Parla il nuovo ministro della Cultura tunisino, impegnato a salvare il patrimonio archeologico che il regime aveva lasciato saccheggiare
Daniela Fuganti per “La Stampa“
Mentre la Tunisia si risolleva lentamente dai travagli rivoluzionari, il neoministro dei Beni culturali e della Salvaguardia del Patrimonio, Azedine Beschaouch, sta letteralmente travolgendo le cattive abitudini radicate negli anni passati, quando il suo ministero era essenzialmente uno strumento di propaganda politica per il regime di Ben Ali. Archeologo di fama internazionale, insieme al primo ministro Beji Caïd Essebsi è forse il personaggio più popolare dell’attuale governo transitorio.
Signor ministro, proprio lei, che ha contribuito con passione a salvare molti siti archeologici in tutto il mondo, facendoli iscrivere nelle liste dell’Unesco, ha dovuto invece assistere impotente agli scempi perpetrati contro il patrimonio del suo Paese nei vent’anni della dittatura di Ben Ali…
«Non è stato facile! Non passa giorno senza che la Commissione nazionale d’indagine sulla corruzione, messa al lavoro da me e diretta da un grande giurista, ritrovi reperti archeologici nelle dimore lussuose dei notabili di regime legati alla famiglia dell’ex presidente. Ma ancor più vergognoso è che questi “baroni” si siano permessi di snaturare gli oggetti per adattarli alla loro esigenze di arredamento: alcuni erano usati come colonne, altri come tavoli da cucina o recinzioni per piscine. Per esempio, è stato troncato e svuotato il torso di una statua per farne un lavabo; hanno fatto a pezzi una lastra musulmana antica per ricavarne soprammobili…».
Come riuscivano a impossessarsi dei reperti? Con il benestare di chi?
«Si è venduto e rubato a ogni livello. Ci si è riforniti nei depositi dei musei: dalle cantine del Museo del Bardo mancano 87 pezzi spariti nel 2009. Ma ciò che più mi affligge è che certi cosiddetti archeologi li hanno aiutati. Purtroppo, molte di queste persone le conosco personalmente: sono miei ex allievi o colleghi insospettabili che, con dolore, ho dovuto allontanare dai posti di responsabilità, rinunciando a collaborare con loro, poiché si sono resi complici di un gravissimo massacro morale».
«Si ha un’idea precisa di quanto sia stato trafugato? A che punto sono arrivate le operazioni di recupero?
«È difficile valutare il danno subito dal patrimonio tunisino. Penso che da febbraio 2011 a oggi siano stati recuperati i tre quarti degli oggetti archeologici sottratti, alcuni dei quali si trovavano già fuori del Paese. Il comitato incaricato di indagare sugli oggetti rubati chiederà la collaborazione dell’Interpol per aiutare la Tunisia – come su mia iniziativa, quando ero all’Unesco, aveva aiutato la Cambogia – a recuperare i tesori scomparsi».
Sembra difficile che queste opere siano riuscite ad andare così lontano senza l’aiuto di qualche responsabile del regime…
«Alcune personalità legate all’ex dittatore sono attualmente sotto inchiesta, per complicità con i ladri e traffico di oggetti storici. A cominciare da Beji Ben Memmi, ex sindaco di Tunisi ed ex direttore dell’Inp (Istituto nazionale del patrimonio). E dal suo autista personale, accusato di aver fornito il suo aiuto per il trasporto di oggetti antichi verso dimore appartenenti alle famiglie Trablesi e Materi, rispettivamente cognato e genero di Ben Ali. Avevano a disposizione delle auto con targa diplomatica per passare le dogane e tutti i vari punti di controllo. Ma quello che è più grave, sono le costruzioni illecite e i tentativi di furto constatati anche in questi ultimi mesi nei siti archeologici controllati appunto dall’Inp».
Uno dei punti più scottanti è l’oltraggio a Cartagine e il declassamento dei suoi terreni, iscritti fin dal 1979 nella lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco.
«L’occupazione dei terreni di questo sito unico al mondo è avvenuta in maniera pressoché pubblica, ma in un silenzio di piombo. Sono state declassate alcune zone archeologiche di Cartagine e di Sidi Bou Said, con una serie di decreti del capo dello Stato (quattordici per la precisione, dal 1992 al 2008), proprio attraverso l’espressione giuridica più alta e sacra della nazione: l’atto presidenziale. E ciò per favorire i traffici e le speculazioni immobiliari della cricca al potere! Con il consenso e la complicità degli organi amministrativi, il sito è stato sottratto alla proprietà pubblica per essere consegnato a personaggi di regime, familiari del presidente e uomini d’affari corrotti. Gli accoliti dell’ex dittatore e di sua moglie, attraverso semplici procedure amministrative, si sono visti attribuire – a cifre simboliche – terreni di grande valore, che hanno poi rivenduto a caro prezzo ad altre persone: promotori immobiliari o cittadini danarosi, interessati a costruirsi una villa a Cartagine, il “must del must”. Questa città ha rappresentato naturalmente il mio primo pensiero fin da quando sono arrivato al ministero. Ho subito proposto un decretolegge per l’abolizione di tutti i decreti di declassamento promulgati sotto il regno di Ben Ali».
Cartagine è davvero la sua creatura: fu proprio lei a organizzare e a coordinare nel 1973 la campagna di scavi di salvataggio, denominata «Servanda Carthago», che proiettò il sito, all’epoca ancora semi-ignorato, sulla scena internazionale. Un’operazione mediatica coronata con l’inserimento nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco.
«È vero, negli Anni 70 l’ho salvata una prima volta. E ne sono fiero. Dal 1973 al 1983, nella veste di direttore dell’Istituto nazionale di archeologia, avevo intrapreso e coordinato questa campagna di scavi di salvaguardia, sotto l’egida dell’Unesco, per attirare l’attenzione internazionale su Cartagine che già allora rischiava di scomparire sotto le ruspe degli imprenditori immobiliari. Italiani, francesi, inglesi, tedeschi, americani, tutti aderirono con entusiasmo a un’iniziativa che condusse a grandi scoperte: prima fra tutte la constatazione che, malgrado la distruzione della città da parte dei Romani, restava intatto un intero quartiere punico (quello che oggi si trova nei pressi del museo), con case dell’epoca di Annibale.
«Ma ora purtroppo ci risiamo. Abbiamo evitato per il rotto della cuffia la vergogna internazionale: quest’anno, a causa dei massacri e della cattiva amministrazione, il Comitato del patrimonio mondiale dell’Unesco aveva deciso di dichiarare Cartagine zona sinistrata, in pericolo. Ecco dunque un valido motivo per rilanciare la parola d’ordine “Servanda Carthago”, opponendoci una volta per tutte alla Carthago delenda est decretata da Catone più di duemila anni fa».
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