L’imputato Gemelli è assolto

Francesco Castelli per “L’Osservatore Romano

La storia del rapporto tra Agostino Gemelli, il Sant’Uffizio e padre Pio è stata narrata negli ultimi settant’anni in modo completamente diverso da come i fatti sono realmente avvenuti. Tutti lo hanno sempre sentito ripetere: Gemelli è stato il primo persecutore di padre Pio, il suo acerrimo nemico e soprattutto la longa manus del Sant’Uffizio. Da quando questa convinzione ha preso piede, è stata ripetuta infinite volte, al punto da diventare un cliché di cui nessuno o quasi sino a oggi ha mai dubitato. Gemelli e il Sant’Uffizio avrebbero in molti modi dato da soffrire al santo del Gargano.

Invece la recente apertura degli archivi del Sant’Uffizio ci ha messo di fronte a un dato a dir poco sorprendente, anzi eccezionale. Perché, mentre i documenti d’archivio ci svelano oggi come andarono realmente i fatti nel delicatissimo ventennio 1918-1938, essi ci mostrano anche quale ruolo ebbe realmente Agostino Gemelli in tutta la «vicenda Padre Pio». Un ruolo del tutto marginale.

Ma andiamo con ordine. Tutto ebbe inizio tra i due il 18 aprile 1920, quando Gemelli — per sua stessa ammissione — si recò da padre Pio «attrattovi dalla sua fama di santità». Lo accompagnava Armida Barelli, determinata a chiedere al frate del Gargano se Iddio avrebbe benedetto la nascente Università Cattolica del Sacro Cuore (a questa domanda padre Pio risponderà di sì).

Finalmente si incontrarono. Fu un incontro breve, solo poco parole tra i due francescani, lo stimmatizzato del Gargano e il grande scienziato. Nessuno ha mai saputo esattamente cosa si dissero i due.

Quanto alle stimmate, Gemelli non le vide, perché privo del permesso dei superiori religiosi di padre Pio. Prima di ripartire, tuttavia, lo scienziato appuntò sul registro dei visitatori del convento queste parole: «Ogni giorno constatiamo che l’albero francescano dà nuovi frutti e questo è il conforto più grande a chi trae alimento e vita da questo meraviglioso albero».

Gemelli era certo venuto da padre Pio, perché attratto dalla sua fama di santità. Ma in lui si muoveva anche il fine dell’indagine scientifica e dell’accertamento attraverso indagini psicologiche. E probabilmente per questa ragione all’indomani della visita, il 19 aprile 1920, Gemelli inviò all’assessore del Sant’Uffizio, monsignor Carlo Perosi, un suo resoconto sull’incontro con lo stimmatizzato. Lo considerava «un uomo veramente di elevata vita religiosa, uomo esemplare»; ma non gli sembrava un mistico.

Gemelli temeva che il padre spirituale di padre Pio, padre Benedetto da San Marco in Lamis, potesse, forse, in qualche modo, suggestionare il giovane frate di Pietrelcina, che allora aveva trentaquattro anni. Si tratta, scriveva Gemelli, «solo di una interpretazione che richiede la prova di indagini rigorose ed accurate». Queste indagini dovevano essere condotte, secondo Gemelli, da un gruppo di studiosi: un medico, uno psicologo, un teologo.

Era chiaro già in queste prime battute a che cosa stesse pensando Gemelli: voleva ricevere un incarico ufficiale del Sant’Uffizio, per esaminare padre Pio. Ma quell’incarico non arrivò mai. Piuttosto, monsignor Perosi, l’assessore a cui si era rivolto Gemelli, chiese indicazioni più precise sul da farsi. Gemelli non si lasciò sfuggire l’occasione.

In una nuova lettera (2 luglio 1920) propose ben dieci verifiche che i tre esperti (lo psicologo, il medico, il teologo) avrebbero dovuto compiere, tra le quali ingessare uno degli arti di padre Pio, per accertare l’evoluzione delle «stimmate». Forse Gemelli presagì a questo punto di ricevere l’incarico. Ma i fatti presero un’inaspettata piega.

Le autorità del Sant’Uffizio preferirono muoversi in altro modo. Chiesero informazioni sullo stimmatizzato all’arcivescovo di Manfredonia Pasquale Gagliardi e a padre Giuseppe Antonio da Persiceto, ministro Generale dell’Ordine dei Cappuccini. D’altra parte, contrariamente a quello che sino a oggi si è affermato, è bene qui rilevare che le prime indagini disposte dal Sant’Uffizio su padre Pio in quello stesso 1920 non furono affatto provocate dall’iniziativa di Gemelli.

