Archivio per settembre 2011

Patricia Nagy, Fashion Press Review

settembre 30, 2011

Mert Alas and Marcus Piggott, Vogue Paris, October 2011

Alexey Hay, Elle US, October 2011

Chadwick Tyler, Grey Magazine #5

Yossi Michaeli, 125 Magazine #18

Chadwick Tyler, Grey Magazine #5

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Bassnectar Vs Vau de Vire Society : Bass Center III : Upside Down

settembre 30, 2011

di Corinne Day

settembre 30, 2011

Heaven is Real (Kate eyes open) February 1991 © Corinne Day

Borneo (Kate in floppy sun hat) August 1991 © Corinne Day

Kate Moss 9 portraits, 2006 © Corinne Day

Borneo (Kate carrying coconuts) August 1991 © Corinne Day

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Anche Gustav Meyrink sapeva sorridere

settembre 30, 2011

da “il Giornale

Soltanto a pronunciarli insieme, quel nome e quel cognome, Gustav Meyrink, mettono paura. «Colpa» soprattutto di Il Golem, La notte di Valpurga e L’angelo della finestra d’occidente: roba forte, romanzi che imprigionano il lettore come tele di ragno e ne suggono l’attenzione, mandando a farsi benedire le coordinate spazio-temporali in un crescendo d’inquietudine e smarrimento. Tuttavia, esiste anche un Meyrink non diciamo più leggero, ma più… potabile a piccoli sorsi. Sia per quantità, sia per toni. Si tratta dei brevi racconti pubblicati in origine sulla rivista bavarese Simplicissimus di Albert Langen. Su quelle pagine nacque nel 1901, quasi per caso, il Meyrink scrittore, figlio «degenere» del trentatreenne Meyrink banchiere. E quelle pagine divennero, fino al 1908, un approdo sicuro per le prose dell’autore viennese. Pagine che tornano oggi nella raccolta La morte viola. Racconti esoterici e fantastici (Coniglio editore), a cura di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco. Prevalgono, come spiega de Turris in appendice, il macabro e il grottesco. L’esoterismo è comunque la cifra distintiva di queste narrazioni, ma vi si accentua (a esempio in Le piante del dottor Cinderella) l’impronta espressionista che sarà comune denominatore di molta produzione tedesca nel Novecento. Nell’ultima sua intervista, qui opportunamente riportata, concessa all’Hannoverischer Anzeiger il 18 ottobre 1931, meno di un anno prima della morte, Meyrink confessava: «Uno dei motivi principali che mi spinse a scrivere fu sempre il desiderio, anzi il bisogno di stimolare la gente a un’osservazione simile \, consapevole e visionaria, dato che noi tutti possediamo capacità visionarie, soltanto che esse non vengono mai risvegliate e rimangono pertanto nascoste e inutilizzate».

Felicità antinazista

settembre 30, 2011

Cristiana Dobner per “L’Osservatore Romano

«Bisogna fare il bene finché si è al mondo»; era il motto che sorreggeva l’incredibile attività di Eugenia Schwarzwald: ben 16 ore al giorno di lavoro in una Vienna logorata dalla prima guerra mondiale e dalla crisi economica.

Un alone di mistero circonda la sua infanzia e giovinezza, alcuni dati però sono certi: Eugenia, ebrea nata il 4 luglio 1872 in Galizia, in un villaggetto della foresta da una modesta famiglia, riuscì a iscriversi alla scuola femminile di Czernowitz perché il padre vi trovò lavoro come impiegato in un’agenzia. Grazie alle sue notevoli doti intellettuali, Genia viene trasferita a Vienna a soli 10 anni. Fu costretta però a iscriversi all’università di Zurigo. Nel 1895 le donne ancora non erano accettate nelle università dell’impero asburgico!

