Roberto Pertici per “L’Osservatore Romano“
Lo studioso che s’impegni nella ricostruzione della vicenda umana e politica di Giacomo Matteotti corre quasi inevitabilmente un rischio: che l’ammirazione e la simpatia che — a quasi novant’anni dal suo assassinio — si continua a provare per la sua ultima battaglia, si riverberino su tutta la sua azione politica precedente. Ne può così risultare un approccio agiografico, da cui non sono rimasti esenti per decenni commemorazioni e rievocazioni, e anche una buona parte della storiografia. Nel presentare una nuova biografia del deputato socialista polesano (Un italiano diverso. Giacomo Matteotti, Milano, Longanesi, 2011, pagine 330, euro 20), Gianpaolo Romanato se ne mostra perfettamente consapevole: «La tragica morte che è all’origine del mito [di Matteotti] non deve impedirci di vedere i limiti del suo operato, gli errori che anch’egli commise, le responsabilità che porta in quella che è stata definita la bancarotta socialista, che si trascinò dietro il fallimento dello Stato liberale» (p. 16). Così il suo lavoro si sviluppa su una molteplicità di piani: quello più propriamente biografico si intreccia con importanti scorci di storia del Polesine, vero e proprio laboratorio politico e sociale in cui emergono (e per certi aspetti si esasperano) alcune tendenze di fondo della storia italiana del primo quarto del Novecento. Se ne ricavano anche non poche, importanti indicazioni di carattere generale, ma qui spesso è il lettore che deve metterci del suo, perché Romanato suggerisce piuttosto che tirare conclusioni esplicite. Giacomo Matteotti non fu il primo morto ammazzato della sua famiglia. Anche il nonno Matteo, che dal Trentino austriaco si era trasferito nel Veneto meridionale e poi a Fratta Polesine, era stato ucciso: davanti al suo negozio, durante una rissa, il 9 giugno 1858. Era già un uomo ricco: esisteva un qualche nesso fra questa ricchezza accumulata in pochi decenni e quella tragica fine? Ma nemmeno i Matteotti della generazione successiva (Girolamo e la moglie Isabella, i genitori di Giacomo) furono amati nella loro regione. La loro fortuna aveva fatto un salto dopo il passaggio del Veneto all’Italia: misero le mani su vaste proprietà ecclesiastiche espropriate con le leggi del 1866 e del 1867 e acquistarono i terreni che i piccoli coltivatori cedevano al momento della loro partenza sulle vie dell’emigrazione. Finirono così per essere proprietari di circa centocinquantasei ettari di terreni sparsi per tutto il Polesine. Ma le dicerie di cui erano oggetto alludevano anche a qualcosa d’altro: i Matteotti — si ripeteva — dovevano la loro consistente ricchezza (nel 1919 si parlava di due milioni in beni immobili, equivalenti a cinque miliardi e duecento milioni di vecchie lire) al prestito a usura, esercitato su larga scala e per molti decenni. Nei documenti dell’archivio notarile di Rovigo, Romanato ha trovato conferma del côté legale di quell’attività: per quello illegale, registra le ripetute accuse che avversari di ogni parte politica rivolsero a Giacomo, rinfacciandogli la ricchezza malamente accumulata dai suoi. Un destino di morte perseguitò i Matteotti: dei sette figli di Girolamo e Isabella, quattro morirono nei primi anni di vita, altri due furono stroncati dalla tubercolosi quand’ormai erano uomini fatti: solo Giacomo (che pure soffrì di gravi affezioni polmonari) riuscì a sposarsi e ad avere figli. Isabella, una sorta di Niobe novecentesca, sopravvisse (sempre vestita a lutto) a tutti e sette: sarebbe morta nel 1931. Giacomo, che non mancò mai di occuparsi degli affari di famiglia (ma era la madre che li seguiva in prima persona), ereditò dai genitori una forza di carattere, che rasentò spesso la durezza, come quando, alla vigilia delle nozze, costrinse la cattolicissima fidanzata Velia al matrimonio puramente civile, minacciando la rottura del loro rapporto. Ma anche quella capacità di sfidare gli avversari con atteggiamenti al limite della baldanza provocatoria, che percorse tutta la sua carriera politica.
In questa famiglia milionaria, nell’ultimo decennio dell’Ottocento, era infatti penetrato il socialismo, la nuova fede della gioventù colta di allora: sembra che anche il vecchio Girolamo fosse di orientamento socialista, certamente lo era Matteo, il fratello maggiore di Giacomo e il suo vero maestro. Il futuro deputato, nato nel 1885 (aveva quindi due anni meno di Mussolini), si dichiara socialista già nel 1898 e nel 1901 scrive il suo primo articolo su «La Lotta», il periodico socialista locale. Dopo gli studi giuridici brillantemente compiuti a Bologna (laurea nel 1907), per qualche tempo pensa di avviarsi alla carriera universitaria, ma poi nel 1910 viene eletto nel Consiglio provinciale e diventa politico a tempo pieno.
