Archivio per novembre 2011
sequenza
novembre 30, 2011Da Auschwitz alle stelle: “Primolevi” è in orbita
novembre 29, 2011Battezzato con il nome dello scrittore-scienziato (scritto tutto unito) un pianetino tra Marte e Giove
Piero Bianucci per “La Stampa“
Scoperto nel 1989, per più di vent’anni il pianetino 4545 è rimasto anonimo nella sua orbita tra Marte e Giove. Da qualche giorno ha un nome: si chiama Primolevi (tutto unito, come vogliono le regole dell’anagrafe celeste) e anche il numero d’ordine che lo contrassegnava ha assunto un significato: 1945 è l’anno del rientro di Primo Levi da Auschwitz, e quasi cabalisticamente un 45 sta tra due 17 nel numero che i nazisti gli tatuarono sull’avambraccio e che lui non volle mai cancellare (174517).
L’idea di dedicare un pianetino a Primo Levi è di Mario Di Martino, astronomo all’Osservatorio di Pino Torinese. La proposta è stata accolta dalla International Astronomical Union, organizzazione mondiale che ha il potere di battezzare gli oggetti del cielo. La motivazione riporta i dati biografici essenziali: «Primo Levi (1919-1987), chimico e scrittore italiano, fu autore di due romanzi e di alcune raccolte di racconti, di saggi e poesie. La sua opera più nota è Se questo è un uomo , testimonianza del suo periodo di prigionia nel campo di concentramento di Auschwitz».
Il pianetino Primolevi fu scoperto nel 1989 dall’astronomo belga Henri Debehogne con un telescopio dell’Osservatorio australe europeo, sulle Ande del Cile. Ha un diametro di 17 chilometri, si trova nella fascia principale degli asteroidi e impiega cinque anni e mezzo a completare la sua orbita, che è stata determinata con 1084 osservazioni, l’ultima del 28 ottobre di quest’anno. Debehogne se n’è andato nel 2007 all’età di 78 anni. Astronomo all’Osservatorio reale del Belgio, specializzato nello studio di asteroidi e comete, ha scoperto più di 700 pianetini. È il primato dell’era in cui agli asteroidi si dava la caccia fotografando zone del cielo promettenti. Rimarrà imbattuto: negli ultimi anni i telescopi automatici hanno sostituito l’intelligenza e la pazienza degli astronomi.
Sarebbe bello sentire le reazioni di Primo Levi alla notizia di questo battesimo. Il cielo lo affascinava e molta sapienza astronomica è sparsa nelle sue pagine. Su La Stampa commentò la missione dell’Apollo 8 intorno alla Luna, lo sbarco dei primi astronauti, Armstrong e Aldrin, nel 1969, la partenza delle sonde Pioneer verso Giove con a bordo un messaggio a eventuali alieni, la tragedia dello shuttle Challenger esploso al decollo nel 1986. Nel racconto Una stella tranquilla un astronomo che aveva programmato un weekend con la famiglia se lo vede andare in fumo per colpa di una supernova esplosa migliaia di anni prima. Nelle poesie Stelle nere e Sidereus nuncius lo ispirano un articolo di Scientific American sui buchi neri e Galileo che punta il cannocchiale «come una bombarda». In Notizie dal cielo vede nell’astronomia e nella fisica delle particelle il riscatto intellettuale del Novecento dagli orrori di due guerre mondiali: «Credo che quanto si va scoprendo sull’infinitamente grande e sull’infinitamente piccolo sia sufficiente ad assolvere questa fine di secolo e di millennio». Nel racconto Visto da lontano rovescia il punto di vista come fece Keplero nel Somnium e fa osservare da astronomi lunari la comparsa dell’inquinamento luminoso sulla Terra.
Il Levi astrofisico si coglie anche in cenni quasi impercettibili. L’ultimo capitolo del Sistema periodico racconta le multiformi «vite» di un atomo di carbonio fino a quando, imprigionato in una molecola di zucchero, fornisce a Levi stesso l’energia per mettere il punto che chiude il libro. Ma prima di descrivere i vortici delle reazioni chimiche, Levi inserisce una nota in apparenza trascurabile: l’atomo di carbonio che da milioni di anni è immobile in una roccia calcarea – ci comunica sommessamente – «ha già una lunghissima storia cosmica alle spalle, ma la ignoreremo».
