Cristiana Dobner per “L’Osservatore Romano“
«Bisogna fare il bene finché si è al mondo»; era il motto che sorreggeva l’incredibile attività di Eugenia Schwarzwald: ben 16 ore al giorno di lavoro in una Vienna logorata dalla prima guerra mondiale e dalla crisi economica.
Un alone di mistero circonda la sua infanzia e giovinezza, alcuni dati però sono certi: Eugenia, ebrea nata il 4 luglio 1872 in Galizia, in un villaggetto della foresta da una modesta famiglia, riuscì a iscriversi alla scuola femminile di Czernowitz perché il padre vi trovò lavoro come impiegato in un’agenzia. Grazie alle sue notevoli doti intellettuali, Genia viene trasferita a Vienna a soli 10 anni. Fu costretta però a iscriversi all’università di Zurigo. Nel 1895 le donne ancora non erano accettate nelle università dell’impero asburgico!
Genia compì brillantemente gli studi di filosofia e nel 1900 fu dichiarata dottore, cioè Frau Doktor. Questa lieta conclusione però è solo il preludio di ben altre battaglie che la giovane dovrà sostenere. Il primo passo è il riconoscimento della laurea, il secondo è — per allora, 1902, assolutamente eccezionale — aprire e dirigere un suo liceo femminile nella stessa Vienna; la prima scuola in cui le ragazze potevano presentarsi alla maturità e quindi accedere agli studi universitari. Genia aveva conosciuto il dottor Hermann Schwarzwald, un banchiere, amabile e colto, con cui condivideva appieno quello che riconosceva come impegno della sua vita, cioè educare, ma con metodi innovativi: «Per me — affermava — le persone sono trasparenti, vedo che cosa pensano, vedo che cosa sentono, ancor prima che esse stesse l’abbiano pensato e sentito».
L’originalità ben presto si impose: Genia accoglieva con calore umano le allieve, le rendeva sensibili al nuovo ruolo della donna nella società, tanto da attirare alla sua scuola anche giovani dall’estero, insieme con docenti qualificati e artisti famosi, come Kokoschka, Schoenberg, Canetti, Musil e Rilke. Crebbe così, quasi spontaneamente, quel circolo di amici che Genia stessa definiva i Kinder (figli) Schwarzwald.
Quelli che diventeranno i grandi personaggi dell’opposizione al nazismo conoscono l’esperienza educativa dei Kinder: Helmut James von Moltke con la moglie Freya Deichmann e il fratello di lei Hans, per fare un solo esempio.
Straordinaria era la mentalità che Genia trasmetteva ai suoi Kinder quando li accoglieva nella sua proprietà di campagna trasformata in cenacolo culturale: una comunità in cui nessuno aspirava a essere diverso da quello che era, nessuno parlava male dell’altro, nessuno poteva ottenere privilegi a pagamento. Tali perni pedagogici restavano impressi nella coscienza insieme a un altro prezioso atteggiamento interiore: «Educare alla gioia (…) Quando si parla di “educazione” naturalmente si intendono influssi latenti quali l’ambiente, i genitori, gli insegnanti, gli amici che influiscono sul bambino. Con “gioia” si intende il grado raggiungibile di liberazione dal dolore, pace, ilarità e animazione, che noi nella vita di tutti i giorni siamo soliti denominare gioia».
Genia, piccola di statura e pesante di corporatura, era donna gioiosa che sapeva godere di una corsa in automobile, addolorarsi per la strage in miniera, fare un buon caffè e pestare i piedi irritatissima alla scoperta della corruzione che viziava il Governo austriaco, cantare con fervore i motivi di Schubert e lavorare con lena all’uncinetto berretti per riscaldare i bambini che portava in campagna.
La sua capacità di capire l’animo umano la rendeva capace di confortare le pene di amore tipiche dei giovani, alleviare le difficoltà delle vecchiaia, ma anche indossare con gioia un bell’abito nuovo.
Genia trovava anche il tempo di scrivere articoli per il giornale della domenica ma vi si riduceva al sabato sera tutta agitata, lei capace di dettare tre lettere simultaneamente, dare risposte al telefono e conferire con chi si presentava nel suo studio.
Tutti apprezzavano la libertà che si respirava nell’ambiente da lei creato e ne erano affascinati.
Genia partiva da una semplice domanda: «Che cosa allora possiamo fare perché il nostro bambino faccia la sua felicità? Già in questa parola è racchiusa la risposta. Nella profondità della lingua tedesca si dice “fare la propria felicità”. Tuttavia non è qualche cosa che si compera, deve essere personalmente fabbricata. Per saperlo fare bisogna sapere chi si è».
Una simile donna non poteva limitarsi all’educazione scolastica; doveva anche allargarsi a chiunque avesse avuto bisogno: ecco allora nascere cucine gratuite popolari, colonie per i piccoli, e il grande aiuto prestato nel 1923 alla Germania che soffriva la fame.
Uno dei Kinder, Hans Deichmann, anche egli fautore dell’opposizione al nazismo, ricorda di aver appreso ad ascoltare, ad avere pazienza, a essere incorruttibile nel giudicare, a non fingere mai, a non perdere di vista i propri obiettivi, senza peraltro volerli raggiungere subito e a ogni costo, ad accettare e ammettere i propri difetti, essere capace di auto ironia; così insegnava la Frau Doktor.
L’urto del nazismo colse di sorpresa Genia durante un giro di conferenze in Danimarca, tanto da non poter rientrare a Vienna. Fu costretta a emigrare in Svizzera, dove fu raggiunta dal marito, dopo il sequestro del patrimonio. La sua scuola fu arianizzata e chiusa, molte allieve, fra cui Anna Freud, dovettero fuggire. I due coniugi vissero nell’ indigenza, aiutati solo da alcuni dei loro Kinder; l’uno morì ben presto di crepacuore e l’altra non gli sopravvisse che per poco tempo: morì infatti nell’agosto 1940, dopo aver servito la patria e le persone senza risparmiarsi.
Ma se l’avvento di Hitler distrusse in apparenza tutto il lavoro pluridecennale di Genia, non si poté mai annullare il suo lascito umano così ricco e così profondo.
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