Genia compì brillantemente gli studi di filosofia e nel 1900 fu dichiarata dottore, cioè Frau Doktor. Questa lieta conclusione però è solo il preludio di ben altre battaglie che la giovane dovrà sostenere. Il primo passo è il riconoscimento della laurea, il secondo è — per allora, 1902, assolutamente eccezionale — aprire e dirigere un suo liceo femminile nella stessa Vienna; la prima scuola in cui le ragazze potevano presentarsi alla maturità e quindi accedere agli studi universitari. Genia aveva conosciuto il dottor Hermann Schwarzwald, un banchiere, amabile e colto, con cui condivideva appieno quello che riconosceva come impegno della sua vita, cioè educare, ma con metodi innovativi: «Per me — affermava — le persone sono trasparenti, vedo che cosa pensano, vedo che cosa sentono, ancor prima che esse stesse l’abbiano pensato e sentito». (continua…)

Maggiani: «Il mio Caino necessario»

settembre 30, 2011

Maurizio Maggiani

Alessandro Zaccuri per “Avvenire

Ci piacerebbe identificarci con Abele, certo. Ma la genealogia non lascia scampo: siamo discendenti di Caino. Della sua imperfezione, della sua colpa. «Sono d’accordo con san Paolo – spiega Maurizio Maggiani – e anche con Bakunin: l’uomo non è fatto bene, si porta addosso qualcosa di storto, una specie di zoppia». Basta una frase così per ritrovarsi nel mondo dello scrittore che, con romanzi come Il coraggio del pettirosso (vincitore di Viareggio e Campiello nel ’95) e Il viaggiatore notturno (premio Strega nel 2005), ha dato voce al versante più visionario e meno conosciuto della tradizione anarchica. Il che spiega come mai Maggiani sia uno degli autori convocati da “Torino Spiritualità” a meditare sugli aspetti decisivi della Genesi. Domani, sabato 1° ottobre alle 14.30, lo troveremo al Maneggio della Cavallerizza Reale, impegnato a spiegare perché il primo omicidio della storia sia stato appunto «il fratricidio necessario».

Necessario? Questo significa che Caino non aveva scelta?
«Significa che, se lo leggiamo senza pregiudizi, il racconto della Bibbia è terribilmente semplice e, nello stesso tempo, pressoché incredibile. Dio stesso sembra arrendersi all’ineluttabilità di quell’uccisione. Il famoso “nessuno tocchi Caino” non ha nulla di garantista, non è un motto pannelliano: è una constatazione, piuttosto. Dio riconosce la necessità di quanto è accaduto».

Sì, ma che cosa è accaduto esattamente?
«La nascita della storia, tutto qui. Abele, il pastore, è un uomo libero, solitario, non è difficile immaginarlo bello, lindo. C’è candore, in lui. Caino, al contrario, è il contadino, uno con la faccia sempre a terra. Si ammazza di lavoro, non può permettersi di vegliare per tutta la notte. Non ha tempo di riflettere, perché il riposo del corpo gli è indispensabile. Eppure è lui nostro padre. La storia e la scrittura della storia hanno inizio con l’insediamento agricolo: gli uomini si fermano, prendono dimora, fondano città». (continua…)

Il Sudan in crisi economica spera nell’Iran

settembre 30, 2011

Carta di Laura Canali

La situazione a Khartoum, dopo la secessione del Sud Sudan, è peggiorata drasticamente anche a causa della perdita degli introiti petroliferi. Si aggravano le tensioni sociali. Ahmadinejad propone al presidente Bashir affari e l’introduzione del nucleare. [Fonte fotostrillo: irdiplomacy.ir]

Antonella Napoli per “Limes

Una nuova ondata di proteste contro il rincaro dei prezzi e la disoccupazione in Sudan è stata repressa brutalmente a Khartoum. Il paese, in bilico tra crisi economica e violenti conflitti in Sud Kordofan e Nilo Azzurro, sta attraversando una profonda fase di recessione. Il costo dei generi alimentari nel 2011 è aumentato del 25%, e secondo i rappresentanti dei più importanti mercati della capitale, il prezzo delle carni bovine da inizio anno ad oggi è raddoppiato, con conseguente calo della domanda.