Chi ha orecchie per ascoltare capisce a che cosa Levi sta pensando. L’atomo di carbonio, come tutti suoi gemelli esistenti nell’universo, non si è formato nel Big Bang – dal quale uscirono soltanto idrogeno, elio e un pizzico di litio – ma nelle reazioni termonucleari di qualche stella che, dopo aver fuso l’idrogeno in nuclei di elio, incominciò a fondere nuclei di elio in nuclei di carbonio. È lì, in una fucina stellare alla temperatura di miliardi di gradi, che il carbonio è nato. Poi la stella esplode, il carbonio e altri elementi pesanti si spandono nello spazio, e da questi materiali, disseminati in una nebulosa, nasceranno altre stelle e pianeti e rocce calcaree… È una scoperta che si deve a Fred Hoyle e a William Fowler datata 1957. Ricordiamolo: Levi sapeva sempre molto di più di quanto diceva o scriveva.
Il moralismo di Stato che non vede i reati ma soffoca la libertà
novembre 29, 2011Giampietro Berti per “il Giornale“
È vero che la storia riserva sempre sorprese, ma è anche vero che si ripete in continuazione. Ne abbiamo un’ennesima conferma con il libro fresco di stampa di Vilfredo Pareto, Il mito virtuista e la letteratura immorale (Liberilibri, 2011, pag. 210, introduzione di Franco Debenedetti) la cui prima edizione apparve in Francia nel 1911 e in Italia nel 1914. In quest’opera Pareto denunciava la stupidità e l’ipocrisia del suo tempo espressi dai virtuisti (virtuista è un neologismo coniato dallo stesso Pareto), cioè da coloro che, invece di occuparsi dei problemi veri che affliggevano il Paese – miseria, corruzione, analfabetismo, dominio della mafia e della camorra in intere regioni – si interessavano a reprimere la letteratura immorale, rappresentata soprattutto da libri che davano spazio a vicende amorose e sessuali.
Ispirata da un ethos profondamente liberale, l’opera è un’incursione a tutto campo nella letteratura greca, latina, moderna, con particolare riguardo agli scrittori illuministi, a partire da Voltaire. Pareto dimostra non soltanto l’impossibilità logica di definire la letteratura immorale, l’impotenza pratica di ogni censura, ma anche l’assoluta incapacità del ogni moralismo di trasformare la società. Pone in primo piano la questione decisiva del potere politico, che trova nell’enfasi statalistica la sua attuazione. Il moralismo di Stato propugnato dai virtuisti tende di fatto a distruggere una delle più grandi conquiste della civiltà liberale: la divisione tra la sfera privata e quella pubblica.
Pervaso da un irriducibile individualismo, dall’insofferenza per l’invadenza soffocante di ogni potere, il grande sociologo italiano, beffeggia e seppellisce i moralisti sotto una valanga di sarcasmi, dimostrandone tutte le contraddizioni. In piena sintonia con il realismo e il disincanto di Machiavelli, rivendica la vera etica, che deve consistere nell’essere rigorosi e inflessibili su ciò che riguarda la sfera pubblica, tolleranti su ciò che riguarda quella privata. È stata persa, a giudizio di Pareto, una delle più grandi conquiste del Risorgimento: la separazione cavouriana fra Chiesa e Stato, fra etica dello Stato e morale privata.
È sottesa qui, infatti, la questione centrale già posta già da Benjamin Constant: la distinzione fra «la libertà degli antichi» e «la libertà dei moderni». La libertà degli antichi è la libertà conferita ai cittadini politicamente attivi, i quali sono liberi in quanto esercitano dei diritti politici, il cui espletamento implica il coinvolgimento nella vita della polis. La libertà dei moderni scaturisce invece dalla fonte imprescrittibile dei diritti naturali, che dichiarano che nessun potere, nessun sovrano, nessuna collettività può dare o può togliere tale libertà originaria. Mentre la libertà dei moderni, preesistendo al potere, impone a quest’ultimo il dovere di preservarla, la libertà degli antichi comanda che essa si realizzi attraverso l’attiva partecipazione alla vita pubblica. La prima è la libertà dallo Stato, la seconda è la libertà nello Stato. Non è un caso che la libertà dei moderni, ovvero la libertà liberale, sia stata attaccata ferocemente da tutte le ideologie totalitarie.
