Le mani di Pechino sulla Sco

Carta di Laura Canali

Il meeting di Astana ha consacrato la Shanghai cooperation organization nel decennale della sua fondazione. Per i cinesi l’organizzazione serve a portare avanti i loro interessi politici, energetici e di sicurezza. L’apertura a India e Pakistan è uno schiaffo alla Nato, ma nasconde delle insidie

Daniela Lai per “Limes

Il summit di Astana del 14 e 15 giugno ha confermato la rilevanzadell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco) sulla scena internazionale. Sorta in una delle regioni meno integrate del globo e comprendente Cina, Russia e quattro repubbliche centroasiatiche, la Sco si è dal principio sviluppato soprattutto grazie al sostegno di Pechino. Le sue origini risalgono infatti al Gruppo dei cinque di Shanghai, istituito nel 1996 col proposito di stabilizzare le regioni di confine, successivamente evolutosi nella Sco con l’inclusione dell’Uzbekistan (2001).


L’instabilità che fece seguito al crollo dell’Unione Sovietica si manifestò, in Asia centrale, nel risveglio delle attività di gruppi separatisti nella provincia cinese dello Xinjiang, abitata da una popolazione turcofona di religione islamica. Il primo interesse di Pechino nella regione – quello che determinò la necessità di una forma organizzativa centroasiatica – fu quindi il raggiungimento della stabilità nelle zone di confine più turbolente. Un bisogno parimenti sentito anche dalle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, che dopo l’indipendenza si trovarono a dover costruire nuove relazioni con i due potenti vicini, Cina e Russia. Con l’istituzionalizzazione del 2001, la Sco ha adottato l’obiettivo di combattere i cosiddetti «tre mali», vale a dire terrorismo, separatismo ed estremismo. Tra i progressi compiuti in questo campo, c’è la Struttura regionale antiterrorismo (Rcts), stabilita nel 2004 con sede a Tashkent, in Uzbekistan.


L’organizzazione non ha obiettivi solo di sicurezza: mira al rafforzamento della cooperazione in diversi settori (politico, economico, energetico, tecnologico, culturale), oltre al mantenimento di pace e stabilità nella regione. Gli interessi cinesi in Asia centrale si inseriscono a loro volta negli ambiti sopra elencati. Il volume degli scambi commerciali è in aumento e la Cina è interessata alla creazione di un’area di libero scambio nella regione, prevista per il 2020. Questa aprirebbe a Pechino un mercato ancora poco sfruttato, ma è guardata con sospetto dalle repubbliche centroasiatiche, le quali temono che la competitività dei prodotti cinesi possa sopraffare le economie locali.


Oltre alla dimensione commerciale, la Cina in questi anni si è impegnata ad offrire prestiti ai membri della Sco per sostenere progetti di sviluppo in diversi campi. Tra questi, vi sono sicuramente il settore energetico e quello delle infrastrutture, che in Asia centrale sono ancora carenti. Questa regione è fondamentale per garantire la sicurezza energetica della Cina, il cui sviluppo economico richiede risorse crescenti, che vengono importate in quantità sempre maggiori dal Kazakhstan e dall’Uzbekistan. Il fabbisogno di petrolio, inoltre, è in parte soddisfatto grazie all’oleodotto Espo (Eastern Siberia-Pacific Ocean) che trasporta il greggio dalla Russia verso Cina, Giappone e Corea.


Dal punto di vista politico-strategico, le priorità cinesi e russe sembrano convergere. È interesse di entrambi limitare l’ingerenza statunitense in un’area che è ritenuta di propria competenza. L’avvicinamento sino-russo in questo ambito risultò evidente già nel 2005 quando, al summit della Sco di Astana, gli Usa furono invitati a lasciare la base militare di Karshi-Khanabad, in Uzbekistan. Lo scenario afghano rappresenta attualmente la preoccupazione principale. Russia e Cina sono infatti contrarie all’ipotesi di una presenza militare statunitense o della Nato anche dopo il ritiro delle truppe, previsto per il 2014. Disappunto è stato recentemente espresso anche nei confronti dei progetti Usa riguardanti lo scudo missilistico, di cui, secondo le due potenze asiatiche, alcune componenti potrebbero essere installate proprio in Afghanistan.


La presenza statunitense non è l’unica questione relativa all’Afghanistan che preoccupa la Cina. Una delle funzioni che la Sco sta sviluppando nel corso degli anni è quella della lotta al traffico di droga. In quest’ambito, limitare l’ingente flusso di eroina proveniente da Kabul rappresenta una priorità. La stabilizzazione di quest’area di guerra, infine, costituisce una condizione fondamentale affinché la lotta ai «tre mali» abbia successo.


La Sco rappresenta pertanto uno strumento attraverso il quale Pechino può gestire i propri interessi nella regione centroasiatica, ed è per questo che la Cina ha dedicato i propri sforzi a sostenerne lo sviluppo. Durante il summit di Astana l’organizzazione ha firmato un protocollo d’intesa con l’ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (Unodc) per incrementare la cooperazione nel settore della sanità e sicurezza internazionale, con particolare riferimento a traffici illeciti, droga, crimine organizzato e terrorismo. Sempre sul fronte della lotta al traffico di stupefacenti, l’organizzazione ha anche approvato la Strategia Antidroga 2011-2016.


Il meeting ha inoltre ospitato il presidente afghano Hamid Karzai, al quale è stata ribadita la necessità di mantenere neutrale il paese. Si ritiene che gli Stati Uniti non siano in grado di offrire una soluzione che porti stabilità di lungo periodo a Kabul; la Sco vuole essere sempre più coinvolta nella gestione della situazione post-conflittuale.


