Brooks: «Vi racconto come sarebbe potuta essere l’America»

Guido Caldiron per “Liberazione

Vincitrice del premio Pulitzer nel 2006 con un romanzo dedicato alla Guerra civile americana, “L’idealista” (Neri Pozza), Geraldine Brooks è nata in Australia ma vive da tempo negli Stati Uniti dove ha lavorato a lungo come corrispondente di guerra per il “Wall Street Journal”, il “New York Time” e il “Washington Post”. Autrice di due saggi di grande successo, “Nine Parts of Desire: The Hidden World of Islamic Women” e “Foreign Correspondance”, si dedica ora a tempo pieno alla narrativa. Con “L’isola dei due mondi”, appena pubblicato sempre da Neri Pozza (pp. 336, euro 16,50) che ha presentato al Festivaletteratura di Mantova, racconta la storia del primo nativo americano che si laureò ad Harvard nel XVII secolo, Caleb della tribù wampanoag, e della sua amicizia con Bethia, figlia di un pastore della comunità di puritani inglesi che si era stabilita sull’isola di Martha’s Vineyard, in quello che è oggi lo Stato del Massachusetts.

Come ha scoperto la storia vera che è alla base del romanzo?
L’isola di Martha’s Vineyard è un celebre luogo di villeggiatura e andandoci in vacanza ho scoperto che è uno dei pochi angoli del paese in cui i nativi americani non hanno mai dovuto lasciare la loro terra. Un giorno, mentre guardavo una mappa storica negli uffici di rappresentanza della tribù, ho notato che era indicato l’anno di laurea di uno dei suoi membri. Solo che mi sono sbagliata, ho letto “1965”. MI hanno corretta e mi hanno detto: “Caleb si è laureato sì nel’65, ma del 1600”. Mi è sembrata una cosa straordinaria e mi sono messa subito a fare ricerche per saperne di più. Tutto è nato così.

“L’isola dei due mondi” sembra suggerire ciò che gli Stati Uniti sarebbero potuti diventare se l’incontro tra i coloni arrivati dall’Europa e le popolazioni locali non si fosse trasformato in uno sterminio, è così? 
Si, è proprio ciò a cui pensavo quando ho scelto di ispirarmi alla storia vera del primo “indiano” laureato. Infatti, la sfida più grande con cui mi sono dovuta misurare mentre scrivevo questo romanzo è stata quella di cercare di dimenticarmi di ciò che è successo nei due secoli successivi nel paese: voglio dire il genocidio delle popolazioni indigene, il fatto che siano state costrette ad abbandonare le loro terre e espropriate di ogni loro avere. Mi sono concentrata sull’incontro tra i due protagonisti del romanzo e sull’idea che fosse possibile vivere insieme pacificamente, condividendo il territorio e le sue risorse. Diciamo che si tratta di una storia alternativa, rispetto a come sono poi andate le cose, che all’epoca in cui ho ambientato il libro era ancora possibile immaginare.

In America, i conservatori usano invece la storia in modo contrario. Pensando anche all’11 settembre, come vede le cose?
Intanto credo che la ferita delle Twin Towers si sia chiusa solo in superficie, ma non nel profondo del paese, nella sua pancia. E questo proprio perché una parte della politica fa di tutto per continuare a farla sanguinare. La destra e l’estrema destra continuano a speculare sulle paure e sull’ignoranza di molti cittadini che conoscono poco del resto del mondo. Inoltre, specie il movimento del Tea Party, manipola la storia del paese, a cominciare dal periodo della rivoluzione contro gli inglesi, trasformando quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti in una società teocratica e dimenticandosi come all’epoca i beni della comunità potessero essere fruiti da tutti e non solo da pochi, come pretendono invece di fare loro oggi con la difesa a oltranza dei ricchi.

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