Giordania: cambiamento reale o illusione?

Original Version: In Jordan, real change or illusion?

La Giordania rappresenta nel mondo arabo la cartina di tornasole per stabilire se riforme politiche reali possano avvenire in maniera pacifica; per il momento il cambiamento proposto dal re giordano Abdullah è un cambiamento imposto dall’alto, destinato a rivelarsi probabilmente illusorio – scrive il giornalista Rami Khouri

da “Medarabnews

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A sei mesi dall’inizio delle rivolte arabe che hanno travolto metà della regione, ecco una domanda che rivolgo a tutti coloro i quali si chiedono se e cosa è cambiato: il fatto che il re giordano Abdullah II abbia annunciato, due settimane fa, di essere d’accordo con la richiesta dei manifestanti in base alla quale i futuri primi ministri devono essere nominati e sfiduciati secondo il volere della maggioranza parlamentare, e non dal sovrano, è simbolo del successo o dell’illusione delle rivolte arabe?

Due giorni dopo, re Abdullah ha specificato quest’affermazione sostenendo che ci vorranno due o tre anni per implementare questa misura. La Giordania ha bisogno di tempo per dotarsi di tre partiti maturi, che rappresentino la sinistra, il centro e la destra dello spettro politico. In altre parole, il sovrano aprirà il sistema politico del paese solo quando riterrà che vi siano partiti affidabili che non creeranno problemi a lui o al paese.

Sono passati più di sei mesi da quel giorno di metà dicembre in cui Mohammad Bouazizi si è dato fuoco nella città tunisina di provincia di Sidi Bouzid. Il suo gesto ha scatenato una valanga di proteste spontanee in tutta la Tunisia, che sono riuscite alla fine a rovesciare il presidente e a provocare manifestazioni simili in altri paesi arabi in cui si chiedeva la caduta dei regimi.

Le proteste settimanali e per lo più pacifiche che sono avvenute in Giordania non volevano un cambiamento di regime, bensì perseguivano tre obiettivi che ben catturano il vero spirito di questa storica sollevazione regionale. Esse chiedevano riforme costituzionali che garantiscano ai cittadini maggiori diritti e garanzie; riforme politiche che rendano tutti i giordani uguali di fronte alla legge e al sistema di governo; e altre misure che contribuiscano in maniera più seria alla lotta contro la corruzione e riducano le ingerenze dei servizi di sicurezza nei mezzi di informazione, nella società civile e nell’istruzione, fenomeni che soffocano ogni possibilità di serio sviluppo politico, culturale e nazionale.

Da molti punti di vista la Giordania rappresenta la cartina di tornasole per stabilire se riforme politiche reali possano avvenire in maniera pacifica. E’ significativo che re Abdullah abbia annunciato di essere d’accordo con la richiesta che sia il parlamento a rappresentare il punto di riferimento per i primi ministri e i governi, piuttosto che l’occhio o il capriccio reale. Ciò sembrerebbe suggerire che egli ascolti le richieste ragionevoli di cambiamento formulate dal suo popolo e sia disponibile a cercare di soddisfarle, proprio come dovrebbero fare i buoni sovrani.

Tuttavia questa prospettiva di un significativo passo in avanti sulla strada di una transizione graduale verso una monarchia costituzionale è messa in pericolo dalla successiva ripresa della vecchia richiesta della monarchia di dar vita a un sistema politico predefinito che permetta di condurre la politica nazionale “con decoro e responsabilità” come previsto dal sovrano stesso.

Qui sta il grande problema. Esiste una contraddizione insormontabile e fatale tra la promessa di re Abdullah di promuovere le libertà democratiche – rendendo i governi responsabili di fronte al parlamento – e la sua insistenza a voler mantenere il controllo di tutto il processo (in attesa che tre ampie formazioni politiche gestiscano il parlamento). Questo bisogno di controllare la vita politica dall’alto manda in frantumi il principio operativo centrale delle rivolte dei cittadini arabi: il fatto che i governanti debbano avere il consenso dei governati e che l’autorità suprema risieda nella volontà del popolo, la quale si esprime attraverso le istituzioni legittime dello Stato di diritto.

La richiesta, da parte della monarchia, di tre grandi partiti che dirigano e gestiscano il governo nazionale rappresenta un ritorno alle vecchie modalità fallimentari in base alle quali i governi arabi decidono ciò che è meglio per il loro popolo e distribuiscono con parsimonia saltuari benefici e cambiamenti attraverso processi di “riforma” gestiti dallo Stato. Tali “riforme” passeranno alla storia come dei fallimenti colossali che non riescono a ottenere credibilità presso i cittadini, poiché questi ultimi non hanno mai potuto partecipare seriamente a tale processo, rappresentando semplicemente i destinatari passivi di una benevolenza che proviene dall’alto, o docili soggetti subordinati piuttosto che beneficiari di riforme democratiche.

Tutti i leader arabi devono ancora capire che un cambiamento politico credibile non può seriamente essere definito, promulgato e gestito in tutti i suoi aspetti dall’alto. Soltanto un cambiamento superficiale e insincero avviene in questo modo. Invece un cambiamento democratico e costituzionale credibile e duraturo deve rispondere alla volontà collettiva dei cittadini, e da tale volontà essere diretto.

Le società libere e veramente democratiche non assumono spontaneamente una configurazione ordinata che comprenda tre partiti politici rispettivamente al centro, alla sinistra e alla destra dello spettro ideologico. La democrazia, il pluralismo e il costituzionalismo generano un panorama politico variegato, complesso, disequilibrato e in costante mutazione, che tuttavia è allo stesso tempo saldo e rispettabile poiché è definito dai cittadini ed è responsabile nei loro confronti.

Re Abdullah è uno dei pochi leader arabi che godono di vera legittimità nel proprio paese. Egli è uno dei pochi che possano avviare seri processi di riforma, se solo mostrasse di volerlo realmente, e si decidesse a fidarsi del suo popolo e a concedergli lo spazio politico che merita. Tuttavia ciò deve avvenire in quanto diritto che scaturisce dalla loro qualità di cittadini, e non come dono regale o concessione statale.

Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”

(Traduzione di Silvia Colombo)

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