Ne Il mito virtuista e la letteratura immorale sono già presenti alcuni schemi teorici che innerveranno qualche anno dopo l’opera più importante di Pareto, il Trattato di sociologia generale, dove, fra l’altro, viene delineata la distinzione fra azioni logiche e azioni non logiche: le azioni logiche sono quelle che utilizzano mezzi appropriati al fine, le azioni non logiche sono quelle che non connettono in modo logico i mezzi con il fine. Gli uomini si lasciano convincere soprattutto dai sentimenti (definiti da Pareto residui), mentre a dare aspetto logico alle azioni non logiche vi sono le forme pseudo logiche delle argomentazioni definite con il termine derivazioni. Il moralismo d’accatto dei virtuisti non è altro che la proiezione dei residui, che si manifestano sotto la forma delle derivazioni, le quali, pertanto, sono espressioni ipocrite e impotenti.
Il mito virtuista dimostra che la storia si ripete, se si pensa alle polemiche relative alla vita privata di Silvio Berlusconi. Scriveva Pareto: «I tempi eroici del socialismo sono passati: i ribelli di ieri sono i soddisfatti di oggi. Non si tratta più di distruggere il socialismo, di rovesciare la società, di pervenire ad una nuova costituzione sociale interamente diversa, eccoli diventati difensori della morale e del pudore». Scrive Franco Debenedetti nell’introduzione: «L’antiberlusconismo militante è il nuovo mito virtuista, i girondini in corteo sono i nuovi “monaci domenicani”». Al tempo di Pareto il virtuismo «chiedeva al potere di dare la caccia all’immorale e impedire che si mostrasse in pubblico, il virtuismo di oggi sbircia e origlia nel corridoio del palazzo».
Partite a scacchi
novembre 29, 2011
Mauro Covacich per “Il Corriere della Sera“
La scacchiera è un’arma carica in salotto. Di solito chi non gioca la ritiene un soprammobile elegante in grado di offrire un passatempo a chi è così barboso da preferire il silenzio alla festa che folleggia intorno a lui. Succede anche che una signora si avvicini ai due giocatori per offrire un altro whisky o accarezzare una spalla in attesa di incrociare un sorriso, uno sguardo rilassato. Nessuno sente l’odore del napalm, l’inferno scatenatosi nei cervelli di quei due buontemponi. Solo i bambini, grazie alla loro genuina propensione alla crudeltà, intuiscono lo spirito guerresco di tutti quei pezzi schierati – cavalieri, arcieri, fanti, regine e re arroccati in un castello – e se ne appassionano rapidamente.
Accanto a questa indiscutibile natura violenta, ancora più temibile proprio per la parvenza civile e pacata dietro cui si nasconde, il gioco degli scacchi vanta anche un altrettanto immediata suggestione metafisica: un reticolo quadrato di sessantaquattro posizioni che sembra sovrintendere «more geometrico» agli infiniti destini dell’uomo. Il cosmo retto dal sistema matematico di una ragione impersonale, priva di scopi che non siano il semplice rispetto delle sue regole procedurali. Una struttura formale che a ogni partita genera nuovimondi possibili, come Le città invisibili di Italo Calvino, come le molteplici varianti della vita esemplificate nel dramma Biografia di Max Frisch. Sono questi i due caratteri prevalenti nel codice genetico degli scacchi - violenza e metafisica, guerra e cosmogonia - ed è sempre sull’uno o sull’altro, alternativamente, che la letteratura ha puntato il suo microscopio.
Carroll, Attraverso lo specchio
A monte di Calvino e Frisch, e di ogni altra visione deduttivo-combinatoria, si colloca questo racconto di Lewis Carroll, il prete matematico sinistramente attratto dalle bambine che inventò il personaggio di Alice e il suo universo parallelo. Anche in Attraverso lo specchio viene sfondata la parete che separa la realtà dalla fantasia, ma ciò accade giocando a scacchi. Nella noia di un pomeriggio nevoso Alice cerca di insegnare il gioco alla sua gatta Kitty. In breve le due si infilano nel mondo riflesso nello specchio, uno specchio diventato garza sottile e poi pura e semplice foschia nella febbrile autosuggestione della bambina. Il racconto si sviluppa nella sequenza mirabolante di filastrocche e giochi linguistici che ne hanno fatto la sfida di ogni traduttore, nonché il modello degli sperimentalismi più arditi (su tutti, ilFinnegans wake di Joyce), ma qui interessa la struttura che lo sostiene: i singoli avvenimenti della storia seguono le mosse di una partita illustrata sul frontespizio. Come nei testi teatrali, i personaggi vengono presentati in colonna, in relazione al ruolo che ricoprono: l’ostrica, il ventaglio, la margherita sono pedoni; l’unicorno, la pecora e il vecchio sono pezzi. La trama è di fatto svelata in anticipo attraverso l’anomala sinossi del diagramma delle mosse, al punto che è possibile leggere il racconto limitandosi alla prima pagina, ovvero cogliendo da lì l’intero sviluppo fino al gran finale: «La regina bianca va in A6 (zuppa). Alice mangia la regina e vince».
