‘Thailandia: con la vittoria di Shinawatra i poveri tornano a sperare’

particolare della carta di Laura Canali

L’esperto di Limes per il Sudest asiatico commenta il risultato delle elezioni in Thailandia. Le riforme economiche promesse, la reazione dell’esercito e quella cruciale della famiglia reale. L’appeal del fratello Thaksin, ex premier. Cosa cambia in politica estera

Niccolò Locatelli per “Limes

LIMES: Yingluck Shinawatra ha trionfato alle elezioni politiche thailandesi di domenica. Quanto è merito del suo programma e quanto dell’appeal del fratello ex premier Thaksin, in esilio dal 2008 dopo che il suo governo fu rovesciato da un golpe nel 2006?
BULTRINI: Il programma di Yingluck si basa sulle stesse politiche populiste del fratello, e quindi i due appaiono – e sono – inscindibili l’uno dall’altra. Ma entrambi raccolgono un vuoto profondo lasciato dalla politica thailandese nella mente e nei cuori della popolazione, che sta attraversando uno dei periodi economici più stagnanti da quando, con il golpe del 2006, Thaksin è stato esiliato per la prima volta.
Anche il premier democratico sconfitto, Abhisit, ha tentato di presentarsi in campagna elettorale con un programma di aiuti “dal basso” all’economia, aumentando il salario minimo e quello degli impiegati laureati. Ma non c’è dubbio che la sua politica nei due anni al potere non ha corrisposto alle aspettative dei thai. A parte i guadagni delle poche imprese quotate sul mercato internazionale e interno, le condizioni di vita dei contadini – che costituiscono ancora quasi il 70% della popolazione – sono rimaste invariate, se non peggiorate. Il turismo è sceso ai minimi storici, sia dopo l’occupazione dell’aeroporto internazionale da parte degli avversari della famiglia Thaksin, le camicie gialle, sia dopo le rivolte delle camicie rosse dello scorso anno. Le repressioni hanno infine certamente alienato le simpatie popolari verso il governo e verso lo stesso esercito.


LIMES: Cosa rendeva popolare Thaksin? 
BULTRINI: L’ex premier ha orientato le banche a concedere prestiti agevolati o addirittura a costo zero praticamente a tutti quelli che ne facevano richiesta: per comprare un motorino, un telefonino, avviare una piccola attività commerciale. Le amministrazioni dei villaggi hanno avuto a disposizione finanziamenti a fondo perduto per opere civili e l’avvio di iniziative locali sotto forma di consorzi per la distribuzione dei prodotti comunitari, dall’artigianato a determinati prodotti agricoli. Inoltre il governo comprava riso ai contadini a un prezzo relativamente alto a prescindere da quelli che sarebbero stati i ricavi reali, offrendo loro grande supporto. Analoga popolarità se l’è conquistata assicurando l’assistenza sanitaria semigratuita con una spesa di appena 30 baht (meno di un dollaro) per chiunque usufruiva dei servizi ospedalieri di base.
Quanto siano costate alle casse dello Stato, e quindi a tutti i cittadini, queste iniziative non è ancora chiaro, anche perché le banche hanno presto interrotto la concessione dei prestiti e molti piccoli proprietari indebitati hanno dovuto vendere la propria terra per ripagare i debiti. Ma Thaksin era riuscito a conquistare la fiducia popolare a prescindere dai risultati concreti ottenuti e dalle critiche degli analisti. La politica del pugno di ferro contro lo spaccio della droga, ad esempio, era stata ben accolta dai thai nonostante le oltre 2500 vittime spesso innocenti uccise dalla polizia e le denunce degli attivisti dei diritti umani.

