Isaias Afwerki verso Iran e Corea del Nord. Ai primi di maggio una nave da guerra Nato in missione antipirateria nell’oceano Indiano ha intercettato un piccolo cargo battente bandiera nordcoreana, trovandovi quindici tonnellate di armi, asseritamente destinate all’Eritrea.


Entrambi i governi sono sottoposti a un regime di embargo sulle forniture di armi imposto dalle Nazioni Unite, quindi l’imbarcazione è stata scortata verso il porto più vicino e lì posta sotto sequestro. L’episodio vale quale monito dei numerosi focolai che covano sotto la cenere del vulcano eritreo.


Vi è poi la necessità per l’Etiopia di rinegoziare i termini per la distribuzione delle quote delle acque del Nilo, fermi all’accordo del 1951. I negoziatori di Addis Abeba devono necessariamente tenere in debito conto la riluttanza del governo del Cairo a grandi concessioni, in particolare in vista delle prossime scadenze elettorali autunnali. Il nuovo blocco di potere che emerge in Egitto si orienta anzi in senso filoislamico e potrebbe perciò ulteriormente favorire, proprio a partire dalla Somalia, le fazioni avverse al governo etiope e quindi alle Ift, erodendo altro terreno in danno di queste.


Probabilmente le tensioni collegate all’accordo di Kampala – riflesse nel passaggio parlamentare del testo – saranno infine sciolte con il sacrificio del premier Abdullahi Mohamed “Farmajo”. Intervengono in questo senso i desiderata del presidente ugandese Yoweri Museweni, che ha sponsorizzato il raggiungimento dell’accordo e mediato tra la fazione “presidenziale” di Sheikh Sharif e quella “parlamentare” di Sharif Hassan; ma anche quelli della comunità internazionale, oggi alle prese con la primavera araba e con la crisi della Grecia, che aggiunge preoccupazioni finanziarie a quelle di ordine politico e militare sinora espresse.


Resta da vedere quali di questi dossier sarà ancora sul tavolo a luglio 2012:nessuna ipotesi realistica e non condizionata da ragionamenti ideologici è stata sinora avanzata; ciò rappresenta l’incognita maggiore quanto all’evoluzione positiva della situazione somala.

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