Zweig, Novella degli scacchi
«Ma non ci si rende già colpevoli di una limitazione offensiva, nel chiamare gli scacchi un gioco»? Si domanda l’alter ego dell’autore, mentre assiste a uno scontro che rivelerà tutta la forza ammaliatrice e il potenziale distruttivo della scacchiera, riverberando note drammaticamente autobiografiche (Stefan Zweig scrive questo racconto pochi giorni prima di suicidarsi, dopo essersi rifugiato in Brasile per evitare la persecuzione del Terzo Reich). Qui la concezione matematica di Carroll cede il passo a quella storia del duello, della sfida finale. Il Dottor B spiega al testimone-narratore perché è così terrorizzato all’idea di concedere la rivincita al campione Czentovic: ha imparato a giocare da un manuale, resistendo così alla tortura dell’isolamento a cui lo avevano sottoposto i nazisti. Negli scacchi ha trovato conforto, ma anche il ciglio più esposto sul baratro della follia. «Giocare da soli, a memoria, è come tentare di saltare la propria ombra», dice il Dottor B, il quale teme ora che cimentarsi con una persona in carne e ossa possa risucchiarlo nelle spirali autistiche da cui il rapporto con l’altro, secondo le aspettative degli astanti, dovrebbe al contrario allontanarlo. Il rischio di andare nel pallone è alto. L’errore è lì dietro l’angolo, pronto a far crollare il dilettante come il più ferrato dei giocatori.
Maurensig, La variante di Lüneburg
Sulla falsariga del racconto di Zweig si snoda anche il romanzo di Paolo Maurensig, con una «variante» che accentuerà il pathos della vicenda, arricchendola inoltre di un risvolto morale. Anche Tabori, come il Dottor B, è stato prigioniero in un Lager, ma il suo equilibrio mentale non era minacciato dalle partite di solitario quanto dalle sfide a cui lo costringeva il più perverso degli aguzzini, sfide la cui posta in gioco era la vita di altri prigionieri. Ecco allora quanto risulti sibillina la spiegazione della variante inserita in un dialogo all’inizio del romanzo: «Questa deve potersi mantenere il più possibile dinamica e non deve ridursi a quella staticità che le ha imposto lei. Mira essenzialmente alla promozione del pedone - è quella in sostanza la minaccia che comporta -, e l’iniziale sacrificio di cavallo non può restare infruttuoso, altrimenti si entra in un finale perduto». Tabori ha fatto morire molti suoi compagni prima che gli venisse svelata la posta in gioco, ora deve impedire che quei sacrifici siano infruttuosi.
Nabokov, La difesa di Luzin
È la lettura obbligata di chi ama gli scacchi, o amerebbe amarli. Vita e opere di un giocatore geniale. Il funzionamento diabolico della sua mente, la forza di astrazione di questo gioco. Luzin viene invitato a cena da un profugo russo come lui, ma completamente a digiuno di scacchi. «”Il bianco: re C3, torre A1, cavallo D5, pedoni B3 e C4. Il nero…”. “Roba complicata, gli scacchi” intervenne il signore balzando in piedi a molla e cercando di arginare il torrente di numeri e lettere che avevano in qualche modo a che vedere col nero”. “Supponiamo ora – disse Luzin serio – che il nero decida la miglior mossa possibile in questa posizione: da E6 a G5. A questo rispondo con la seguente mossa tranquilla…”. Luzin socchiuse gli occhi e quasi in un sussurro, increspando le labbra come per un bacio guardingo, emise non verbo, non il semplice accenno a una mossa, ma qualcosa di tenerissimo e infinitamente fragile. E sul suo volto era la stessa espressione, l’espressione di chi con un soffio faccia volare via una piuma dal volto di un bebè, quando il giorno seguente diede corpo alla mossa sulla scacchiera. L’ungherese, giallo dopo una notte insonne durante la quale era riuscito a passare in rassegna tutte le varianti (che si risolvevano comunque in pareggio), ma gli era sfuggita proprio quell’unica combinazione celata, cadde in profonda meditazione sopra la scacchiera, mentre lui, con uno schizzinoso colpetto di tosse, annotava amorevolmente la propria mossa su un foglio di carta».