Infine la repressione dell’esercito durante l’occupazione del centro di Bangkok ha portato altri adepti al partito del premier esule, visto come un eroe che cavalcava le loro battaglie anziché l’ispiratore di una pericolosa forma di protesta inevitabilmente destinata a essere fermata in maniera determinata e violenta.
Le 92 vittime tra aprile e maggio del 2010 non sono state infatti dimenticate, e non è bastata a giustificarle – come ha fatto il premier responsabile oggi sconfitto, Abhisit – l’esigenza di far ripartire il paese, fortemente provato dagli incidenti. Nemmeno la paura di un’ennesima e prossima “controrivoluzione” da parte delle camicie gialle, in caso di un ritorno dell’ex premier, ha dissuaso i votanti dal manifestare la loro netta preferenza per le politiche thaksiniane.


LIMES: La sorella porterà avanti la stessa politica?
BULTRINI:
 Con i soldi ai villaggi o “tambon” (tre miliardi di dollari annunciati in caso di vittoria da Yingluck), i prestiti facili e la sanità semigratuita, Yingluck riproporrà le stesse scelte, con l’aggiunta di nuove idee antipovertà come le carte di credito per i contadini, così da non farli finire nel meccanismo dei prestiti bancari per comprare semi, pesticidi e strumenti di lavoro. Oppure come il salario minimo per i lavoratori dipendenti e perfino per i laureati (quest’ultimo fissato a 480 dollari mensili, una cifra altissima rispetto agli stipendi medi).
La prossima premier ha anche annunciato il ripristino della politica di acquisto del riso a prezzo garantito, con l’effetto di dare ai contadini proventi sicuri e generalmente più alti di quello di mercato. La Thailandia produce quasi un terzo del riso mondiale e questo dà l’idea delle cifre in ballo, capaci di far risalire, come già sta avvenendo da quando è stata data per certa la vittoria dei Thaksin, il prezzo del prodotto a livello mondiale. Secondo le promesse, una fetta consistente dei guadagni verrà riversata sui produttori. Non è un risultato certo, visto l’enorme fardello che lo Stato si accollerebbe in caso di variazioni al ribasso dei prezzi, ma elettoralmente ha pagato. Altra promessa difficile da mantenere ma vincente alle urne è stato l’annuncio di ridurre sensibilmente le tasse per le imprese.


LIMES: Il premier Abhisit Vejjajiva del Partito democratico ha riconosciuto la sconfitta. Le camicie gialle faranno lo stesso? 
BULTRINI: È sicuramente una delle incognite più grandi, anche perché nella foga della notte elettorale è rimaso parzialmente fuori dalla discussione il fattore monarchico, ovvero la presa che hanno sempre avuto e continueranno certamente ad avere sia il re sia la sua famiglia e la Corte. Unanimemente le camicie gialle sono state considerate un movimento di massa a difesa dello status quo e soprattutto del re. Tutti i governi del resto – in parte anche Thaksin fu costretto a farlo – hanno sempre sostenuto la corona garantendo alle imprese e alle associazioni di affari dell’aristocrazia il semaforo verde per molte transazioni, spesso in opposizione agli interessi dell’ex premier esule e dei suoi potenti soci. La schiacciante vittoria dei “rossi” di Thaksin allontanerà per un po’ il rischio di reazioni, ma sicuramente – a diversi livelli – i “gialli” e i loro referenti nell’economia e nelle istituzioni civili e monarchiche stanno studiando qualche contromossa plausibile per opporsi o bloccare il processo di thaksinizzazione del Regno.

Potrebbero di nuovo sollevare il caso dell’aiuto offerto da Yingluck a suo fratello per nascondere i proventi delle imprese al fisco, oppure scatenare nuove proteste per imporre un cambio o un ridimensionamento del potere della futura premier, magari anche un nuovo colpo di Stato. Per il momento sembrano progetti irrealizzabili, e dovrà passare il clime di euforia seguito alla stragrande vittoria della sorella di Thaksin per ritirarli eventualmente fuori.