Nelle ultime settimane si sono susseguite diverse dimostrazioni e centinaia di persone, tra cui alcuni minori, sono rimaste ferite negli scontri con le forze dell’ordine.

La contestazione popolare ha visto il suo apice nel quartiere di el Burri, ad est di Khartoum, dove i contestatori hanno bloccato il traffico, dato alle fiamme pneumatici e lanciato sassi contro i poliziotti, i quali hanno disperso la folla con gas lacrimogeni e arrestato la maggior parte dei manifestanti.

Agenti dell’intelligence nazionale e dei servizi di sicurezza hanno inoltre fatto irruzione nella redazione del quotidiano indipendente Al-Jaridah, sospendendone la pubblicazione e confiscando il patrimonio della testata senza fornire alcuna motivazione. (continua…)

Ricevo e volentieri pubblico

settembre 30, 2011

Heroes: Roma come New York.

Dal 7 Ottobre alle Mura (via di Porta Labicana 24) parte la nuova e rivoluzionaria serata rock della capitale: Heroes. Due Venerdì al mese di soli concerti romani delle migliori band capitoline.

Fin qui nulla di nuovo, ma la differenza fondamentale sta in questa premessa:
Heroes è definita dalle bands che la compongono, rappresenta il primo tentativo strutturato di dare una forma a quello che si agita in questa città partendo dal basso, non a caso è stata pensata da gruppi rock per altri gruppi rock.

Pijamose Roma!

Concerti in cui i gruppi si promuovono l’un l’altro, dividono il palco, fanno nascere collaborazioni, jam sessions.. Heroes è qualcosa in più di “40 minuti di live in uno stanzone semivuoto e poi si smonta tutto”, ed è diretto soprattutto a tutte quelle band che non vogliono o non possono entrare a far parte delle logiche, spesso assolutamente commerciali, dei circuiti indie o mainstream nazionali.

E non si ferma all’Italia ma guarda più in là, perché l’idea di tirare fuori la gamba dallo stivale ci piace troppo.

Roma come New York: la rassegna nasce con l’intenzione di aprire la città al resto del mondo (e non è un caso che alcuni Heroes come i Betty Poison e Ilenia Volpe siano più volte andati in tour negli Usa) vuole creare un legame con gli Stati Uniti e l’Europa, attraverso recensioni, gemellaggi, scambi di date.

Una rassegna che vuole distruggere l’hype e i vezzi inutili dei privilegiati per diventare una realtà internazionale inesorabile, perchè ci siamo stancati di puntare in basso e giocare al ribasso, perchè niente al momento ci rappresenta a parte la nostra voglia di fare sul serio. E tu?
Sei dei nostri?
Heroes.
Be one.

07 ottobre 2011 – Betty Poison + Luminal
Heroes Opening Party!

28 ottobre 2011 – Spiral 69
Dark wave carnale e suggestivo

4 novembre 2011 – Operaja Criminale
Musica di buon (r)umore!

18 novembre 2011 – Le Naphta Narcisse
Delirio ben organizzato

02 dicembre 2011  – Atome Primitif
Three Years, Three Days

16 dicembre 2011 – Mug
Visual/post rock/instrumental

6 gennaio 2012 – Kardia
Gusto retrò e suggestioni moderne

Fotografi ufficiali che vi racconteranno la storia di Heroes:

