Da Parigi a Gerusalemme, Stenio Solinas ripercorre i viaggi del suo maestro. Un saggio sulla figura di Chateaubriand dal punto di vista non di un critico letterario, ma di uno scrittore che descrive uno scrittore calandosi in lui e insieme un itinerario per mare che segue le orme di quello compiuto dall’autore di Memorie d’oltretomba due secoli fa
Giuseppe Conte per “il Giornale“
Questo nuovo libro di Stenio Solinas (Da Parigi a Gerusalemme. Sulle tracce di Chateaubriand, Vallecchi, pagg. 163, euro 15,50) offre a ogni pagina qualche momento intenso di piacere intellettuale. È un libro arioso, marino, che sa di vento e di vele. È il documento di una passione, è una confessione, è un ritratto letterario, è un discorso sul passato e sul presente, è un racconto di viaggio. Ed è la manifestazione sintomatica di quella «sindrome mimetica» senza la quale nessuno può scrivere un libro così.
Solinas racconta che compì 18 anni lo stesso giorno in cui trovò dal libraio Tombolini a Roma una copia antica di un libro di Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem. E quel libro e quell’autore gli confermarono che esiste uno spirito, un genio della giovinezza che nessuna ricorrenza anagrafica può cancellare. Cominciò a specchiarsi nel visconte bretone che fu insieme uomo di mare, scrittore, viaggiatore, ministro, ambasciatore. E oggi paga il suo debito di ammirazione e di identificazione con queste pagine. Nella prima parte, il libro è un bellissimo saggio sulla figura di Chateaubriand dal punto di vista non di un critico letterario, con tutte le sue distanze e astuzie, ma di uno scrittore che descrive uno scrittore attualizzandolo e calandosi appassionatamente in lui. E nella seconda parte racconta un itinerario per mare che segue le orme di quello compiuto dall’autore di Memorie d’oltretomba due secoli fa.
Chateaubriand, l’aristocratico che era sfuggito alla Rivoluzione e al Terrore viaggiando in Inghilterra e in America, tornato in patria e deluso da Napoleone, parte ora per l’Oriente. Va per raccogliere materiali per il romanzo storico ed epico che sarà I martiri, ma intanto dai suoi appunti esce un’opera che rinnova il genere stesso del libro di viaggio. Era stato un genere sottomesso alla scoperta scientifica e geografica per tutto il Settecento, ora invece comincia a raccontare sensazioni, emozioni, e quando esplora, esplora innanzi tutto l’ego dello scrittore. Solinas, sia pure con aristocratica discrezione, si racconta nel corso di tutto il libro. Si proclama antimoderno come Chateaubriand, e sa che ciò vuol dire anteporre l’etica e l’estetica alla politica, amare la vitalità e non aver paura della disperazione, non desiderare comandare e non accettare di essere comandato (anche il conte Alfieri, che oggi purtroppo nessuno legge più, sentiva così). Sa che cosa vuol dire stare dalla parte degli sconfitti, il massimo della nobiltà dello spirito.
Il viaggio di Solinas avviene per mare, su uno sloop di 13 metri a un albero, con uno skipper di nome Gianpa, un tipo hemingwayano, dalle molteplici vite. Va da Trieste alle isole joniche e poi attraverso l’istmo di Corinto ad Atene, alle Cicladi e a Smirne, con l’approdo finale a Istanbul. La descrizione del viaggio è affascinante, niente lungaggini, nessun eccesso di dottrina, tutto viene fuori da dettagli, annotazioni di vita, riflessioni improvvise. Se per i profani Chateaubriand è il nome di una bistecca, Solinas non si tira indietro e offre indicazioni sul burro per condirla, sulla tecnica del taglio, sul posto migliore al mondo in cui mangiarla (per inciso, la Coffee Room del Travellers Club, a Londra). Una verità profonda è che l’ouzo non ha senso berlo lontano dalla Grecia. E una gioia per tutti noi che abbiamo avuto problemi ad adattarci alla società di massa è la risposta alla ragazza che da un motoscafo chiede una coca-cola: «Ma per chi ci ha preso?».
Il tono cambia nelle pagine dedicate a Gerusalemme. Chateaubriand volle essere Cavaliere del Santo Sepolcro. Solinas parla del Muro, dei campi profughi, della condizione dei palestinesi, con ammirevole equilibrio. Arriva al Mar Morto, e beve un sorso di quell’acqua nerastra perché l’aveva bevuta Chateaubriand. La sua sindrome mimetica è scoperta, vitale. Non ha l’immaginazione cattolica del suo modello, ma ne ama sino alla fine il gusto della sfida e dell’ignoto.