In realtà, a simile passo la Congregazione si decise solo a seguito della denuncia di un farmacista di Foggia, Domenico Valentino Vista, e di sua cugina Maria De Vito. Il farmacista sospettava che alcuni medicinali chiesti da padre Pio fossero la probabile causa delle stimmate; e perciò indirizzava nel giugno 1920 una deposizione giurata al Sant’Uffizio (per il tramite del vescovo di Foggia). Riferiva che padre Pio aveva chiesto dei medicinali per le iniezioni, con la raccomandazione di mantenere tuttavia uno «stretto segreto».

L’ufficiale del Sant’Uffizio — in un documento sino a oggi inedito che presentiamo integralmente in questa pagina — scrisse: «Ora questa circostanza del segreto mise in sospetto il S. O. [Sant’Offizio]: perché o i suddetti veleni servivano realmente allo scopo messo avanti dal P. Pio: e allora perché celarne l’acquisto ai superiori (…); oppure questo è stato un falso ripiego messo avanti dal P. Pio per nascondere il vero uso, che egli faceva di tali veleni sul suo corpo (…) Quindi il S. O. credette suo dovere di proseguire nelle inchieste».

Solo a questo punto i cardinali decisero di aprire una vera e propria indagine su padre Pio, al fine di vedere chiaro sui fatti. Non fu dunque Gemelli all’origine di quei primi accertamenti.

Si pone però a questo punto una questione: quale peso ebbero a ogni modo quelle lettere negli sviluppi del «caso padre Pio»? Furono tenute in considerazione dalla Congregazione del Sant’Uffizio? Quale valutazione fu data di esse? È molto interessante considerare lo sviluppo della vicenda.

Il primo a giudicare le proposte di Gemelli in Congregazione fu padre Joseph Lémius. Questi non ritenne valide né le considerazioni di Gemelli sull’ipotetica suggestione operata dal padre spirituale né la proposta di inviare una commissione (medico, psicologo, teologo), che avrebbe avuto l’effetto di agitare gli animi a San Giovanni Rotondo.

Di uguale parere furono anche i cardinali, che inviarono piuttosto da padre Pio un visitatore apostolico, monsignor Carlo Raffaello Rossi, allora vescovo di Volterra, che aveva già valentemente collaborato con la Congregazione. Anche Rossi, meticoloso fino allo scrupolo durante il soggiorno a San Giovanni Rotondo (giugno 1921), escludeva con sicurezza l’ipotesi di Gemelli, secondo la quale l’influenza del padre spirituale di padre Pio aveva potuto in qualche modo provocare le «stimmate». Anche nella riunione del 10 maggio 1922, dove si prese in esame la relazione di Rossi, i cardinali si limitarono a raccomandare di tranquillizzare gli animi a San Giovanni Rotondo e di evitare fanatismi. Di Gemelli non si fece parola.

Come si vede, in questa fase di indagini su padre Pio il Sant’Uffizio si era mosso con assoluta cautela ed equilibrio, senza lasciarsi influenzare da lettere, denunce o segnalazioni di alcun tipo, anche se provenienti da autorevoli personaggi.

Va qui fatta chiarezza, prima di concludere, su come andarono i fatti tra Gemelli e il Sant’Uffizio nel 1926 sul caso padre Pio. Fu questa l’ultima volta in cui Gemelli prese posizione per iscritto di fronte alla Congregazione sullo stimmatizzato del Gargano. L’occasione della nuova lettera era stata offerta da un’aspra e lunga relazione (ben 72 pagine!) indirizzata dal dottor Giorgio Festa al Sant’Uffizio. Questi aveva potuto esaminare personalmente le stimmate di padre Pio e metteva in guardia la Congregazione da eventuali valutazioni di Gemelli sulla questione e in generale sul comportamento dello scienziato.

Gemelli, chiamato a difendersi, rimase colpito dalle dure parole di Festa indirizzategli anche sul piano personale e reagì con una lettera molto dura. Contestò la scientificità e la serietà delle obiezioni di Festa e, questa volta, dichiarò più energicamente di considerare padre Pio come un caso di suggestione, che comunque doveva essere ulteriormente studiato, per una più sicura conclusione.

In questo momento Gemelli diede una valutazione particolarmente negativa delle stimmate di padre Pio. Ma si noti bene: si trattava in questo caso di un giudizio formulato in una (aspra) polemica scientifica tra medici. Comunque, anche questa volta la lettera di Gemelli non incise nell’andamento dei procedimenti vaticani sul «caso padre Pio»: le autorità del Sant’Uffizio continuarono ad agire con costante prudenza e non presero alcuna decisione in base a tale scritto.