Giulia Delprato
David Ghione

http://romacomenewyork.wordpress.com/

Per chiedere come diventare media partner scrivi a: heroesroma@gmail.com

oppure 3475991373

«Incitano alla pedofilia». La censura ortodossa su Nabokov e Márquez

settembre 30, 2011

Vsevolod Chaplin

Armando Torno per “Il Corriere della Sera

Vsevolod Chaplin è capo del dipartimento delle pubbliche relazioni della Chiesa ortodossa russa. Da tempo va ripetendo che Lolita di Nabokov e Cent’anni di solitudine di Márquez dovrebbero essere messi al bando perché diffondono la pedofilia. Un recentissimo lancio dell’agenzia Tass, ripreso ieri da altre occidentali, ha ribadito l’accusa. Peccato che non se ne sia parlato nell’incontro alla Biblioteca Lenin di Mosca tra Putin e gli scrittori più noti e dalla generosa tiratura. Tra gli altri c’erano Weller, Marinina, Ustinova, Prilepin. Quest’ultimo è considerato il dissidente di sempre, almeno dalla stampa europea e americana. Nessuno ha invitato Chaplin. E Tatiana Zonova, che insegna all’Università delle Relazioni Estere, ci ha confidato al telefono: «La censura proposta dalla Chiesa russa per Nabokov e Márquez reca un danno per la reputazione della cultura russa all’estero. Non è più il tempo di simili dichiarazioni, anche se chi le ha fatte è un’alta autorità ortodossa». (continua…)

Oriani, il nazionalista che piaceva a destra e a sinistra

settembre 30, 2011

Francesco Perfetti per “il Giornale

Quando Alfredo Oriani morì, nel 1909, Mario Missiroli, allora enfant prodige del giornalismo, scrisse a Giuseppe Prezzolini: «L’ho amato con la devozione e con l’affetto di un figlio spirituale ed ho la profonda convinzione di aver penetrato, forse solo, quell’anima complessa». Missiroli era rimasto affascinato da Oriani al punto da recarsi spesso da lui per farsi leggere La rivolta ideale. Ne parlò con tale entusiasmo a Prezzolini che questi accettò di recarsi a colazione dallo scrittore nell’isolata villa «Il Cardello», a Càsola Valsenio (Ravenna). Anzi, in omaggio all’ospite, fan della bicicletta, si fece un centinaio di chilometri pedalando. (continua…)

Abu Mazen: “Nessuno potrà fermare la nascita della Palestina”

settembre 30, 2011

«Se Obama mette il veto va contro i principi stessi dell’America»

RACHIDA DERGHAM, da “La Stampa

Presidente, come si è sentito a parlare davanti all’Assemblea Generale? Che cos’ha provato in un momento simile?
«Sentivo di essere testimone di un evento storico, di essere lì a presentare una richiesta giusta e sacrosanta: il diritto di ottenere uno Stato che sia a pieno titolo membro delle Nazioni Unite, come tutti gli altri. Mi è sembrato che se si fosse votato in quel momento avremmo avuto un appoggio unanime. Ma purtroppo ci sono persone che vogliono impedire al popolo palestinese di raggiungere questo traguardo e l’unica cosa da fare è essere pazienti».

Teme le reazioni? Pensa che quest’avventura possa avere conseguenze indesiderate?
«Non è un’avventura. Al contrario, è uno sforzo ben calcolato. Per oltre un anno abbiamo discusso la questione e l’abbiamo esaminata da ogni angolo. Ne abbiamo parlato con le altre nazioni arabe e con la Lega Araba, che sono sempre state al corrente di ogni nostro passo. Siamo stati chiari con tutti, senza trucchi. Nei nostri incontri e nelle nostre dichiarazioni, è sempre stata palese la nostra posizione».  (continua…)

Bernard Benant, More money

settembre 29, 2011

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Inquadratura

settembre 29, 2011

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Apocalisse: Quel «vademecum» contro la degenerazione del potere

settembre 29, 2011

Enzo Bianchi per “Il Corriere della Sera”

Apocalisse, apocalittico: due termini che nel linguaggio corrente sono fortemente evocativi e sono generalmente intesi come sinonimo di catastrofe, di evento disastroso di dimensioni eccezionali, come profezia di eventi tragici o semplicemente come profezia del futuro. Nella Bibbia apocalisse (in greco apokálypsis) significa invece ri-velazione, ossia l’operazione con cui si alza il velo e di conseguenza il ricevere una conoscenza più profonda della storia. L’apocalisse consente di vedere, per dono di Dio, che nella storia si oppongono il male e il bene, la volontà di Dio e l’efficacia del Maligno, il Messia e l’anti-Messia, i credenti-giusti e gli empi-malvagi.

