Anniversari: Céline e Hemingway

Mezzo secolo fa, l’1 e il 2 luglio, morivano a distanza di poche ore il maledetto francese ancora lordo della duplice infamia di antisemitismo e collusione coi nazisti e lo scrittore americano circonfuso di gloria e gonfio di rum

da “La Stampa

Céline, la musica infernale del secolo breve
MASSIMO RAFFAELI
Due scrittori che non potrebbero essere più opposti e complementari, Ernest Hemingway e Louis-Ferdinand Céline, muoiono a distanza di poche ore, il 1˚ e il 2 luglio del 1961: l’uno, circonfuso di gloria e gonfio di rhum, si suicida nel suo buen retiro di Ketchum, Idaho, mentre l’altro, ancora lordo della duplice infamia di antisemitismo e collusione coi nazisti, si spegne per un aneurisma nel villino-catapecchia di Meudon, a Ovest di Parigi, dove è ritornato nel ’52 in semiclandestinità, dopo anni di prigione e di esilio in Danimarca. I giornali sparano su nove colonne il suicidio di colui che traduceva l’esistenza in velocità dattilografica incarnando la via americana alla letteratura, come ne fosse il mito temerariamente hard boiled ; al recluso di Meudon, viceversa, riservano scarne notizie di agenzia e qualche imbarazzato necrologio in cui si riferisce la scomparsa di una belva collaborazionista. 

A cinquant’anni esatti di distanza, il rapporto può dirsi invertito: il nome di Hemingway è chiuso in una cifra stilistica che retrospettivamente sembra simulare la velocità della radio e del cinema nello stesso momento in cui la subisce e vi soggiace, mentre la petite musique del narratore francese, la musica infera che risuona nel Viaggio al termine della notte o in Morte a credito , con lo spartito che registra il delirio emotivo dell’individuo solo nella massa (e nell’epoca delle guerre mondiali, del colonialismo e del fordismo), sembra oggi l’unica tonalità all’altezza degli orrori del Secolo Breve.

Il libro-intervista di Robert Poulet mio amico Céline (ora riproposto da Elliot) esce in Francia nel 1958, tre anni prima della morte dello scrittore, però annuncia un’inversione di tendenza. Poulet (Liegi 1893 – Marly-le-Roi 1989) è uno sparring ideale, anzi è un sosia céliniano in quanto pure lui risulta essere un ex collaborazionista, un ex condannato a morte e un ex amnistiato; scrittore poligrafo, di ascendenza reazionaria, rivivrà trasfigurato, tra Occupazione e Resistenza, nel romanzo-epopea di Hugo Claus che si intitola La sofferenza del Belgio .

Per parte sua, Céline lo accoglie volentieri nell’arca di Meudon (tra i cani molossi e l’ineffabile Coco, il pappagallo), gli dà corda, parla e come di consueto straparla, inscena il teatro della propria decadenza e tuttavia non smette mai di raccontarsi e di tornare sui frangenti di un’autobiografia ossessiva, mentre la sua voce è già scrittura in atto, prosodia in forma di jazz, quella stessa che abita la cosiddetta Trilogia del Nord , il ciclo di romanzi che equivale al suo testamento d’autore.

È una lingua del risentimento e del rancore, la sua, che ritrova la propria scaturigine nella coscienza del dolore quale atto primordiale dell’essere nel mondo: essa, in altri termini, è la lingua del male che cerca ogni momento di combatterlo prodigando il ricordo del male medesimo.

Senza affatto prevederlo, il libro di Poulet anticipa un processo di canonizzazione letteraria che in Francia si avvia poco dopo con l’uscita di un primo volume céliniano nella collana della Pléiade, l’equivalente di uno scranno fra gli immortali: perciò all’avaro stillicidio della bibliografia presto subentrerà il tornado editoriale (tra riedizioni, inediti, carteggi, studi biografici e critici) che trova un suo corrispettivo, dall’altra parte dell’immaginario secolare, solamente in Marcel Proust.

