Yemen, così parlò Saleh

La televisione nazionale ha mostrato il presidente ustionato e affaticato. I festeggiamenti dei lealisti. Poche parole, e vaghe, sul futuro del paese e contro “le scorciatoie nel nome della democrazia”. Il petrolio scarseggia e la crisi economica divampa

Lorena De  Vita per “Limes

Il respiro affannoso, le braccia interamente coperte da bendaggi, le parole pronunciate con difficoltà. La pelle del viso scurita dalle ustioni e il capo coperto. Così si è presentato Ali Abdullah Saleh in un discorso alla nazione mandato in onda la sera del 7 luglio dalla televisione di Stato.

Il videomessaggio era stato registrato a Riyad, dove il presidente yemenita è stato trasportato il 4 giugno scorso dopo essere rimasto vittima di un attacco mentre si trovava all’interno del palazzo presidenziale.

Saleh ha raccontato di essere stato sottoposto a più di otto operazioni chirurgiche. Dopo aver ringraziato il vicepresidente Abdrabbu Mansour al Hadi per il lavoro di conciliazione tra le diverse parti politiche svolto nelle ultime settimane, ha dichiarato che chi ha tentato di sottrargli il potere “non ha capito bene cosa significhi la parola democrazia”.

Il presidente si è inoltre detto pronto a creare nuove partnership all’interno dell’élite governativa, ma senza distanziarsi da quanto previsto dal testo costituzionale ed evitando di prendere “scorciatoie nel nome della democrazia”. Insomma, niente di nuovo sul fronte yemenita. Non una parola sul se e quando il presidente potrà tornare in patria, né informazioni concrete su un’eventuale fase di transizione politica, ormai attesissima.

Subito dopo la diffusione del video, nelle principali città del paese si sono visti e sentiti spari di arma da fuoco e fuochi d’artificio sparati dai lealisti. Le forze di sicurezza sono ancora in mano alla famiglia Saleh, in particolare al primogenito Ahmed, capo della Guardia repubblicana, e dei tre nipoti Tariq, Yahya e Ammar, a capo delle forze di intelligence e dell’antiterrorismo. Contro di loro, le milizie tribali fedeli alla famiglia al Ahmar.

La gravissima crisi politica si innesta su una situazione economica drammatica: l’inflazione galoppa e le riserve in valuta estera sono in forte calo. Pagare stipendi, pensioni, sussidi è sempre più difficile; anche le riforme di cui ci sarebbe bisogno – millantate da Saleh dopo le prime grandi proteste di fine gennaio - non potrebbero essere portate avanti per mancanza di fondi.

Le risorse petrolifere, che hanno per lungo tempo rappresentato la fonte primaria di incassi per il governo, ormai scarseggiano. Per questo motivo circa un mese fa l’Arabia Saudita, seguita da Oman ed Emirati Arabi Uniti, ha regalato allo Yemen circa 3 milioni di barili di greggio. Finché non verrà risolta la situazione di povertà estrema in cui versa il paese ogni soluzione politica – ammesso che si trovi – è destinata a durare ben poco.

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