Al centro del libro dell’Apocalisse, quello con cui la Bibbia si chiude, sta Gesù Cristo, il Signore, che è presentato mediante l’immagine di un Agnello ucciso e risorto, vittima e vincitore, una vittima tra le vittime della storia eppure, nel contempo, un vincitore alla fine della storia, quando aprirà il Regno di Dio per l’eternità. È il paradosso cristiano, il paradosso della croce: la debolezza si mostra forza, l’abbassamento in realtà è gloria, la posizione del servo concede il vero primato, l’essere vittima fino a versare sangue è condizione di resurrezione, perché l’amore vissuto vince la morte. L’Apocalisse è dunque un libro carico di speranza per chi è ultimo, povero, oppresso dall’ingiustizia, ed è un libro che risuona come un estremo avvertimento per chi opprime, perseguita, pensa a vivere senza gli altri e contro gli altri. (continua…)

“A Dangerous Method” di David Cronenberg

settembre 29, 2011

Giona A. Nazzaro per “Micromega

L’unico metodo pericoloso è quello di David Cronenberg.

Per anni Cronenberg ha dato forma, meglio carne, a quello che, mutuando una celebre espressione di J.G. Ballard, possiamo definire “lo spazio interiore”. Per anni ha lavorato intorno all’ossessione del corpo come entità in grado di produrre, proprio come un virus, altri corpi. Da discepolo di William S. Burroughs, Cronenberg ha sempre saputo che “language is a virus”. E come Burroughs ha condotto la sua indagine sino ai margini estremi del pensiero contemporaneo. Tutta la sua filmografia è un’indagine accurata è meticolosa, quasi tassonomica, delle teratomorfie implicite nel corpo. Come il Leslie Fiedler di Freaks, i film di Cronenberg hanno indagato le possibilità di vita al di là dei codici esistenti.

La grande intuizione filosofica di Cronenberg è stata di avere compreso, attraverso lo studio di Marshall McLuhan e William Burroughs, come il nostro sistema nervoso si sarebbe trasformato a contatto con la modificazione del principio d’individuazione e di realtà introdotti dalle nuove tecnologie digitali. Cronenberg, come Burroughs, ha condotto queste sue sperimentazioni in territorio analogico, proprio come l’autore de Il pasto nudo che studiando i cut up dei nastri magnetici ha dato corpo e forma totalitarismo della comunicazione di massa.

Marshall McLuhan interviene nella costruzione dell’universo poetico di Cronenberg attraverso la sua convinzione che i media, e soprattutto l’introduzione di nuovi media, rappresentano delle vere e proprie guerre psichiche. Ossia i nuovi sistemi di decodifica della realtà sostituiscono i precedenti e in questo processo attivano delle trasformazioni (anche fisiche). Per intenderci: il cervello di un bambino che usa il computer oggi è senz’altro diverso da quello di un suo coetaneo di venti o trent’anni fa. Videodrome, per esempio, raccontava proprio questo processo di mutazione e come e se era possibile intervenire su e in esso. Ogni nuovo media è un’estensione del sistema nervoso. E se il sistema nervoso modificato s’innamora di un virus e produce un nuovo organo? La poetica di Cronenberg danza sempre sulla sottile linea che separa il principio d’individuazione dal principio di realtà. L’uno modifica impercettibilmente l’altro, come dimostra M Butterfly.