Boito, L’alfier nero
Guerra e cosmogonia convergono forse una sola volta, e lo fanno nella straripante facondia di Arrigo Boito. Qui l’inferno personale del giocatore - la psicologia che sottende ogni mossa del bianco Anderssen e del «negro» Tom - trascende nella rappresentazione di un gioco che è prima di tutto allegoria dell’eterno conflitto tra Bene e Male, ovvero dell’equilibrio precario dentro il quale gravita il nostro povero mondo sublunare. «La posizione dei bianchi era più che simmetrica: era geometrica; l’individuo che disponeva così quei pezzi d’avorio, non giuocava ad un giuoco, meditava una scienza; la sua mano piombava sicura, infallibile sullo scacco, percorreva il diagramma, poi s’arrestava al punto voluto colla calma del matematico che stende un problema sulla lavagna. La posizione dei bianchi offendeva tutto e difendeva tutto; era formidabile in ciò che circoscriveva l’inimico ad un ristrettissimo campo d’azione e, per così dire, lo soffocava. Immaginatevi una parete animata che s’avanzi e pensate che i neri erano schiacciati fra la sponda della scacchiera e questa parete, poderosa, incrollabile». Eppure, indovinate un po’ chi vinse? Una volta che le frecce degli arcieri superano la difesa nemica è difficile evitare lo spargimento di sangue.
I fratelli coltelli dell’arte italiana
novembre 29, 2011
Maurizio Cecchetti per “Avvenire“
Dev’essere per un qualche fatto edipico irrisolto che due ormai anziani signori continuano a guardarsi in cagnesco e cercano ogni modo per evitarsi. Così l’anno dell’anniversario, il centocinquantesimo, l’anno che li riassume tutti e autorizza le più svariate celebrazioni “in nome del popolo italiano”, è l’occasione ufficiale per celebrare anche i due “movimenti” che, nati negli ultimi decenni del Novecento, tengono alto il nome dell’Italia nell’orizzonte internazionale: Arte povera e Transavanguardia. Tanto per non sottovalutarsi, Germano Celant ha allestito una mostra a grappolo sulla sua creatura, l’Arte povera, che dissemina i suoi frutti in sette città italiane e in otto sedi (Bologna, Roma, Napoli, Milano, Bari, Bergamo e Torino). A che scopo tanta enfasi? Quello di ribadire ciò che da anni egli ripete con altera e monotona perseveranza, come un’idea fissa: è (sarebbe), l’Arte povera, l’unica “novità” che l’Italia del dopoguerra ha saputo esprimere per tenere testa al diktat dell’arte americana. Nata nel clima della grande rivoluzione sessantottarda, anche l’Arte povera intendeva, col suo minimalismo, essere una espressione dell’antipotere; nasceva cioè per contrastare un’avanguardia (ammesso che si potesse chiamarla ancora così) che aveva fallito le ragioni della sua rivoluzione e tuttavia teneva ben strette le redini del sistema, sulla scorta appunto dei successi dell’arte americana, dove la critica al feticismo delle merci, in realtà, idolatrava il consumo fornendogli le icone pubblicitarie. Da qui il ritorno ai materiali poveri e all’inespressionismo di un’arte ridotta a concetto e alla semantica delle sue materie prime; il metaforismo implicito nella cosa, la spoliazione di tutte le sovrastrutture che rischiano, all’atto della critica, di assecondare ciò che si vorrebbe criticare.