Che tipo di socialismo fu quello di Matteotti? Egli militò fino alla morte nella corrente del socialismo italiano comunemente detta riformista, diventando il segretario del partito a cui essa diede finalmente vita nell’ottobre del 1922. Ma — alla luce di questo lavoro di Romanato e di molte delle sue riflessioni — si deve problematizzare la consistenza di questo suo riformismo. Se per riformismo si intende una visione del socialismo come espansione continua della democrazia, senza un punto di rottura o un salto di qualità che segni la nascita di uno Stato e di una società completamente nuovi, difficilmente si può definire Matteotti un riformista. Egli, a questo salto di qualità, continuò a credere: così non si propose un’ampia strategia di riforme politiche che allargassero via via la democrazia italiana (del tipo, per intendersi, di quella presentata da Salvemini al congresso socialista di Milano nel 1910), ma ostentò sempre uno spirito di «scissione» (uso, non a caso, un vocabolo soreliano) rispetto allo Stato italiano, considerato una realtà istituzionale rispetto a cui il movimento socialista non aveva niente a che vedere. Era semmai un gradualista: a differenza dei massimalisti e poi dei comunisti, non credeva all’ora x, a un evento palingenetico che trasformasse ab imis la società capitalistica, ma a un processo di trasformazione lento e continuo che partisse dal basso ed emanasse dalle organizzazioni di classe (le leghe contadine in specie) più che dal partito, e dalla rete dei comuni e delle strutture locali di potere: giustamente in questa impostazione si sono ravvisati echi del pensiero di Sorel, con cui quasi tutti i socialisti che avevano vent’anni intorno al 1905, si confrontarono, anche quelli che si tennero poi distanti dal sindacalismo rivoluzionario. Una tale espansione dal basso doveva avvenire — finché era possibile — nella legalità, ma soprattutto alla legalità, al rispetto delle regole doveva essere richiamata e in qualche modo «costretta» la borghesia. Come già aveva ricordato Friedrich Engels in uno dei suoi ultimi scritti (1895), di fronte allo sviluppo impetuoso del socialismo, i partiti dell’ordine avevano cominciato a esclamare: la légalité nous tue, «mentre noi — aggiungeva — in questa legalità ci facciamo i muscoli forti e le guance fiorenti, e prosperiamo ch’è un piacere». Costringerli a questo terreno, significava per il socialismo assicurarsi una possibilità di continua espansione e sviluppo (e di arretramento sistematico dell’avversario di classe): questo, credo, il vero senso del «primato del diritto» sostenuto da Matteotti (p. 82), che da molti è stato indicato come l’anima profonda del suo riformismo.
Una tale concezione del socialismo spiega la singolare dicotomia di comportamento che il socialista polesano mostrò nella sua attività di dirigente locale e in quella di deputato al Parlamento nazionale: a Rovigo, rivoluzionario e ossequiente all’estremismo oppressivo delle leghe del primo dopoguerra, alla Camera, legalitario ed esperto di questioni tecniche e giuridiche. Ma anche i suoi atteggiamenti in alcuni passaggi cruciali di quegli anni restano significativi: ultraneutralista nel 1914, Matteotti fu il solo socialista italiano che sostenne pubblicamente, in un articolo sulla «Critica sociale» di Turati, la proposta di sviluppare «un’agitazione rivoluzionaria» per fermare l’entrata in guerra dell’Italia. Se il Partito socialista scelse poi l’equivoca formula del Né aderire, né sabotare, Matteotti fu spesso più vicino alla seconda prospettiva, come quando — nel clima di emergenza nazionale provocato dallaStrafexpedition della primavera del 1916 — dichiarò nel Consiglio provinciale di Rovigo: «A noi non importa che il nemico sia alle porte, siamo dei senza patria», aggiungendo, rivolto ai consiglieri dei partiti avversari: «Siete degli assassini, dei barbari in confronto agli austriaci» (p. 214). Anche se non rimase abbagliato dalla rivoluzione bolscevica, ritenne tuttavia necessario andare al di là della tradizionale linea del riformismo turatiano e al congresso di Bologna dell’ottobre 1919 cercò un accordo con i massimalisti.
Soprattutto diede una copertura politica (volente o nolente) al «clima di violenza e di guerra civile che, a opera dei socialisti e soprattutto delle leghe, imbarbarì la provincia [polesana] durante il biennio rosso» (p. 221). Su tale clima, Romanato scrive alcune delle pagine migliori di questo libro (pp. 151-169), dimostrando la pressione insostenibile a cui il potere socialista (nel 1920 il Partito socialista italiano conquistò tutti i sessantatré comuni della provincia e trentotto consiglieri su quaranta al Consiglio provinciale) sottopose il resto della popolazione con una serie interminabile di violenze e di intimidazioni. Son cose note agli storici del primo dopoguerra italiano, ma che pure troppo spesso si continua a trascurare nell’esaminare le dinamiche che portarono poi alla reazione fascista. Ché, sulle prime, di «reazione» (nel significato proprio della parola) si trattò: «Non è possibile — scrive Romanato — attribuire solo all’uso della violenza la vittoria dello squadrismo fascista [nel primo semestre del 1921]. Essa è la risultante di una serie di errori politici la cui responsabilità va fatta ricadere soprattutto sul socialismo polesano, il partito che aveva il controllo totale della provincia — politico, amministrativo, sociale, parlamentare — e che lo perdette nel giro di un solo inverno, quello del 1920-21» (p. 158). E aggiunge: «La rapidità con la quale il fascismo riuscì a normalizzare la provincia, addirittura in anticipo sui tempi nazionali, (…) rappresenta una pagina della storia polesana e italiana di non facile interpretazione».