LIMES: Quale sarà la reazione dell’esercito?
BULTRINI:
 Il comandante dell’esercito, dando a sua volta per scontato il risultato, ha annunciato che non interverrà assolutamente per ribaltare il quadro politico come avvenne nel 2006. Ma pochi giorni prima del voto lo stesso alto ufficiale Prayuth Chan-ocha aveva chiaramente invitato a votare “brave persone” fedeli alla monarchia e al popolo, un’allusione diretta al fatto che Yingluck Thaksin rappresentasse invece un’incognita e un rischio per re e sudditi. L’intervento dell’esercito è dunque strettamente legato all’evoluzione delle condizioni di salute del riverito monarca Bhumibol e ai delicati rapporti di forza all’interno della famiglia reale, con il principe della corona Vajiralongkorn, già considerato vicino a Thaksin, a rischio di essere osteggiato nello stesso Palazzo; senza contare il suo turbolento passato e un carattere decisamente impopolare.

In generale i “rossi” sono percepiti come la più grande minaccia alla monarchia, ma un ritorno in piazza dei “gialli” si potrà temere solo qualora questa minaccia si materializzasse – cosa improbabile – nelle politiche del governo. Yingluck sembra molto cauta anche a proposito dell’eventuale legge per far rientrare suo fratello, decisamente la mossa più a rischio capace di riportare migliaia di persone in piazza. Infatti ha proposto per ora un’eventuale amnistia per tutti, non solo per le camicie rosse che si resero responsabili di violenze e insubordinazione, ma anche per il premier sconfitto Abhisit, accusato di aver usato eccessiva forza contro i dimostranti.


LIMES: Che impatto avrà il risultato delle elezioni sulla controversia con la Cambogia?
BULTRINI: 
Yingluck Shinawatra potrebbe gestire con maggiore facilità la controversia sorta attorno ai territori cambogiani sul confine dove sorge il tempio di Preah Vihear, sempre che non ci siano proteste nazionalistiche dei “gialli”, che hanno spinto finora l’esecutivo dei Democratici a usare le maniere forti. L’ex premier Thaksin infatti è in ottimi rapporti con il premier cambogiano Hun Sen e solo le proteste e il rischio di un’escalation militare gli hanno impedito di diventarne consulente economico.


LIMES: Cosa cambierà nella politica di Bangkok verso Stati Uniti e Cina?
BULTRINI:
 La Thailandia gode di relazioni molto strette con gli Stati Uniti, che non hanno ancora stabilito una linea di condotta verso il nuovo esecutivo. Thaksin dopo l’esilio si è più volte recato in Cina dove vanta numerose relazioni con ambienti economici influenti e alcuni quadri dello stesso Partito comunista. Non è un mistero che Pechino cerchi in vari modi di trovare un nuovo spazio, finora limitato, sui mercati thai e soprattutto guadagnare maggiore influenza politica sostituendosi a Washington. La Thailandia non è infatti soltanto un mercato potenzialmente sempre più importante, ma anche un influente membro dell’associazione Asean che raccoglie i paesi del Sudest, spesso in contrasto con la politica espansionistica cinese.


LIMES: Oltre la Cina, che rapporti ha la Thailandia con i propri vicini?
BULTRINI:
 Un punto delicato resteranno i rapporti con la Malesia per il controllo dei militanti che combattono per l’indipendenza nelle tre province meridionali thai: Thaksin è considerato responsabile della ripresa delle violenze dopo gli interventi sanguinosi dell’esercito thailandese poco dopo l’inizio del suo mandato nel 2001. Con il Laos sono in ballo numerosi accordi per la fornitura di energia, lo sviluppo di infrastrutture turistiche e viarie comuni, e le relazioni non dovrebbero cambiare radicalmente. Lo stesso vale per il regime dei generali birmani, verso i quali prevarrà una politica di convenienza come è stato finora. Dal Myanmar vengono legno, acqua ed energia, oltre ai prodotti commercializzati attraverso le porose frontiere dove la corruzione è più forte di ogni politica estera.

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