Monica Vitti, storia di un’italiana

Monica Vitti

Fulvia Caprara per “La Stampa

Era stata una bambina in cerca di attenzione, dentro una famiglia tradizionale, padre, madre, due fratelli, che da lei si aspettava comportamenti da «femminuccia» ricavandone, al contrario, colpi di testa piccoli e grandi. Un giorno, a 14 anni, decise di fermarsi: «La vita sarebbe continuata, ma io, finalmente, non l’avrei vissuta. Era la mia ribellione, la mia unica possibilità, dovevo fare una piccola rivoluzione». Quella grande, definitiva, scoppiò quando decise di fare l’attrice: «Mia madre mi disse: la polvere del palcoscenico corrode l’anima e il corpo». Troppo tardi, Monica Vitti, ovvero Maria Luisa Ceciarelli, nata a Roma il 3 novembre del 1931, aveva imboccato la sua strada e, a poco a poco, una dopo l’altra, aveva iniziato a fare tutte le cose che le erano state proibite, scrivere, «recitare davanti allo specchio, andare a vedere i quadri»: «Cosa c’entri tu con quelle cose là, mi diceva mia madre, e io, più lei parlava, più mi ostinavo a cercarle». Così è successo che, portandosi sempre dietro i ricordi dell’infanzia in Sicilia, il peso degli anni duri della guerra e della ricostruzione, il dolore mai risolto per la perdita della madre, Monica Vitti sia diventata una diva, certo, applaudita ovunque, ma anche il simbolo di una liberazione femminile all’italiana. Indipendenza, quindi, ma pure passione, grandi amori, terrori granitici come quelli di partire e di volare, e crudi rimpianti, nascosti in fondo all’anima: «Ho lavorato sempre, tutta la vita, sono stata severa con me stessa, onesta con gli altri, ho fatto tanto ridere, che è il mio orgoglio.

Avrò commesso degli errori. Ma oggi, a quest’ora, dove ho sbagliato e con chi? Perchè sono così stanca da non farcela ad andare avanti?». Il primo a catturare quelle ombre fu Michelangelo Antonioni, compagno di vita e di lavoro, che, negli Anni 60, fece di Vitti la diva dell’incomunicabilità, icona enigmatica del cinema di ricerca e d’intelletto: «Devo agli sguardi di Michelangelo il mio coraggio. Devo alla sua fiducia la mia forza». Bella non si era mai vista («ero troppo magra, troppo alta, troppo bionda, piena di lentiggini, la voce roca…), eppure nell’ Avventura , nella Notte , nell’Eclisse e in Deserto rosso, l’attrice sprigionò un fascino aristocratico irresistibile. In Francia la venerarono subito, nel Sessantotto la misero alla guida della giuria del Festival di Cannes, ma, al primo sentore di contestazioni, lei fiutò l’aria e si dimise. Venti anni più tardi, dal Paese che le aveva offerto l’onorificenza di «Officier des art et des lettres», arriva un brutto tiro, Le Monde la dà per morta, lei commenta laconica: «E’ uno scherzo di pessimo gusto».

Dopo Antonioni venne l’amore con il direttore della fotografia Carlo Di Palma, ma venne soprattutto la felice scoperta di far ridere, e di poter usare quell’arma per parlare di se stessa e delle altre donne, anche loro divise, proprio in quegli anni, tra drammi delle gelosie e matrimoni per allegria, tra retaggi di vecchie usanze e possibilità di diventare, tutte, finalmente, ragazze con la pistola: «Il segreto della mia comicità? La ribellione di fronte all’angoscia, alla tristezza, alla malinconia della vita». Dei suoi colleghi, giganti della commedia nostrana, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Vitti non fu mai spalla, piuttosto complice, alter-ego, compagna di strada. Le donne stavano cambiando e lei lo raccontava così. Anche levandosi il gusto di mettersi a fare la scrittrice, primo libro Sette sottane , secondo Il letto è una rosa: «Scrivere è la libertà assoluta. Un foglio di carta, una penna, gli appunti… Ho scoperto la pace, il silenzio, la felicità». Prima c’era stato il debutto nella regia, poi la conduzione televisiva, (Domenica in , dal 1994 al 1996), e l’incontro, fondamentale, con il fotografo di scena Roberto Russo, sposato in Campidoglio nel 2000: «Con Roberto siamo amici, fratelli, amanti, compagni di giochi, antagonisti… Roberto è segreto, attento, intelligente e sottile, scopre da un mio sguardo, da un gesto quello che penso». Accanto a lui, in tutti questi anni, Vitti ha attraversato lo spazio buio della malattia, facendo troppo presto i conti con quella zona oscura di cui già aveva, misteriosamente, intuito l’esistenza: «A un certo punto della vita – scrive nella prima pagina di Sette sottane -, a mia insaputa, devo aver deciso di dimenticare. Non dimenticare i dolori o gli errori, ma dimenticare fatti, persone, forse solo confondere tutto».

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4 Risposte to “Monica Vitti, storia di un’italiana”

  1. Stefania Bardelloni Says:

    bell’articolo… non conoscevo Monica Vitti come donna, la sua vita.. C’è poesia, sensibilità nel ricordo di una carriera, di una vita, di una bella e stupenda attrice. Beh Grazie!!!

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