Quando poi nel 1931 la Congregazione stabilì di far celebrare padre Pio in privato e di ritirargli la facoltà di confessare (non fu una sospensione a divinis!), ciò avvenne per motivi di ordine pubblico e per favorire un disciplinamento della situazione generale a San Giovanni Rotondo. Anche in questo momento Gemelli rimase estraneo a tali avvenimenti e alle loro dinamiche. Altrettanto estraneo alle dinamiche interne e processuali della Congregazione rimase Gemelli in relazione ad altri casi di presunti mistici e stimmatizzati (almeno quattro) messi in quel periodo sotto esame da parte della Congregazione.

Si pensi ad esempio al caso interessantissimo, del quale l’infaticabile Gemelli si era occupato, della bavarese Therese Neumann. In tale delicatissima vicenda — per la quale si profilò in quegli anni il pericolo di un intervento del governo nazista, con viva preoccupazione di Pio XI — Gemelli non agì per conto della Congregazione.

Oppure si pensi al caso di Elena Aiello — proclamata beata lo scorso 14 settembre — per visitare la quale Gemelli inoltrò una lettera all’assessore del Sant’Uffizio. Da questi, a nome del cardinale Merry del Val, si sentì rispondere: «che si regoli con la sua prudenza, (…) il S. O. non è mai entrato in questa faccenda». In queste e altre vicende Gemelli rimase una figura estranea alle decisioni della Congregazione, priva di qualsiasi incarico formale del Sant’Uffizio o di Pio XI. Tali constatazioni risultano ancor più interessanti, se messe a confronto con un altro dato emerso ora dagli archivi.

Lo scienziato francescano, infatti, se non fu un consulente della Congregazione in materia di presunto misticismo, fu però ripetutamente interpellato dalla Congregazione per questioni dottrinali.

Durante il pontificato di Pio XI, infatti, fu incaricato di esaminare alcuni scritti di Karl Adam (L’essenza del cattolicesimo e Cristo nostro fratello), dei padri Pribilla, Przywara, e di Giovanni Gentile. Gli fu chiesto tra l’altro di elaborare un primo schema per una possibile futura dichiarazione sull’idealismo. In quegli stessi anni fu invitato anche ad avvicinare Ernesto Buonaiuti per la questione del suo insegnamento.

Molte novità ha dunque offerto un esame sistematico delle fonti sul ruolo svolto presso la Congregazione del Sant’Uffizio da parte del fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. E in definitiva, un fatto importante è ormai chiaro: la fama di persecutore di padre Pio, che è stata attribuita per così lungo tempo alla figura e alla memoria di Agostino Gemelli, si dissolve oggi alla luce dei nuovi documenti e di una più fondata ricostruzione dei fatti storici.

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Una Risposta to “L’imputato Gemelli è assolto”

  1. RAFFAELE AUGELLO Says:

    Faccio seguire come commento l’articolo seguente che spiega nei dettagli, perchè non si può assolutamente assolvere padre Agostino Gemelli dalla colpa di aver influenzato per partito preso negativamente e assai tendenziosamente il Sant’Ufficio nei confronti di Padre Pio, il frate stigmatizzato del Gargano, le cui piaghe con tanta prosopopea il fondatore dell’Università Cattolica, professore di psicologia sperimentale e quant’altro, aveva preteso di poter visitare come medico specialista e analizzare scientificamente, senza alcuna autorizzazione delle autorità ecclesiastiche a cui Padre Pio prestò sempre la più assoluta obbedienza:
    18/09/2011

    Gemelli assolto su Padre Pio? La «leggenda nera» e la «leggenda rosa»

    padre Agostino Gemelli

    Uno studioso ridimensiona le responsabilità del fondatore dell’Università Cattolica nelle accuse del Sant’Uffizio contro il santo. Ma L’Osservatore Romano rivela…
    ANDREA TORNIELLI
    roma
    Le vicende storiche di padre Pio da Pietrelcina, il santo stimmatizzato del Gargano, devono ancora essere completamente vagliate e dunque ogni contributo serio e scientificamente fondato va salutato con soddisfazione. Anche se talvolta si può rischiare, involontariamente, di edulcorare troppo la realtà. È quanto sembra essere accaduto con gli articoli pubblicati su L’Osservatore Romano dello scorso 16 settembre, in merito al ruolo avuto da padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università cattolica, nella vicenda di Padre Pio: era universalmente noto che l’intellettuale francescano riteneva il frate con le stimmate un «malato» e non credeva all’autenticità dei fenomeni che lo riguardavano. Si era inoltre sempre detto che il giudizio sommario dato da Gemelli su padre Pio, messo per iscritto dopo un fugace incontro a San Giovanni Rotondo, durante il quale peraltro il frate scienziato non aveva potuto esaminare personalmente le stimmate, fosse stato decisivo per far partire l’inchiesta del Sant’Uffizio.