Rivoluzionario nello stile ma conservatore nei costumi
Stenio Solinas, da “il Giornale“
Mai scrittori furono così presenti nel loro tempo, eppure così inadatti a esso, sempre irrimediabilmente in anticipo e sempre terribilmente in ritardo, rivoluzionari nello stile, ma conservatori nei costumi, reazionari per indole, ma progressisti nello spirito, appassionati di politica, ma incapaci di essere al servizio di altro che non fosse loro stessi… Testimone della fine di un mondo, di un cambiamento epocale che è poi all’origine della modernità, Chateaubriand attraversa Ancien Règime, Rivoluzione, restaurazione inseguendo una fedeltà individuale e di carattere che sfugga alle contingenze e non sia preda dei compromessi. Sismografo sensibilissimo degli umori e delle passioni che lo circondano, cerca di dare loro una forma e un senso che vadano di là dal momento, dagli schieramenti, dalle alleanze. Megalomane in un tempo di giganti, non si rassegna alla mediocrità, pubblica e privata, che di quelli prende il posto, crede solo nella grandiosità, individuale e collettiva. Ancora oggi la sua è una lezione di straordinaria attualità per chi voglia navigare a vista, non avendo più una bussola ideologica cui fare riferimento, fra i relitti del vecchio che scompare e i contorni del nuovo che fatica ad apparire, fra ciò che si era e ciò che si sarà, salvando il salvabile, osando qualche volta l’inosabile. Nelle transizioni, chi non si adegua è apparentemente lo sconfitto, ma, come insegna Chateaubriand, «l’orgoglio della vittoria mi è insopportabile».
Antimoderno è la definizione che meglio lo comprende e che naturalmente non ha niente a che vedere con l’etichetta di reazionari, conservatori, accademici, codini che negli ultimi due secoli ha colpito indiscriminatamente tutti quelli che non si facevano cantori della modernità.
Gli antimoderni sono un’altra cosa, siamo un’altra cosa. Non gli avversari del moderno, ma i suoi teorici, quelli che lo hanno pensato, gli emigrati dell’interno, gli «esuli in patria». E dunque i moderni loro malgrado, la retroguardia dell’avanguardia, i vitalisti disperati, i pessimisti attivi, la modernità più la libertà. Di criticarla. E naturalmente gli antimoderni sono, siamo, impolitici, ovvero tendono a subordinare la categoria del Politico a elementi estetici ed etici; quasi sempre stanno dalla parte degli sconfitti e quando gli capita di sedersi fra i vincitori è sempre per una causa che, come noterà l’autore delle Memorie d’oltretomba, «una volta portata al successo mi si rivolterà contro». Di estrazione nobiliare, Chateaubriand visse la Rivoluzione francese lacerato da un’insanabile contraddizione, tipica di chi è comunque “altrove” rispetto al proprio tempo. Da un lato l’assolutismo monarchico aveva finito con il privare di ogni contropotere l’aristocrazia del regno, riducendola a pura etichetta costretta a recitare a Versailles la realtà del cortigiano. Ciò spiega perchè l’elemento nobiliare più avvertito dei rischi di una simile involuzione e più attaccato alla propria dignità perduta, vedesse positivamente la convocazione degli Stati Generali, cogliendovi l’opportunità di meglio bilanciare i poteri con un ritorno alle libertà. Dall’altro lato, la deriva egualitaria, l’istinto di rivalsa, il desiderio di fare tabula rasa del passato accelerarono talmente i tempi che il regicidio di Luigi XVI mise improvvisamente l’intera nobiltà, la più retriva e codina come la più avvertita e liberale e la più corrotta e cinica, nell’alternativa fra il sostenere il nuovo che al vecchio si sostituiva, ma così facendo rinnegare se stessa, oppure rifiutarlo, ma con ciò condannandosi a una battaglia di retroguardia.
Lo scegliere la seconda strada porterà Chateaubriand a far parte dell’emigrazione, e quindi dell’esilio, e alla lotta contro la Rivoluzione. Una scelta fatta in nome della fedeltà a un mondo, a una parola data, a uno stile di vita, a se stesso, insomma, nella consapevolezza però di ritrovarsi alleato agli elementi più deteriori, più ottusi e meno moderni della propria classe sociale, quegli stessi elementi che nell’accettare di appiattirsi supinamente sulla corona erano poi stati una delle cause del tracollo della stessa.
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