La relazione del 5 maggio 1921

Il testo integrale della relazione su padre Pio datata 5 maggio 1921 e redatta da un officiale della Congregazione del Sant’Uffizio

da “L’Osservatore Romano

Chi sia il P. Pio cappuccino, residente nel convento di S. Giovanni Rotondo, in archidiocesi di Manfredonia, non è il caso di dirlo; tanto è già il rumore che si è fatto intorno a lui, alle sue stigmate cosicché del medesimo si occuparono anche i giornali. Aveva un 32 anni circa, quando verso la fine del mese di settembre del 1918, dopo la S. Messa, gli sono apparse queste stimmate: consistenti, secondo le relazioni dei medici, che le hanno visitate, in escare o croste scure al dorso e alle palme delle mani: sul dorso e alle piante dei piedi; in una croce oblunga [sic] capovolta al torace. Sembra che siano incominciate con dolore locale, e con la fuoriuscita di poche gocce di sangue: poi si formarono le pellicole brune le quali di tanto in tanto si distaccano: e quando ciò accade, sotto se ne trova già un’altra formata. Le croste sono state anche in seguito poco sanguinolenti: e specie da quella del costato.

Benchè superficiale, si è osservato un gemizio di sangue misto a siero da rimanerne talvolta inzuppati dei fazzoletti. L’attenzione del S. O. [Santo Officio] sul P. Pio venne dapprima richiamata da una relazione del P. Gemelli; il quale essendosi recato a visitarlo nel 1919, attrattovi dalla usa fama di santità riferì al S. O. le impressioni da lui riportate dalla visita: cioè che il P. Pio, uomo peraltro all’esteriore di esemplare vita religiosa, non presentava veramente alcuno degli elementi caratteristici della vita mistica, presupposto indispensabile a favore così segnalati, quali le stigmate, che anzi a lui il P. Pio era sembrato un uomo piuttosto a ristretto campo di coscienza alquanto abulico: che nel convento si era formata un’atmosfera di suggestione, nella quale venivano attratti anche molti di coloro che ivi si sono recati e che tutto considerato, egli era venuto nel pensiero che le stimmate potessero forse essere il frutto di un’autosuggestione inconsciamente prodotta dall’ambiente (e specialmente da un certo P. Benedetto ex-provinciale) in un soggetto malato, come è il P. Pio — che, ad ogni modo, atteso l’accorrere incessante di pellegrini non solo dall’Italia ma anche dall’estero a visitare il P. Pio allo scopo di troncare ogni pratica superstiziosa circa questo padre, il P. Gemelli invocava dal S. O. un accurato esame dei fatti.

Poco dopo il memoriale del P. Gemelli l’attenzione del S. O. intorno al P. Pio è stata maggiormente attratta da due deposizioni giurate ricevute e spedite da S.E.za Vesc. di Foggia: dalle quali emergeva questo fatto, che il P. Pio negli ultimi mesi del 1919 aveva per mezzo di una sua penitente fatta domanda ad un farmacista una volta di 100 gr di acido fenico puro: l’altra volta di 4 gramma di veratrina. È da notarsi che i medicinali sono veleni potentissimi i quali possono avere un’azione caustica: e la veratrina, al dire dei periti, può anche produrre una specie di roseola, mentre la sua azione irritante si spinge fino a produrre un’eruzione simile all’eczema.

Ora è da notarsi che il P. Pio fece richiesta di questi potentissimi veleni, esigendo dalla persona incaricata il più assoluto segreto (anche per riguardo ai suoi confratelli «cancellato a matita ma legibile»): e adducendo per motivo (specie per l’acido fenico puro) che il medesimo doveva servire per la disinfezione delle siringhe che egli adoperava per le iniezioni ai novizi. Ora questa circostanza del segreto mise in sospetto il S. O.: perché o i suddetti veleni servivano realmente allo scopo messo avanti dal P. Pio: e allora perché celarne l’acquisto ai superiori (i quali dovevano di certo essere a parte di queste iniezioni, che il P. Pio faceva ai novizi di cui era ed è maestro) oppure questo è stato un falso ripiego messo avanti dal p. Pio per nascondere il vero uso, che egli faceva di tali veleni sul suo corpo: ed allora egli sciens ac volens ha detto una bugia: come ciò si concilia collo stato mistico presupposto alle stimmate?

Quindi il S. O. credette suo dovere di proseguire nelle inchieste.

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Una Risposta to “La relazione del 5 maggio 1921”

  1. RAFFAELE AUGELLO Says:

    Mi sembra alquanto azzardato assolvere padre Gemelli così gratuitamente, quando le affermazioni di essere stato contrario ad ogni riconoscimento della “santità” di Padre Pio e di aver contribuito a far emanare dal Sant’Ufficio tutte le sanzioni restrittive, se non punitive, della missione sacerdotale del povero Frate stigmatizzato, solo perchè si era rifiutato di fargli esaminare le piaghe che aveva a Lui che non si era munito “volutamente” di regolare autorizzazione, risultano pronunciate da Lui personalmente in più di un’occasione di riscontro che tanti hanno tentato per sapere esattamente o per avere una motivazione più concreta del suo ostinato atteggiamento contro quello che l’opinione pubblica chiamava “monaco santo”.

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