Bruno Arpaia per “Il Sole 24 Ore“
Che personaggio, Carlos Barral. Alto, portamento rigido, grandi occhi a mandorla, capelli quasi biondi e un’ampia cappa nera che lo avvolgeva quasi in permanenza durante i suoi frenetici viaggi da una capitale europea all’altra. Fu l’editore spagnolo che, a partire dagli anni Cinquanta, riuscì non solo ad aprire una breccia nel muro di ottusità eretto dal franchismo, ma anche a trovarsi al centro (con il premio Formentor e non solo) di una rete che teneva insieme i grandi editori europei (da Einaudi a Feltrinelli, da Rowohlt a Gallimard) e faceva conoscere al mondo scrittori come Vargas Llosa o Mishima, Cortázar o Carpentier, Max Frisch o Gombrowicz. Ma Barral fu anche un poeta, un membro, forse il più strutturato e uno dei migliori, di quella «scuola di Barcellona», attiva tra la fine dei Cinquanta e la metà dei Sessanta, che annoverava tra gli altri Gil de Biedma, José Agustín Goytisolo e Gabriel Ferrater. E poeta, nel fondo, si sentiva egli stesso, se, lamentandosi del personaggio dell’«editore spagnolo con la cappa» che era quasi costretto a interpretare e del poco tempo libero che quel ruolo gli lasciava, scrisse: «Una situazione pessima per il poeta lirico che ero convinto di essere». Ma non è finita. Nella maturità, Barral fu anche senatore socialista e deputato al parlamento europeo, nonché autore di tre importantissimi libri di memorie: Anni di penitenza, Gli anni senza scusa e Quando le ore veloci, pubblicati tra il 1975 e il 1988.
Da quei tre splendidi libri, ora Roberto Baravalle, Paolo Collo e Glauco Felici hanno ottimamente selezionato per il pubblico italiano le pagine migliori o quelle che più possono riguardarci per i loro riferimenti a Giulio Einaudi, Giangiacomo Feltrinelli, Alberto Mondadori, Alberto Moravia, Dacia Maraini, Valentino e Ginevra Bompiani, Italo Calvino, Umberto Eco, Elio Vittorini e molti altri. Si tratta di memorie sotto il segno di una “metodica inesattezza”, in cui non sono tanto importanti la precisione delle date o la documentazione dei fatti, quanto l’agglutinazione tematica e il particolare punto di vista, che (Barral ne era, come sempre, consapevole) le rendono meritevoli di «aspirare a raggiungere la dignità di opera narrativa». Così, è davvero un enorme piacere leggere le sue magistrali descrizioni della Barcellona e della Spagna franchista tra il 1939 e il 1950, ripercorrere il suo profondo rapporto con il mare e con il paesino di Calafell, assaporare i ricordi dei suoi rapporti con la censura franchista o con il Gotha dell’editoria intenazionale tra Francoforte, Parigi e Maiorca, gli aneddoti sugli innumerevoli scrittori che ha incontrato, o le sue riflessioni, allo stesso tempo profonde e disincantate, sugli uomini, sui libri e sulla società.
Nulla di più lontano da Barral del rimpianto per i tempi d’oro dell’editoria e della cultura europee di cui era stato protagonista. Eppure, noi italiani che leggiamo adesso queste pagine non possiamo evitare un pizzico di nostalgia per quel periodo pieno di promesse e di speranze, per quell’epoca in cui, per esempio, «Milano era, se non proprio la capitale letteraria d’Europa, per lo meno quella dell’ingegno e dell’inventiva editoriale».
Carlos Barral, Il volo oscuro del tempo,
a cura di Roberto Baravalle, Paolo Collo e Glauco Felici, Il Saggiatore, Milano, pagg. 334 | € 29,00
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