Qualcosa di simile gli accade in Italia se è vero che, quando nel novembre del ’93 esce per la prima volta da un piccolo editore marchigiano Il mio amico Céline , il terreno della sua ricezione è da tempo predisposto dove nessuno se lo aspetterebbe, vale a dire con il marchio della sinistra intellettuale. In maniera rigorosamente ufficiosa, è Italo Calvino a propiziare l’ingresso di Céline nel catalogo di Einaudi con la traduzione vivacissima de Il Ponte di Londra – Guignol’s Band I (1971) a cura di due giovani promesse, il francesista Lino Gabellone e lo scrittore Gianni Celati, ed è ancora Italo Calvino a volere il doppiaggio di Nord (’75), l’epicentro della Trilogia , a firma del poeta Giuseppe Guglielmi, che diviene la sua voce consanguinea nel doppiaggio che sa commemorarne la violenza inventiva come il ritmo travolgente e sincopato della partitura: nemmeno è un caso che nel novembre del ’92, già in vista del centenario della nascita, sia un altro einaudiano di lungo periodo, Ernesto Ferrero, a pubblicare la bella e in tutto rinnovata traduzione del Voyage .

Così come accade in Francia, dopo una messe di pubblicazioni e riconoscimenti, anche in Italia la comunità dei lettori sa distinguere oramai Céline da Céline, cioè l’ambiguo amico della Kommandantur parigina, il pornografo razzista di Bagatelle per un massacro dal grande narratore (martire, per etimologia) che guarda alle vicende del secolo dai bassi di un’umanità assoggettata, derelitta, priva di qualunque speranza.

In quest’ottica, anche Il mio amico Céline , un libro concepito da Poulet come una vera e propria apologia, riguadagna la funzione originaria che lo fa essere tanto un referto in presa diretta quanto un’autobiografia scritta per procura. All’uscita del volume un altro céliniano accanito, il poeta Giovanni Raboni, ne coglie il senso e la necessità alludendo a «un Céline al quadrato, parlato e al tempo stesso scritto, un Céline dal vivo che tuttavia è anche un Céline ricostruito, un personaggio da Museo Grévin». Insomma un autore finalmente approdato alla perfetta solitudine e insieme alla paradossale condizione di ogni classico, la cui attualità è garantita dal fatto che la pagina, già declinata al passato remoto, brucia nel tempo presente solo per ritrovarsi intatta al futuro anteriore.

Pure all’eremita di Meudon è dunque capitato, per esclusivo amore della verità, di «venire trascinato più avanti di dove si può andare, fin dove nessuno poteva aiutarlo»: anche se gli si attaglia maledettamente, non è una frase che si debba attribuire a lui, perché a pronunciarla fu invece Ernest Hemingway, un fratello che la morte gli impedì di riconoscere.

Hemingway, più del personaggio conta lo stile
GIUSEPPE CULICCHIA
Molti anni fa a Parigi entrai alla Closerie des Lilas per chiedere dov’era solito sedere Ernest Hemingway. Ma non appena messo piede nel locale sul Boulevard Montparnasse scoprii che la direzione aveva pensato bene di prevenire questo genere di domande: decine di targhette di ottone indicavano ai vari tavoli i posti prediletti dai Mostri Sacri dei Roaring Twenties e seguenti. Qua Pablo Picasso, là James Joyce, e accanto a loro tutti gli altri, Scott Fitzgerald e Dos Passos, Gertrude Stein e Crystal Tzara. Quanto a lui, Hemingway, malgrado le pagine di Festa Mobile in cui aveva raccontato come per trovare la concentrazione necessaria a scrivere dopo la nascita del primogenito Bumby avesse scelto di lavorare a un tavolo d’angolo accanto alle vetrine da cui si intravedeva la statua del Maresciallo Ney, la targhetta con il suo nome era stata applicata al bancone del bar.

Questa scelta ai miei occhi ingenerosa costituiva una somma di tutti gli stereotipi della mitologia hemingwayana. Hemingway il beone, lo spaccone, il macho. Hemingway e le corride, le battute di pesca, i safari. Hemingway sempre pronto a tirare di box, inventarsi un cocktail, sparare a un’anatra. Hemingway lo specialista in guerre, tra cui la greco-turca, le due mondiali e la civile spagnola. Hemingway che amava vivere pericolosamente e aveva liberato da solo l’hotel Ritz e si era sposato quattro mogli e concesso svariati flirt, da Marlene Dietrich a Jane Mason, giovane e bionda miliardaria incontrata in Africa, alla nobildonna veneziana che gli aveva ispirato Di qua dal fiume e tra gli alberi . Poi c’erano l’Hemingway antitedesco e quello che faceva battute sugli ebrei. E l’omofobo. E il filocastrista, o forse l’anti. E quello che sosteneva di aver dato la caccia agli u-boot a bordo della sua Pilar. E il paranoico convinto di essere spiato dall’Fbi (era vero, tra l’altro). Una folla di Hemingway, insomma, dal diciannovenne in uniforme militare fotografato in un ospedale di Milano al vecchio con la barba bianca e il maglione da pescatore immortalato dalle parti di Key West.

