Per i versi di Reverdy dimenticò il cubismo

1955: Picasso assiste a una corrida a Vallauris, in Francia, con Jean Cocteau (© Vittoriano Rastelli/Corbis)

A Parigi, nel ’48, un libro con il poeta. La guerra in quei segni rosso sangue

Rachele Ferrario per “Il Corriere della Sera

Graffiano, i segni rossi di Picasso a margine delle parole di Pierre Reverdy, nei fogli del libro d’artista a quattro mani, Le chant des morts. Il pittore e il poeta, il genio artistico indiscusso del Novecento e lo scrittore irrequieto, il più grande del proprio tempo, figlio di scultori e amico degli artisti che a Montmartre vivono al Bateau-Lavoir. È appena finita la Seconda guerra mondiale e lo choc della distruzione scuote gli animi: Picasso durante l’occupazione tedesca aveva deciso di restare a Parigi, per sprezzo dei nazisti, per opportunismo, per vivere l’esperienza della guerra in città come i War Artists inglesi o forse solo per non lasciarsi condizionare dagli eventi. Denuncerà il dramma e lo squallore della vita di quei momenti nei brani che scrive e raccoglie nei Poèmes et lithographies, pubblicati alla fine del conflitto accanto a incisioni in tipico stile picassiano. Le chant des morts è qualcosa di diverso. Con Reverdy si conoscono fin dal 1910 e hanno una certa consuetudine. Forse per questo Picasso, in questi fogli, sembra dimenticare d’essere il padre del cubismo e, accanto alle parole autografe dell’amico poeta, traccia segni simili alla calligrafia orientale, cui s’ispira la nuova generazione degli espressionisti astratti americani e degli informali europei.

Il risultato del connubio tra i due è inaspettato. Gli ideogrammi di sangue di Picasso esaltano i versi di Reverdy e viceversa. La notte, il lungo inverno e recinti in cui si fermano altri morti sono i temi racchiusi dalla traiettoria continua del colore che incornicia la pagina come un antifonario di morte. Il libro, pubblicato nel 1948 – mentre Picasso e la sua colomba stilizzata nei cenacoli artistici internazionali stanno per diventare il simbolo della pace e della libertà – è un esempio di reciprocità tra poesia e arte. E non è un caso che l’editore dei canti sia Tériade, che pubblica libri d’artista e lavora con Matisse, Chagall e Miró.

Ma a Parigi avvengono anche altri incontri tra avanguardie artistiche e letterarie, tra pittori e poeti. E al crocevia spesso c’è Apollinaire. Nonostante non amasse creare con gli artisti, nei suoiCalligrammes ha cantato le serate parigine degli anni Dieci. Insieme con Cocteau è il difensore di Picasso per eccellenza, anche quando il momento più alto del cubismo si è ormai consumato. Accade spesso, però, che siano i poeti a declamare manifesti, veri e propri componimenti poetici, come nel caso di Marinetti con il Futurismo e di Breton con il Surrealismo: la parola scritta precede l’esecuzione pittorica. Ed è curioso che proprio nel cubismo, l’unico movimento senza un suo manifesto, si identifichino i poeti. Nel «cubismo letterario» si riconoscono lo stesso Reverdy, Blaise Cendrars, André Salmon, Max Jacob e Cocteau (che fin dal ’17 pubblica libri d’artista con Picasso, Marie Laurencin, André Lothe e Raul Dufy).

Nemmeno quando il Bateau-Lavoir «chiude» e gli artisti migrano da Montmartre a Montparnasse viene meno il sodalizio fra artisti dell’immagine e della parola: alla Closerie des Lilas e a La Cupole Max Jacob declama versi e Paul Fort, la cui figlia Jeanne sposa Gino Severini – con Marinetti e Apollinaire testimoni di nozze – sembra il più eccentrico dei bohémien, con il suo papero al guinzaglio. Nascono ispirazioni e si consumano esperienze. Come quella di Paul Éluard e Max Ernst, o di Paul Valéry e il suo «cimitero marino» che ha acceso l’iconografia visionaria di Jean Lurçat e di René Paresce. Amedeo Modigliani ritrae i volti degli amici poeti: Reverdy, Cocteau, Cendrars. Anche Giorgio De Chirico, l’inventore della metafisica, è «corteggiato» da Breton, poeta capogruppo dei Surrealisti, che lo vorrebbe nella sua avanguardia. De Chirico, però, non vuole compagni, né artisti né poeti; ma quando lascia il suo atelier parigino lo cede a Giuseppe Ungaretti, che invece interpreta la tensione dei giovani pittori informali, che nelle tele porteranno le ferite della guerra e l’energia della ricostruzione. Ne Le Chant des morts Reverdy e Picasso avevano intuito il cambio di rotta, il dramma e la novità del momento. S’erano fatti anticipatori del rituale misterioso, spirituale e quasi religioso che avrebbe caratterizzato la generazione della pittura fatta di gesto, segno, materia. E di versi tristi e taglienti, come quelli di Dylan Thomas.

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