Sono il Minotauro! Nel mito vedeva la sua doppia natura

Particolare della copertina dell’album «Picasso. Toros y toreros» del 1961

Tori e tauromachie nella vita del genio. Istinto e razionalità, l’eterna lotta

Francesca Bonazzoli per “Il Corriere della Sera

«Mi sarebbe piaciuto essere Luis Miguel Dominguín. Quella sì che è arte». Suona paradossale l’ammirazione per uno dei toreri più grandi di Spagna da parte di Picasso, l’artista che aveva fatto del Minotauro il suo alter ego. «Se tutte le tappe della mia vita potessero essere rappresentate come punti su una mappa e unite con una linea, il risultato sarebbe la figura del Minotauro», aveva affermato il pittore per spiegare la presenza del mostro mitologico nel suo lavoro, dal 1928 fino alla morte, nel 1973. Molto è stato scritto sull’identificazione di Picasso con il figlio di Pasifae, metà uomo metà toro, concepito dall’unione con il toro inviato da Poseidone. E in occasione di una mostra allestita nel 2000 al museo Reina Sofia di Madrid intitolata «Picasso Minotauro» la curatrice Paloma Esteban si spingeva fino a legare il tema del mostro ucciso da Teseo alla relazione sentimentale instaurata da Picasso con la diciassettenne Marie-Thérèse Walter e poi con Dora Maar: «Per alcuni anni, il Minotauro vive insieme al pittore un rapporto quasi quotidiano nel quale il mostro conoscerà i piaceri e il dolore, la violenza e la tenerezza, la morte e la resurrezione», scrive la Esteban nel catalogo.

Una delle incisioni più celebri di Picasso, la tavola 97 della Suite Vollard, Minotaure aveugle guidé par Marie-Thérèse au pigeon dans une nuit étoilée, rappresenta proprio questa «mostruosa» relazione: un Minotauro cieco che cammina col bastone guidato dalla giovane amante segreta che l’artista mise incinta mentre era ancora sposato con Olga e che tradirà presto con Dora Maar in un ménage à trois destinato a durare sette anni.

Anche se non volessimo sovrapporre con tale precisionebiografia e opera, non possiamo ignorare che nel mito greco e nell’interpretazione freudiana la cecità evoca comunque il complesso di Edipo, la castrazione e la follia della passione. E che quella del Minotauro è una figura archetipica che simboleggia la convivenza di una doppia natura: umana e razionale da una parte; bestiale e istintiva dall’altra. Per non parlare della figura mitologica del toro, sotto le cui spoglie si era nascosto il lascivo Giove per rapire con l’inganno e la forza la giovane Europa.

Tutto questo coincide con le parole di André Malraux secondo il quale Picasso gli avrebbe rivelato come l’essenza della sua hispanidad, quella profonda melanconia che giace nascosta sotto l’energia più vitalistica, fosse così spiegabile: «In Spagna la mattina si va a messa, nel pomeriggio alla corrida e la notte al bordello».

I tori, dunque, come simbolo di colpa e espiazione; della forza del mostro e della sua vulnerabilità; archetipi della potenza distruttrice e al tempo stesso vittime sacrificali. Le corride come l’eterna lotta fra la vita e la morte, fra pulsione erotica e autodistruzione, fra Eros e Thanatos. La tauromachia come cerimonia d’iniziazione che mette in scena il rito della morte.

Come per molti artisti, l’arte fu per Picasso una confessione, un modo per tenere a bada le nevrosi tanto che tori, tauromachie e minotauri compaiono nell’intera sua produzione: su dipinti (a cominciare dal più celebre, Guernica), disegni, ceramiche, sculture e soprattutto nelle incisioni che realizzerà in intere serie comprese le acquetinte per l’edizione de «La Tauromachia o arte de torear», il celebre trattato sulla corrida scritto nel 1796 dal torero José Delgado, alias Pepe Illo e le illustrazioni inserite nell’album «Picasso. Toros y Toreros» con la prefazione di Dominguín, il torero di cui Picasso si infatua.

È lui che aiuta l’artista a vestire il traje de luces in una straordinaria sequenza di foto che rivelano la felicità del pittore. Ci sembrerebbe una gioia fanciullesca se non fosse identica a quella di un altro cupo genio della pittura spagnola, un altro cui non era bastato dipingere le follie e le angosciose pitture nere: Francisco de Goya il quale, in una delle sue celebri scene di combattimento di tori, sente il bisogno di ritrarsi, anche lui, in veste di matador.

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