Sole nero sui passi del giusto

Cristiana Dobner per “L’Osservatore Romano

Lo scrittore e giornalista ebreo Pierre Assouline, di origini marocchine e con studi alla Scuola di lingue orientali di Nanterre, già direttore della rivista letteraria «Lire» nonché autore di numerose biografie accurate e complete di celebri personaggi — quali Simenon, Gallimard, Cartier-Bresson, tanto da autodefinirsi un «serial biografo» — sorprende ora i suoi lettori con una biografia dedicata a Giobbe, il personaggio biblico, «uno dei vertici della poesia di tutti i tempi».

Lo stesso titolo Vies de Job. (Parigi, Gallimard, 2011, pagine 491, euro 21,50) incuriosisce per quel plurale che annuncia qualche cosa d’insolito, infatti se è una biografia critica che presenta molteplici facce e sfaccettature, è pure un romanzo autobiografico: «Non è nulla. Non è un racconto, neppure un discorso. Perdonatemi. Lo ho chiamato romanzo perché me lo si perdoni».

Si tratta proprio del libro di Giobbe che ha ispirato innumerevoli commentari ebraici, cristiani, musulmani, acceso il guizzo ispirativo degli artisti, dei pittori, degli scrittori nel corso dei secoli.

L’autore è animato da una consapevolezza assoluta e dichiarata: «Io sono proprio abbastanza Meschugge(cioè matto!) per lanciarmi nella biografia di un uomo, che mi si assicura, non è mai stato un uomo ma una parabola. Non arriverò però fino a vivere su di un mucchio di cenere all’uscita dal villaggio».

Anche perché è super impegnato con suo blog, «La république des livres», uno dei più letti nel mondo con migliaia di post e di commenti, diretto da lui stesso in prima persona: legge e risponde a chiunque l’interpelli o lasci un commento.

Il panico però, almeno transitorio, è in agguato: «Mio Dio in che cosa mi sono imbarcato! La biografia di un’idea. La biografia di un principio. La biografia di un’assenza».

Assouline lancia un invito a ibridare il genere del romanzo, a fargli la festa e a mescolarlo con altri generi, parte quindi dalla fonte dei secoli sulle tracce di Giobbe, dove ha vissuto ma anche dove vive ancora, con un solo scopo «raccontare la storia del mondo, o all’incirca, dalle origini ai nostri giorni, più o meno, attraverso il suo prisma esclusivo», guardando al significato, agli echi e alle risonanze dell’uomo giusto oppresso dalle ingiustizie: «Giobbe, il suo corpo, il suo spirito, la sua anima, il suo mito, la sua leggenda, la sua presenza, il suo libro», un’opera uscita dal genio di un’artista.

Una ricerca che nulla tralascia per impegnarsene, finché il minimo dei suoi versi gli divenga intimo, tanto personale «quanto una lettera privata scaturita dal mio inchiostro», quello dello stesso Assouline.

L’incubazione di Giobbe è stata lunga e diuturna fino a scoprire il suo autentico segreto: «La stoffa di cui sono fatti i suoi sogni». Le pagine del romanzo quindi assumono la forma del pretesto per parlare di Giobbe nell’autore e delle sue tracce in noi, persone e lettori. Una sorta di invito a percorrersi e a visitarsi per scoprire che Giobbe ci invita a vedere il mondo non come è ma come noi siamo.

Assouline ritrova una traccia autorevole: chi commenta Giobbe per la prima volta, come Gregorio Magno nei Moralia, non fa lo stesso? Espone infatti la propria dottrina spirituale attraverso un’interpretazione allegorica della storia.

Giobbe di un problema, il Male, fa un mistero: «rende visibile l’invisibile, illumina l’universo e l’irradia segretamente di un sole nero»; Giobbe è un eroe nell’accezione di Romain Rolland, cioè «colui che fa quanto può, mentre gli altri non fanno lo stesso». Per questo Giobbe, opera di universalità assoluta, consente ad Assouline di interrogare tutti i personaggi che solcano i secoli con la storia del suo amico Giobbe, simbolo del giusto che si confronta con il Male e la sofferenza, «la sua poesia è quella della religione pura, la più potente meditazione biblica sulla sofferenza, un testo che ci scoccia da duemilacinquecento anni e non è finita: se per i cristiani Dio si incarna in un uomo, per gli ebrei s’incarna in un libro. È l’infinito del suo studio e del suo commentario che imporrà l’infinito dell’elevazione dell’uomo. Allora, pazienza, lettore».

La preparazione alla stesura del romanzo conobbe tante fasi e tanti incontri: la consapevolezza storica della Shoah e la lunga visita alla Biblioteca dell’École Biblique di Gerusalemme e le interminabili discussioni con gli esperti esegeti domenicani; include musicisti, scrittori e personaggi quali Yosl Rakover che parla con Dio e diventa «mio fratello in Giobbe», il neuropsichiatra Boris Cyrulnik.

In Giobbe si ritrovano vivi e morti e l’autobiografia personale — «la morte di mio fratello mi aveva allontanato da Dio, la morte di mio padre mi ha riavvicinato» — letteratura, filosofia, teologia, esegesi, letteratura e film, come A serious Man dei fratelli Cohen e cantanti come Billie Holiday in Don’t explain.

La lezione di Giobbe è presto detta: la fede autentica è gratuita, «Ama Dio e non attenderti nulla in cambio». Ci vuole una forza di carattere poco comune per ammetterlo e una resilienza a tutta prova, come accadde allo stesso autore nei diversi frangenti della sua esistenza.

Per Assouline «il lettore di un poema sacro non è un commentatore della parola santa. Si porta là dove questa per lui canta». In lui cantò e vorrebbe cantare in tutti coloro che l’accosteranno.

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