    Ora un nuovo e documentato libro di don Francesco Castelli,“Padre Pio e il Sant’Uffizio (1918-1939)” (edizioni Studium), ricostruisce grazie a una nuova documentazione il rapporto tra padre Gemelli, il Sant’Uffizio e padre Pio da Pietrelcina. Una sintesi delle conclusioni della ricerca, firmata dallo stesso autore del saggio, è stata messa in pagina nei giorni scorsi dal quotidiano vaticano, con questo suggestivo titolo: “L’imputato Gemelli è assolto”; e con questo sommario “Così si smonta l’immagine dell’«acerrimo nemico» del santo di Pietrelcina”. Dall’articolo di don Castelli emerge bene come Gemelli non sia stato l’unico responsabile dell’indagine aperta dal Sant’Uffizio su padre Pio. Ma articolo e titoli scelti dal quotidiano vaticano vanno oltre e finiscono per dare l’impressione che padre Agostino Gemelli, «l’imputato assolto», sia stato quasi ininfluente nelle traversie che il frate stimmatizzato dovette subire.

    La smentita a questa «leggenda rosa» si può leggere nelle stesse pagine de L’Osservatore Romano del 16 settembre. Il quotidiano della Santa Sede pubblica infatti il testo integrale di una relazione redatta da un officiale del Sant’Uffizio il 5 maggio 1921 sul caso padre Pio: un documento che nel libro di don Castelli è citato soltanto in parte. La lettura integrale del testo è illuminante e l’effetto non è propriamente quello di «assolvere» padre Gemelli. Dimostra, invece, come l’attenzione del Sant’Uffizio sul futuro santo venne attirata proprio da Gemelli, anche se che soltanto dopo altre denunce fatte pervenire dall’arcivescovo di Foggia – riguardanti la richiesta di padre Pio di poter avere dell’acido fenico e della veratrina, che si sospettò potessero essere usati per provocarsi le stimmate – l’inchiesta fu realizzata.

    Nella relazione inedita che il quotidiano diretto da Gian Maria Vian rivela ai suoi lettori, a corredo delle ricerche di don Castelli, si legge infatti: «…L’attenzione del S. O. [Santo Officio] sul P. Pio venne dapprima richiamata da una relazione del P. Gemelli; il quale essendosi recato a visitarlo nel 1919, attrattovi dalla usa fama di santità riferì al S. O. le impressioni da lui riportate dalla visita: cioè che il P. Pio, uomo peraltro all’esteriore di esemplare vita religiosa, non presentava veramente alcuno degli elementi caratteristici della vita mistica, presupposto indispensabile a favore così segnalati, quali le stigmate, che anzi a lui il P. Pio era sembrato un uomo piuttosto a ristretto campo di coscienza alquanto abulico: che nel convento si era formata un’atmosfera di suggestione, nella quale venivano attratti anche molti di coloro che ivi si sono recati e che tutto considerato, egli era venuto nel pensiero che le stimmate potessero forse essere il frutto di un’autosuggestione inconsciamente prodotta dall’ambiente (e specialmente da un certo P. Benedetto ex-provinciale) in un soggetto malato, come è il P. Pio — che, ad ogni modo, atteso l’accorrere incessante di pellegrini non solo dall’Italia ma anche dall’estero a visitare il P. Pio allo scopo di troncare ogni pratica superstiziosa circa questo padre, il P. Gemelli invocava dal S. O. un accurato esame dei fatti. Poco dopo il memoriale del P. Gemelli l’attenzione del S. O. intorno al P. Pio è stata maggiormente attratta da due deposizioni giurate ricevute e spedite da S.E.za Vesc. di Foggia…».

    Dunque, dal documento pubblicato dal giornale vaticano si conferma che proprio padre Gemelli, con le sue valutazioni che si riveleranno prive di fondamento, aveva per primo «destato l’attenzione» del Sant’Uffizio e le due successive deposizioni giunte dal vescovo di Foggia – vale a dire le denunce riguardanti l’acido fenico e la veratrina – l’hanno «maggiormente attratta». Senza contare che ci sono diverse testimonianze che attestano il giudizio nettamente negativo di padre Gemelli su padre Pio, che sarebbe stato da lui definito «autolesionista» e «psicopatico». Dalla lettura del documento che lo stesso Osservatore Romano ha reso noto insieme all’articolo di don Castelli, nonostante i titoli, appare dunque confermato il ruolo di Gemelli nella vicenda come pure il suo giudizio nettamente negativo sul frate stimmatizzato, giudizio peraltro già ben noto e riportato in vari volumi che hanno utilizzato la documentazione del Sant’Uffizio.

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