Tanto per non essere da meno, anche il padrino della Transavanguardia, Achille Bonito Oliva, ha trovato modo di allestire a Milano una mostra sulla sua creatura, scorporandola poi in altre cinque appendici sparse in altrettante città italiane (Modena, Prato, Catanzaro, Roma e Palermo: una monografica per ogni alfiere del suo movimento). Che cosa fu la Transavanguardia? Se dovessimo dirne il succo in poche parole, fu eclettismo da personalità multipla. Il clima politico stava cambiando, dopo il terrorismo e il caso Moro si apriva l’epoca della “modernizzazione” craxiana che animò la Milano da bere. Fra un drink e un prosit il critico di Caggiano, provincia di Salerno, riuscì nel miracolo: la postavanguardia sarà nomade, pizzicherà di qua e di là, metterà tutto nello shaker e miscelerà servendo a lorsignori un cocktail di quelli che ricordano paesaggi esotici cari a certe sette iniziatiche… Bisogna dire che ABO, così si fa chiamare Bonito Oliva dai fans che lo venerano quasi come la Madonna di Pompei, è stato un brillante prestigiatore di formule pseudocritiche: precoce teorizzatore del “sistema dell’arte”, quello che ha reso inutile la critica piegandola agli interessi del mercato, ha riletto in modo creativo il manierismo (come antefatto della Transavanguardia) praticando una lettura strabica del passato prossimo; ha trasformato Duchamp in enigmista e Totò in critico delle arti. ABO ha costruito la sua mitologia, mostrandosi addirittura nudo davanti all’obiettivo. Insomma, se il sistema dell’arte ha ridotto la critica in mutande, Achille ha pensato bene di togliersi anche quelle.
E veniamo a noi, cioè a loro, i “fratelli coltelli”. C’è la possibilità di vedere l’Arte povera e la Transavanguardia in contemporanea a Milano. Che si fa? Se fossimo in un Paese dove i settantenni vivono la maturità come distacco da se stessi e dal mondo, non sarebbe cosa strana deporre le armi per una tregua che punti all’ “interesse comune” che non è quello collettivo, ma il loro stesso interesse: “storicizzare” il lavoro di entrambi all’interno della dialettica dei linguaggi novecenteschi. Macché, questo è il Paese dove i settantenni si sentono sempre ragazzini sgallettati, ansiosi di dimostrare la forza dei loro attributi. Cosa voglio dire? Semplice, un mesetto fa Celant ha inaugurato alla Triennale una mostra con i suoi magnifici sette, dieci o tredici che siano, quelli che sotto il suo magistero si sono riconosciuti “artisti poveri”. La mostra cade dopo che, mesi fa, Celant aveva rieditato in volume da Electa i suoi scritti in materia; sembrava quasi un addio alle armi e invece ecco un altro catalogo-mattone (nel senso fisico della parola), sempre da Electa, che fa da tabernacolo cartaceo alla grande ostensione poverista. Kounellis, Penone, Pascali, Paolini, Mario e Marisa Merz, Calzolari, Boetti, Anselmo, Pistoletto, Zorio, Fabro, Prini… Poveristi forse, poveri certo no, alteri e snob sì, come il loro creatore, che per anni è stato consulente Guggenheim, vestito sempre di nero, t-shirt a maniche corte, giacca e calzoni di pelle, chioma brizzolata e cotonata, eloquio minimale da guru internazionalista (è genovese come Colombo e Renzo Piano, di cui è quasi coetaneo e frequentatore). E i suoi ragazzi? Attempati come lui, qualcuno anche di più e qualcun altro già dipartito, oggi sono tra i più costosi al mondo. Anche l’Achille dal tallone alato, giunto alla terza età, ha pensato bene di farsi il mausoleo con stampigliato in grande la sigla ABO e la dicitura “omaggio”, al genio ovviamente (un volumone, sempre da Electa, con tanti salamelecchi intellettuali).