Alla fine del 1920 i socialisti erano padroni di tutto, nel maggio del 1922 gli iscritti al Fascio nel Polesine erano diventati quasi novemila e Rovigo era la provincia veneta con il maggior numero di aderenti. Come mai quell’immensa organizzazione era crollata come un castello di carta? La violenza fascista, certo. Ma si ha anche la sensazione che la totalizzante egemonia socialista degli anni precedenti fosse dovuta, in parte considerevole, proprio alle intimidazioni e alla pressione sociale esercitata dalle organizzazioni proletarie: non appena vi si aprirono le prime falle, iniziò subito l’emorragia dei consensi e si sviluppò — direbbero i politologi — un Bandwagon effect: molti degli stessi organizzati nelle leghe rosse andarono a cercare protezione e tutela nelle nuove organizzazioni fasciste. Fu post res perditas che Matteotti divenne un vero riformista: dopo l’ottobre del 1922 iniziò ad avvertire che la difesa delle istituzioni statutarie era il porro unum necessarium anche per un partito che si richiamava al socialismo e che — a questo scopo — era necessario sviluppare una larga politica di alleanze politiche e sociali. Ma era troppo tardi, anche per le debolezze del suo stesso partito. Tra i riformisti, infatti, non furono pochi quelli che ritenevano possibile aprire una trattativa anche col Governo Mussolini, come si era fatto per decenni con i Governi precedenti: per la protezione della rete delle cooperative, per lo sviluppo di organizzazioni operaie ormai completamente spoliticizzate, per un programma laburista, non più socialista. Ed è noto come Mussolini lanciasse più volte delle avances in questo senso, che non furono sempre rispedite al mittente. Romanato ricorda che anche il passaggio della legge Acerbo nell’estate del 1923 non avvenne solo per il cedimento dei deputati popolari (come invariabilmente si ripete), ma anche per le larghe assenze (non certo casuali) nelle file dei deputati socialisti riformisti. Dopo la votazione decisiva, in cui quella legge ebbe solo 21 voti di maggioranza, Turati scriveva alla sua compagna Anna Kuliscioff che «dei nostri ne mancarono 30 o 40, il che significa che siamo stati noi a dare la vittoria al fascismo!» (pp. 251-252).
Matteotti si definì allora il generale di «un esercito che continua a scappare» e certo la sua posizione dell’ultimo anno della sua vita fu al tempo stesso di esposizione ad alti rischi, che forse non furono da lui e dagli altri dirigenti riformisti adeguatamente valutati, e di isolamento nello stesso Partito socialista unitario. Fu questa sua ferma opposizione a ogni dialogo del suo partito e della cgl con Mussolini la vera causa della sua uccisione? Oppure Matteotti era venuto in possesso in Inghilterra di documenti che testimoniavano una pioggia di tangenti da parte della Sinclair Oil verso esponenti del regime fascista e si apprestava a farne denunzia in un intervento alla Camera previsto per l’11 giugno? O, come si è a lungo ripetuto, era stato l’infuocato discorso parlamentare del 30 maggio sul clima in cui si erano svolte le recenti elezioni del 6 aprile 1924 a condannarlo? Romanato dimostra come quell’intervento parlamentare sia stato in realtà improvvisato e fatto a braccio e sembra propendere per la pista «petrolifera», ma — saggiamente — evita di dare risposte definitive.
Nel rapimento di Matteotti furono coinvolti due polesani: il sottosegretario agli Interni del governo Mussolini, Aldo Finzi, che viveva a Badia, non lontano da Fratta ed era stato volontario nella Grande Guerra, partecipando al volo su Vienna guidato da D’Annunzio il 9 agosto 1918; e Giovanni Marinelli, originario di Adria, socialista prima della guerra, anzi sindacalista rivoluzionario, che poi aveva seguito Mussolini nella scelta interventista, abbandonando il partito. Insomma due vecchie conoscenze di Matteotti, da anni due suoi nemici irriducibili. Entrambi accomunati da una fine tragica: Marinelli, segretario amministrativo del Partito nazionale fascista, fu fucilato a Verona l’11 gennaio 1944 per aver votato l’ordine del giorno Grandi nella fatidica seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943; Finzi, dopo vent’anni di emarginazione politica, sarebbe stato ucciso alle Fosse Ardeatine nel marzo successivo. Insomma la storia di sangue iniziata il 10 giugno 1924 trovò un altrettanto tragico epilogo vent’anni dopo: forse fu soltanto un caso, ma, nell’Italia liberata, Finzi e Marinelli avrebbero potuto svelare molti retroscena del rapimento e dell’uccisione di Giacomo Matteotti.
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