E l’Hemingway scrittore? Quello che alla Finca Vigia si ostinava a battere a macchina in piedi e che alla Closerie e altrove si era sforzato di scolpire sulla carta una prosa spesso straordinaria e dialoghi ineguagliabili, vedi gemme quali Un posto pulito, illuminato bene oColline come elefanti bianchi oLe nevi del Kilimangiaro , o ancora Breve la vita felice di Francis Macomber , per tacere naturalmente di Fiesta o di Morte nel pomeriggio , un romanzo che all’epoca venne stroncato dalla critica marxista perchè il futuro Nobel si opponeva alla letteratura come presa di posizione politica?

Sparito, inghiottito dal personaggio e dalle sue innumerevoli sfaccettature. Un personaggio che egli stesso d’altronde si era premurato di costruire in vita, facilitando l’opera di tanti biografi a cominciare da Scott Donaldson, Carlos Baker e dall’amico Aaron E. Hotchner, e agevolando il sarcasmo spesso feroce e non solo postumo di innumerevoli, volenterosi e non di rado interessati denigratori. Così, a 50 anni esatti dal suicidio di quello che al di là di tutto (e dunque anche delle mode e delle invidie letterarie e dei mutamenti del costume e dei costumi, tra cui l’avvento in epoca recente del politicamente corretto: secondo nuove ricerche nell’ottica dei gender studies , Hemingway era semplicemente «un giovane disturbato») resta con buona pace di tanti snob il maggior scrittore americano del Novecento, è con interesse che si legge la nuova biografia di Linda Wagner-Martin ora tradotta da Castelvecchi.

E l’interesse deriva in primo luogo dal fatto che l’autrice muove a partire da un elemento che pochi associano all’autore di Il vecchio e il mare , ovvero dall’ironia: quella insita nel fatto che un uomo tanto complesso sia stato ridotto a un personaggio così stereotipato. Una delle creazioni più riuscite di Ernest Hemingway, ci dice la WagnerMartin, fu proprio Ernest Hemingway, inteso sia come persona vivente sia come personaggio di finzione. L’ex ragazzino cresciuto all’aria aperta in Michigan sapeva fin troppo bene di essere diventato, oltre che uno scrittore, una celebrità.

L’altra scelta di questa biografia è quella di raccontare Hemingway innanzitutto attraverso i suoi rapporti con l’universo femminile, dalla madre Grace Hall (una di quelle donne che ritengono che i figli debbano diventare immagini speculari dei genitori) alle mogli (che lui voleva sportive e forti, anche se Pauline, la seconda, detestava la pesca e non poteva fare a meno di tate e servitù), passando per le sorelle e per figure rivelatesi fondamentali durante gli anni del suo apprendistato parigino, quali Sylvia Beach e Gertrude Stein. In quella vera e propria miniera che è la corrispondenza dello scrittore con consorti e fidanzate, ma anche con amici, editori, colleghi, la Wagner-Martin ha rintracciato svariate vene aurifere e inevitabilmente anche non poca di quella materia che oggi va sotto il nome di gossip .

Ma l’Hemingway che ritroviamo in queste pagine, ora vitale e felice grazie alla scrittura di un nuovo libro o alla pratica dei suoi sport preferiti o alla frequentazione di una delle sue donne, ora ferito e irascibile perchè alle prese con la propria fragilità e aggredito dalle paure economiche e dalla depressione (di cui aveva sofferto il padre Clarence, a sua volta suicida come poi altri discendenti della famiglia Hemingway, tra cui l’attrice Margaux), ci appare credibile a cominciare dalla sua imprevedibilità e dal suo non facile carattere, sperimentato tra gli altri anche da Scott Fitzgerald.

La biografa ha poi l’umiltà di ammettere che la grandezza dell’Hemingway scrittore rimane la sua più autentica biografia. E con questo rende giustizia a un uomo convinto che per uno scrittore la cosa fondamentale fosse lo stile, uno stile capace di durare nel tempo.

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