La questione forse più rilevante emersa ad Astana concerne l’allargamento dell’organizzazione, che attualmente conta sei membri: Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Mongolia, India, Iran e Pakistan sono osservatori, mentre Bielorussia e Sri Lanka “partner di dialogo”. India, Iran e Pakistan hanno espresso la volontà di entrare a far parte della Sco, presentando richiesta per essere accolti. Poiché il suo statuto impedisce ai paesi sotto sanzioni Onu di entrarne a far parte, la domanda dell’Iran non può al momento essere presa in considerazione.


La strada per l’ingresso di India e Pakistan, tuttavia, è stata spianata dall’approvazione del memorandum contenente gli obblighi per i paesi candidati che presentano richiesta di entrare a far parte dello Sco. Si tratta, nello specifico, di un documento tecnico contenente le indicazioni per l’allargamento dell’organizzazione a nuovi membri. Con l’apertura verso questi due paesi, Cina e Russia dimostrano di essere consapevoli che stabilità, sicurezza e sviluppo dell’Asia centrale non possono essere svincolati da quelli dell’Asia meridionale, in parte a causa dell’Afghanistan. Ma non solo: la Russia in particolare favorisce l’allargamento dello Sco per incrementarne il bilancio e aiutare la sua espansione e riforma.


L’approccio cinese, tradizionalmente più cauto, mira a garantire che, nel momento in cui Islamabad e Nuova Delhi verranno inclusi, i rapporti tra loro non rappresentino una fonte di tensione. L’opportunità di estendere l’influenza di Pechino nell’Asia del sud e di rafforzare la cooperazione nel settore energetico e nella lotta al terrorismo rappresenta l’altra faccia della medaglia per la Cina, la quale potrebbe ritenere questi vantaggi sufficienti a supportare l’allargamento.


La possibile inclusione di India e Pakistan, e l’avvicinamento tra Sco e Afghanistan, che potrebbe essere incluso quale paese osservatore, rivela ancora più chiaramente il disagio cinese e russo nei confronti dell’ingerenza statunitense in Asia. La Sco e le sue potenze, Cina e Russia, mirano a far diventare la Nato irrilevante per un intero continente.


L’Organizzazione di Shanghai, tuttavia, non si presta facilmente a un paragone con l’Alleanza Atlantica. Nonostante le diverse esercitazioni belliche congiunte, non può definirsi come un’alleanza militare. Il suo mandato e i suoi obiettivi non indicherebbero inoltre una futura evoluzione verso qualcosa di simile alla Nato. Manca anche la volontà politica di compiere tale passo: alla netta posizione riguardo la presenza Usa in Afghanistan non si associa infatti un impegno concreto di Pechino, forza trainante della Sco, verso una maggiore istituzionalizzazione in senso militare.


Le priorità cinesi restano infatti la stabilizzazione dello Xinjiang, l’energia, la lotta al traffico di droga e, per il futuro, l’istituzione della zona di libero scambio. Il sostegno cinese allo sviluppo dell’organizzazione è condizionato dalla misura in cui Pechino può avanzare i propri interessi in politica estera attraverso di essa.


La Sco è inoltre peculiarmente asiatica nelle sue caratteristiche fondamentali. Le sue finalità vengono perseguite nel rispetto dello “Spirito di Shanghai”, che comprende i principi di fiducia, interesse comune, uguaglianza di diritti, consultazione, rispetto per la diversità delle culture e aspirazione a uno sviluppo comune. Nella pratica, ciò si è tradotto nell’affermazione del principio di sovranità nazionale e non ingerenza negli affari interni degli Stati. Ciò è particolarmente congeniale ai leader cinesi. Se da un lato questi si sono astenuti dal chiedere spiegazioni per i fatti di Andijan del 2005, quando la repressione di proteste da parte delle autorità uzbeke causò la morte di migliaia di civili, le questioni relative ai diritti umani in Cina non sono mai state sollevate. Anche in occasione del summit di Astana, numerose Ong hanno criticato la Sco per gli scarsi standard di protezione dei diritti umani e per la repressione delle proteste popolari. La Cina si fa pertanto promotrice di un sistema internazionale nel quale ogni paese persegue un modello di sviluppo congeniale alle proprie tradizioni e inclinazioni, e la Sco ne costituisce un esempio da presentare al resto del mondo.


Attualmente, la Sco copre i tre quinti del continente eurasiatico, con una popolazione di un miliardo e mezzo di persone; quasi altrettante se ne aggiungeranno con l’ingresso di India e Pakistan; l’organizzazione potrebbe trasformarsi in un colosso della politica mondiale. Allo stesso tempo, l’allargamento renderebbe molto più complesso conciliare gli interessi dei paesi membri, soprattutto alla luce delle sempre vive tensioni sino-indiane. New Delhi in particolare porterebbe nella Sco quella che, per dimensioni, è la più grande democrazia del mondo. Nè India e Pakistan potrebbero essere considerati membri secondari: con la loro inclusione, l’organizzazione non potrebbe più funzionare come un condominio ad amministrazione russo-cinese.


Se e quando essi entreranno nella Sco, la Cina incontrerà crescenti difficoltà a sfruttare l’organizzazione per sostenere i propri interessi politici ed economici. Se l’organizzazione cessasse di essere uno strumento utile alla politica cinese, non riceverebbe più da Pechino quella spinta che ne ha consentito lo sviluppo fino ad oggi.

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