L’eleganza di essere trascurati

Giuseppe Scaraffia per “Il Sole 24 Ore

Nel 1830, tra la folla elegante che affollava i boulevard e i caffè di Parigi, si poteva cogliere una nota stonata. Era Honoré de Balzac – il «de» nobiliare se lo era appena aggiunto – impressionante per il lusso trasandato del suo abbigliamento. Lo sparato gualcito risaltava sul gilet di picchè, traversato dai bagliori della catena d’oro dell’orologio, mentre lo scrittore, nell’euforia di un discorso, agitava minacciosamente il bastone da passeggio scintillante di turchesi. Erano, spiegava gongolando, un dono delle sue ammiratrici.
Solo agli intimi invece mostrava il contenuto di quel pomo vistoso: la miniatura di una donna a seno nudo. Per i molti che avevano apprezzato la sapienza con cui aveva ritratto l’eleganza squisita dei dandies quelle stravaganze erano inspiegabili. Ma nessuno più di quel trentenne approdato a Parigi dalla provincia conosceva le debolezze del suo aspetto. Balzac era piccolo e tracagnotto. Aveva la testa grossa, il naso schiacciato, la bocca sdentata, i capelli radi e trascurati. Però negli occhi castani c’era un fuoco che lo rendeva affascinante. Nessuno più di lui sapeva quanto il suo fisico non potesse gareggiare con la distinzione o la bellezza dei viveur. Proprio per evitare ogni paragone aveva scelto quella tenuta sfarzosa e paradossale che, facendo sorridere, evitava che si ridesse del resto. Per vedere quanto sapesse essere elegante, bisognava penetrare nella stanza in cui Honoré scriveva febbrilmente, avvolto in un soffice saio di cachemire bianco.
In quel 1830 che aveva visto il tramonto, sulle bariccate, degli ultimi Borbone e l’ascesa di Luigi Filippo, il «re borghese», Balzac era irritato. All’assurdo tentativo di resuscitare un mondo ferito a morte dalla rivoluzione del 1789 era succeduto un presente deludente. Ovunque, meditava quello scrittore amato da Marx per la sua attenzione all’economia, dominava in tutta la sua ottusità il denaro. Per questo, più ancora che per pagare i debiti accumulati dal suo amore per il lusso, aveva deciso di scrivere questo Trattato sulla vita elegante, allietato dai deliziosi disegni di Massimiliano Mocchia di Coggiola. Un saggio ancora stimolante nel nostro tempo, indifferente quanto il suo ai valori morali. Un’epoca di cieca ostentazione, in cui la scelta di una meditata eleganza può diventare il primo passo verso l’etica.
«L’uomo che vede nella moda solo la moda è uno sciocco. La vita elegante non esclude il pensiero o la scienza, ma li consacra». La dilatazione odierna del tempo libero non può infatti fare a meno dell’arte di animare il riposo. «Non bisogna limitarsi a godere del tempo, ma impiegarlo in un ordine di idee estremamente elevato». In una società calamitata dall’ostentazione è importante ricordare che l’eleganza è «il lusso della semplicità, più che la semplicità del lusso». Che, in una moda daltonica, «l’abbondanza di colori denota cattivo gusto». Che gli sfarzi sono volgari. «I bisogni di un uomo di buon gusto devono essere semplici». E mai si deve lasciare intuire il costo di un abito. «L’effetto più essenziale dell’eleganza è di nascondere i propri mezzi». Ma niente è più squallido delle ossessive precauzioni per non rovinare quelli che restano comunque degli oggetti. Infatti «l’uomo di gusto deve saper godere di tutto ciò che possiede. Un uomo di gusto giudica, come gli artisti, dalle minuzie». Sulla folla composita e diversamente abbrutita degli oziosi e dei lavoratori trionfa l’artista: «Il suo ozio è un lavoro, e il suo lavoro un riposo; è sia elegante che trascurato; indossa, per scelta, la blusa da contadino e impone il frac indossato dall’uomo alla moda; non subisce le leggi: le detta».

Honoré de Balzac, Trattato della vita elegante, a cura di Alex Pietrogiacomi, Piano B, Prato, pagg. 112, € 12,00

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