La geniale perversione di Cronenberg è di trattare il corpo come uno strumento di comunicazione. Una morbida macchina che serve per (in)scrivere nuovi codici e processare realtà altre. I virus, in questo, sono gli agenti di un cambiamento, un po’ come gli zombi per Romero. Il corpo, dunque, è il luogo-narrazione, metastabile per definizione, il teatro del cambiamento.

Cronenberg, con il tempo, è progressivamente stato sempre più attratto dal versante invisibile della mutazione. Basti pensare alla scelta di eliminare tutti gli effetti speciali a vista da Inseparabili o a M Butterfly dove tutto accade nello sguardo del protagonista. E, ovviamente, il cinema di Cronenberg è uno schiaffo per i fautori della “verosimiglianza” che mal tollerano le incongruenze psicologiche dei suoi film (quando non c’è il rifiuto basato sul semplice rigetto moralistico della violenza).

Non sorprende, dunque, che il regista che in Inseparabili teorizzava concorsi di bellezza per gli organi interni, nel corso degli anni abbia messo progressivamente a punto una strategia che a partire dall’evidenza del corpo e delle sue manifestazioni arretrasse verso il cervello. Il primo sintomo di questa strategia, e per chi scrive l’unico parziale passo falso del regista, s’era manifestato con Spider, la schizofrenia come l’alba della scrittura (e quindi del linguaggio). Progressivamente il regista ha continuato a muoversi lungo queste coordinate, e con A History of Violence, una vicenda di mutazioni senza mutazioni (apparentemente) e con La promessa dell’assassino, un’altra storia di scritture e corpi mutanti, ha trovato le energie necessarie per confrontarsi compiutamente con quella che sembra offrirsi come la scena primaria del cinema cronenberghiano.

A Dangerous Method, a dispetto di coloro che rimproverano al regista di essersi convertito a una sorta di accademismo inerte, e ai tutori del verbo freudiano offesi dalle libertà che il regista si è concesso, sembra invece, a tutti gli effetti, la reinvenzione delle origini del cinema cronenberghiano.

Sin da Transfer, il suo primissimo cortometraggio del 1966, Cronenberg mette in scena uno psichiatra perseguitato da un suo paziente. In From the Drain, film dell’anno seguente, due uomini in una tinozza parlano, mimando il processo dell’analisi, sino a che uno dei due non viene strangolato da una pianta misteriosa (l’inconscio che emerge dal basso…). Ma sono soprattutto Stereo e Crimes of the Future che sembrano già preconizzare A Dangerous Method, con la centralità del medico-guru che torna in tutti i film del regista insieme alla relazione medico (analista)-paziente.

A Dangerous Method, quindi, è l’origine ideale dei melodrammi virali di Cronenberg. Non a caso attraverso la psicosi del personaggio femminile è possibile dare vita a un processo di scrittura che viene decifrato a sua volta dal corpo di un macchinario che letteralmente trascrive i processi del corpo (e siamo sempre in territori burroughsiani: non si scrive mai, al massimo si trascrive). Il sesso è il virus liberato dal corpo in trasformazione e la scrittura diventa la mappa di un nuovo mondo. Tutto il cinema di Cronenberg si ritrova distillato in A Dangerous Method.

In questo senso anche il classicismo del regista, sinora rimasto sempre all’ombra delle sue invenzioni più visionarie, emerge per la prima volta in maniera compiuta. L’inquietudine è affidata a impercettibili movimenti di macchina, a angolazioni di ripresa inconsuete, a lievi torsioni dell’immagine. Anche il film di Cronenberg replica le strategie mimetiche dei corpi: si vede sempre un’altra immagine e l’immagine visibile è solo la copertura mimetica, strategica dell’altra. La quintessenza del cinema di Cronenberg.

Ed è in questa danza dominata dall’immagine invisibile che il gioco di seduzione fra parola, scrittura e corpo che A Dangerous Method formula un progetto politico preciso: il corpo come sperimentazione di patti sociali ancora tutti da immaginare.


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