Daniele Silvestri è diventato grande

Riascoltato a qualche mese dalla sua uscita, S.C.O.T.C.H. è un concept album incredibilmente compiuto

Andrea Scanzi per “La Stampa

Era 17 anni fa. Un ventiseienne figlio d’arte andava a Sanremo citando il Bob Dylan diSubterranean Homesick Blues, mostrando cartelli sopra i quali c’era il testo della sua L’uomo col megafono.
Ribelle, didascalico, manicheo, eclettico, con tanto di buoni e cattivi nelle note dell’album Prima di essere un uomo (Fausto Bertinotti, per la cronaca, era “buono”). Daniele Silvestri è stato, sin dall’inizio, un talento atteso. “Il figlio di Alberto”, storico co-autore (tra le molte cose) delMaurizio Costanzo Show.
La canzone d’autore li aspettava così tanto, i Silvestri e i Samuele Bersani, da averli seppelliti sin dall’inizio con i premi: Targhe Tenco e via. Per qualcuno hanno un po’ deluso, per altri no.
Ho sempre pensato che a Silvestri mancassero i toni medi. Ogni suo disco era in grado di indovinare palesemente il gran pezzo (Aria, Il mio nemico), o il brano felicemente orecchiabile (di cui è maestro), alternandoli però a tracce di bruttezza spietata. Tutto o niente. I suoi album risultavano incostanti e disomogenei, sinusoidi nervose ed estreme. Dal vivo, poi, la tendenza a spiegare al mondo come pensarla – i suoi afflati tribunizi – facevano sì che ogni serata live somigliasse a un’adunanza pseudo-sediziosa di Rifondazione Comunista. A un consesso post-Inti Illimani, tra magliette del Che e nostalgie canaglie di una Comune o un Consultorio (cit). E per sua fortuna, Silvestri non è mai stato i Modena City Ramblers  i 99 Posse.
Amato (ma un po’ abbandonato) dalla critica e timidamente detestato da chi non sopporta che la buona musica sia anche orecchiabile, Silvestri non ha mai smesso un meraviglioso costruttore di singoli di successo dotati di cervello e ironia. In questo non ha rivali: Kunta Kinta, Salirò, La paranza. Canzoni che tutti conoscono, e che non riesci a non canticchiare. Hit radiofonici senza essere dementi: quasi un miracolo.
Si aspettava però il disco della maturità. Attesa anche lecita, per un eterno ragazzo di 43 anni. I suoi tempi creativi sono lenti, buona cosa. Non ha fretta e non deve vendere per forza. S.C.O.T.C.H.,l’ultimo disco, è uscito quasi cinque anni dopo Il latitante. All’inizio mi era sembrato solo un buon disco, con i consueti alti e bassi. Riascoltato adesso, dopo che ho avuto modo di sentirlo e incontrarlo a Italia Wave e il Festival Gaber, mi pare un concept album riuscito fin quasi alla perfezione. L’avevo sottovalutato.
Non c’è un brano fuori posto. Ammetto di saltare a volte La chatta, rilettura ironica de La gatta(con tanto di cameo di Gino Paoli) che mi convince più per idea che non per resa. ma è un dettaglio.
Silvestri – che nelle ultime foto ricorda incredibilmente l’attore protagonista di Into The Wild - non mostra soltanto il navigato eclettismo di generi, dal pop al rock, dall’hip hop al quasi dance: c’è sempre un’idea di fondo, stavolta messa a fuoco e ben sviluppata. Avessi il desiderio della banalità, e a volte la realtà è banale, scriverei che la sofferenza – separazione, etc – gli ha fatto bene. C’è, qui, una sublime capacità di raccontare l’Epa (Epoca Precaria Attuale) senza mai essere bolsi e forti di bussole agnitive come memoria e rispetto.
La dolcezza iniziale de Le navi, il magistrale duetto con Niccolò Fabi in Sornione (cinque minuti di cantautorato romano ai massimi livelli), l’ironia ben scritta di Cos’è sta storia qua. L’apparente leggerezza dance (e il profluvio di allitterazioni, che Silvestri ama da sempre) di Fifty-fifty, che racconta così bene quella stranezza per cui si è veramente soli unicamente se in coppia (e viceversa).
Il tratteggio melodico diAcqua stagnante, la filastrocca dolentePrecario è il mondo. La cover gaberiana di Io non mi sento italiano, che ha impiegato un bel po’ a rendere sua – e non penso soltanto all’esibizione sfortunata da Fazio e Saviano: non mi piacque neanche a Tuttiinpiedi!.
Il rock di Monito(r), che auspica una “penna disonesta” presidenziale che non firmi l’ennesima legge ad personam. La perfezione “furba” (ancora un singolo perfetto) di Ma che discorsi. Il tributo arditamente allegro a Paolo Borsellino (L’appello). Il trasloco esistenziale de Lo scotch, le ospitate preziose e mai a caso (Raiz, Camilleri, Servillo, Bollani, Bunna, etc). E il candore patrio di Questo paese, che chiude ispiratamente l’opera.
S.C.O.T.C.H. è uno dei migliori dischi italiani degli ultimi anni. Ben arrivato, Uomo col Megafono. Ti aspettavamo da un bel po’.

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