Sachs, l’anti-eroe miserabile che visse come in un romanzo

Maurice Sachs

Stenio Solinas per “il Giornale

«Appena ci hanno spiegato che eri al Seminario, abbiamo pensato fosse un nuovo locale e chiesto l’indirizzo per venire a cenare con te». Un aspirante sacerdote o l’eterno viveur? La vita di Maurice Sachs (Parigi, 1904 – Germania, 1945), fu un equivoco finito in tragedia. Si passa la giovinezza a prendersi gioco degli altri e di sé stessi, un po’ per finta e un po’ sul serio, da buffoni e da carogne: maldicenze, furti, traffici, alcol, sesso, droga, il vizio sottobraccio al piccolo crimine, ma sempre a buon mercato. Intanto arrivano i tempi di ferro, quando le nazioni imbracciano le armi e l’unico gioco possibile è il gioco al massacro. Nell’Europa in fiamme della Seconda guerra mondiale, Sachs s’illuse che nulla fosse cambiato e tutto fosse solo più eccitante. Lo ammazzarono i tedeschi, di cui si era messo al servizio, lavoratore volontario prima, spia dopo. Lo sbatterono in carcere ad Amburgo, poi gli spararono un colpo alla tempia durante il trasferimento a marce forzate dalla galera al porto di Kiel. Jean Cocteau, il maestro da lui in seguito rinnegato, per spiegare l’impunità del suo Dargelos negli Enfants terribles, scrive che la pena di morte non esiste nei licei. Il liceale cresciuto Sachs commise l’errore di credergli.
La “leggenda nera” di Maurice Sachs comincia con la sua morte. Prima se si vuole, è una leggenda rosa-nero, la pederastia conclamata e l’iconoclastia sofferta, l’ubriachezza anche molesta e la bancarotta, il risentimento e il tradimento verso amici, amori, benefattori. Nato nel 1906, a vent’anni è già qualcuno pur continuando a essere nessuno. È il discepolo di Cocteau, ha Maritain come padrino di battesimo quando abbandona Jahv´ per Gesù, è amico di Max Jacob, fa parte di quelli di “Le boeuf sur le toit”, che non è un tanto un locale, quanto il concentrato dei pittori, dei romanzieri e degli intellettuali dell’epoca. Non ne ha ancora trenta che già fa parte del comitato di lettura di Gallimard, ne dirige una collana editoriale, è traduttore, ha scritto un primo, brutto libro. Tutto ciò che dopo morto gli verrà addebitato come abiezione, da vivo è una sorta di divertissement: si fa tagliare un abito talare da Chanel, perché, si sa, «il nero slancia e assottiglia, ci si vede belli», rubacchia nelle case degli amici, si fa dare anticipi per libri che non scriverà, si sposa e poi pianta in asso la sposa… A ogni trasgressione, a ogni scandalo, segue un pentimento, per poi ricominciare. Fisicamente sgraziato, piccolo, grasso, calvo, ha un suo fascino, la seduzione che nasce dall’abiezione, il piacere di sporcarsi. Si vede come «un ambasciatore del male», predestinato a farlo: «In me il senso di colpa ha preceduto il primo errore». È un curioso impasto di vanità e di servilismo: «Essere schiavi è una condizione deliziosa».
Il Sabba (Adelphi, pagg. 332, euro 22; traduzione di Tea Turolla e Leopoldo Carra, con una Nota, esemplare, di Ena Marchi) esce nel 1946: Sachs è già morto, la Francia sta cercando di scrollarsi di dosso, grazie a una stentorea indignazione, l’onta dell’occupazione e della collaborazione, e lui è un buon capro espiatorio. Il sottotitolo del libro è «Ricordi di una giovinezza burrascosa» e in tono contrito racconta di «un eroe davvero miserabile. Ho fallito in tutto. Sfuggirò alla cattiva sorte? Forse me ne vado soltanto per tentare, ancora una volta, di strappare me stesso alla ronda infernale del sabba». Due anni dopo è la volta di La chasse a courre, e questa volta il tono è ribaldo, picaresco. Qual è il vero Sachs? Il primo, il secondo, tutti e due o nessuno dei due?
Ammiratore di Proust, Sachs sogna il grande libro, ma il confronto lo schiaccia e raccontare da recluso la vita, invece di viverla sino in fondo, non fa per lui. Non ci riesce nemmeno nei 17 mesi che trascorre, scrivendo, in cella: mette giù appunti, riflessioni, liste di libri, abbozza dei ritratti, ma è come se demandasse a una «seconda vita, quella di scrittore», il passaggio successivo. Crede di avere ancora tempo. Si sbaglia.
Il Sabba, e ancor più La chasse a courre (anche questo di prossima pubblicazione per Adelphi), restano come documento di un’epoca e prova di autore. Sachs racconta gli anni fra le due guerre come «il decennio dell’illusione, l’età in cui si credeva di essere felici perché ci si divertiva. Non si afferrava la vita: la si saccheggiava come una città conquistata». Allo stesso modo coglie bene come alla fine di questo arco di tempo tutto è cambiato: «La gioventù di oggi odia la frivolezza, è presa da idee fondamentali come noi eravamo presi da personaggi romanzeschi». Se nel Sabba c’è un eccesso di «io», nella Chasse c’è il distacco del memorialista.
«Credeva che tutto gli fosse permesso perché la sua innocenza aveva sempre la meglio sulla sua furbizia. Partì per Amburgo come si parte per l’Italia in viaggio di nozze; posso affermare che partì ebbro di candore, posso affermare che fu quel candore stesso a ucciderlo». In questo epitaffio di Violette Leduc c’è molto di Sachs, uno che credeva che la letteratura, alla fine assolvesse da tutto, dal tradimento come dall’infamia.

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