Un artista capace di far tutto e bene dal teatro d’autore agli “Intoccabili”

Vero e proprio caso mediatico David Mamet: ha una vena da polemista di razza espressa in libelli subito diventati leggendari. Nel cinema ha saputo dare profondità anche a registi “muscolari” e di cassetta

Claudio Siniscalchi per “il Giornale

Dai primi decenni del Novecento, quando Hollywood divenne la mecca del cinema, e poi la nuova Bisanzio, la nuova Babilonia, la porta dell’Inferno (l’elenco dei giudizi negativi potrebbe continuare a lungo), gli intellettuali europei hanno considerato il regista uno schiavo del sistema. È nota la delusione di Luis Buñuel (la quintessenza dell’artista europeo) nel vedere il viennese Josef von Sternberg, dipendente di lusso della Paramount, pranzare tranquillamente mentre i suoi assistenti preparavano il set dove poco dopo si sarebbe mossa la divina Marlene Dietrich. La raffigurazione del regista americano è oscillata tra due polarità: un venduto al sistema o una vittima schiacciata dall’arroganza dei produttori. Nei primi anni del secondo dopoguerra in Francia i «giovani turchi» sulle pagine dei Cahiers du cinéma, in aperta polemica con la critica ufficiale francese (filocomunista) che non amava il cinema americano, idolatrarono una serie di geni della messa in scena (Welles, Hawks, Hitchcock). Maestri della forma, sapienti artigiani paragonabili agli artisti rinascimentali, sempre impegnati a fronteggiare i produttori. Ma che potessero essere lucidi interpreti del proprio tempo, paragonabili addirittura ai filosofi, nemmeno a parlarne.

La superiorità intellettuale europea è stata (e resta) un retaggio duro da cancellare. Prendiamo l’avventura intellettuale di David Mamet. Paragonarlo, come è stato fatto, a una reincarnazione di Platone nell’universo hollywoodiano, può sembrare un’esagerazione. Ma non lo è. David Mamet, sessantaquattro anni a novembre, ebreo di origini russe, nato a Chicago, è un artista totale. Premio Pulitzer per un’opera teatrale (nel 1984 per Glengarry Glen Ross), ottimo sceneggiatore, autore di una dozzina di film di varia qualità e di diversi prodotti per il piccolo schermo, insegnante universitario, fine chiosatore della religiosità ebraica (suo è un commento alla Torah realizzato assieme a un rabbino), polemista ostico.

David Mamet si è affermato come autore teatrale. Al più influente critico letterario in attività, Harold Bloom, Mamet sembra una perfetta sintesi tra Groucho Marx e Samuel Beckett (e per Bloom con l’opera scarnificata di Beckett si conclude il «canone occidentale», avviato dalle sacre scritture, passato per Dante e fissato da Shakespeare). E questo potrebbe già bastare. Però Mamet non si è fermato alle tavole del palcoscenico. La celluloide ad un certo punto della sua avventura artistica si è rivelata magnetica. Sapeva scrivere Mamet, e ha cominciato ovviamente a sceneggiare film. Non si è gettato però in operazioni d’autore tipo adattamenti di Harold Pinter. Infatti lo troviamo tra gli sceneggiatori di Il postino suona sempre due volte di Bob Rafelson (1981), Il verdetto di Sidney Lumet (1982, prima nomination all’Oscar), Gli intoccabili di Brian De Palma (1987), Sesso & potere di Barry Levinson (1998, seconda nomination all’Oscar), Ronin di John Frankenheimer (1998), Hannibal di Ridley Scott (2001). Registi di capacità narrative spettacolari, spesso impegnati in un «cinema muscolare» in linea di principio lontano dalle sottigliezze verbali e dall’ironia di Mamet. Appunto, in linea di principio. Ma la realtà è altra cosa.

Il passo dalla macchina per scrivere alla macchina da presa è stato breve, poiché Mamet non solo sapeva sceneggiare, ma anche dirigere attori. Il debutto è incoraggiante.

La casa dei giochi (1987) e Le cose cambiano (1988), entrambi interpretati da un attore che prometteva molto, Joe Mantegna (limitato dalla fisionomia italo-americana), sono due gioielli. Il resto della filmografia è puro professionismo. Il mondo di Hollywood non è amato da Mamet. Lo si capisce vedendo Hollywood, Vermont (2000), ma soprattutto leggendo Bambi contro Godzilla. Teoria e pratica dell’industria cinematografica (in Italia l’ha pubblicato minimumfax nel 2008).

Il furore di Mamet riversato sugli avidi signori della produzione, per la qualità della scrittura, si posiziona sulla stessa linea di un sottogenere della letteratura americana, specializzato nella demolizione del mito hollywoodiano, i cui padri nobili sono Francis Scott Fitzgerald, Nathanael West, Norman Mailer, Gore Vidal e Charles Bukowski. L’ultimo in ordine di tempo è Art Linson, autore del romanzo What Just Happened? Storie amare dal fronte di Hollywood. Barry Levinson dalle pagine di Linson ha tratto nel 2008 il divertente e istruttivo Disastro a Hollywood. In quel cast di tutto rispetto (Robert De Niro, Sean Penn, John Turturro, Stanley Tucci, Bruce Willis) il bel volto occhialuto di David Mamet non avrebbe sfigurato. Ovviamente nel ruolo di se stesso.

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