E la Transavanguardia? È trans, cioè va, viene, torna, riparte, stancamente, ma i fantastici cinque ormai viaggiano per proprio conto e si vede anche dall’allestimento a Palazzo Reale. La scelta non sempre entusiasma e l’unico che pare aver raccolto la scommessa (forse per ragioni di mercato) è Cucchi, il quale presenta alcune grandi opere eseguite nell’anno in corso. Espressionista tantrico è Clemente, l’altro nome di spicco del gruppo (e il più costoso di tutti); e, dietro, il facile e ripetitivo idioma “simbolico” di Paladino; l’astrattismo astrale di De Maria, che ogni volta fa venire il dubbio se sia davvero un pittore o soltanto un designer di tappeti Ikea; e poi il kitsch di Chia, il più debole dei cinque e anche il meno trans. C’era la grande occasione. Fare storia comune a Milano sospendendo le ostilità e collaborando a una mostra di Arte povera e Transavanguardia negli stessi spazi – la Triennale, senz’altro, meglio dell’antiquaria sistemazione di Palazzo Reale. Mischiare le carte: far interagire Pascali e Cucchi, Paladino e Boetti, Penone e De Maria, Anselmo e Clemente, Clemente e Kounellis, Cucchi e Calzolari, Boetti e Paladino e così via. Insomma, un’idea critica che poteva mettere alla prova i due “movimenti” pesando senza narcisismi la forza dei loro diversi linguaggi. Diversi? Anche questo è un luogo comune: uscendo dalla mostra della Transavanguardia, avverto un’assoluta mancanza di pathos in questa pittura che avrebbe dovuto contrastare il concettualismo imperante. Che roba era invece? Una lavagna grigia sulla quale i moschettieri di ABO, ciascuno a suo modo, hanno inciso delle idee (a conferma di ciò, il catalogo della mostra, edito da Skira, è infarcito di saggi filosofici). All’inizio degli anni Settanta, infatti, i transavanguardisti, non ancora tali all’anagrafe critica, vestivano panni presi dal guardaroba concettuale, un habitus che non hanno mai dismesso veramente. Hanno soltanto cercato di dargli un’anima a colori.
Milano, Triennale
Arte povera. 1967-2011
Fino al 29 gennaio
Milano, Palazzo Reale
La Transavanguardia italiana
Fino al 4 marzo
Addio a Ken Russell, regista visionario tra diavoli, allucinazioni e opera rock
novembre 29, 2011
Il grande regista, tra i più trasgressivi e barocchi della storia del cinema, è morto a 84 anni. L’esordio in tv, poi il boom coi grandi titoli degli anni Settanta e Ottanta: da “Donne in amore” a “China Blue”, passando per “Tommy”. Grande talento, grande ego e una massima: “Voglio fare solo film illuminanti”
Claudia Morgoglione per “la Repubblica“
Addio a uno dei più trasgressivi, visionari, originali cineasti di sempre: Ken Russell, regista e sceneggiatore britannico, è morto in ospedale, a 84 anni. Lo ha annunciato il figlio Alex. L’autore di tanti film diventati cult – tra cui I Diavoli, Tommy, Lisztomania, Stati di allucinazione - lascia in eredità, oltre alle sue opere, un’idea di cinema estrema, inconfondibile: contenuti forti, spesso fantastici, con molto sesso e sangue, abbinati a uno stile psichedelico e opulento. Con alcuni marchi di fabbrica subito riconoscibili, per i suoi ammiratori: dall’uso insistito dei colori primari all’ossessione per le scene con il fuoco e per i rituali mistici di vario tipo. “La vita è troppo breve – era una delle sue frasi celebri – per fare pellicole su gente che non piace: meglio realizzare opere illuminanti come le mie”.
GUARDA: LE LOCANDINE DEI SUOI CULT 1- SCHEDA: LA FILMOGRAFIA 2
Nasce nel 1925 a Southampton, Henry Kenneth Alfred Russell. E prima di trovare la sua vera strada – quella dietro la macchina da presa – si cimenta in diversi lavori: fotografo, ballerino, militare nell’esercito.
Ma poi, fra le arti che lo attraggono, è la settima, cioà il cinema, a catturarlo. Dopo varie produzioni in tv, o in documentari, la sua prima opera ad attrarre l’attenzione planetaria risale al 1969, ed è Donne in amore: un successo di critica immediato, da cui il regista comincia la sua ascesa nel mondo degli autori indipendenti.
E un talento come il suo – ricco, per certi versi barocco, lisergico, attentissimo sul piano visivo a ogni più piccolo dettaglio – non poteva che esplodere negli anni Settanta: decennio di sperimentazione, di rottura delle regole del passato. Per lui, un crescendo di successi, e la formazione di uno stile che è e resta inimitabile. Tra le tappe principali di questo percorso vanno citati I Diavoli(1971); Messia selvaggio (1972); La perdizione (1974); Lisztomania e Tommy (1975, rock-opera degli Who); Valentino (1977).
Arriviamo così agli anni Ottanta, che nel cinema in generale rappresentano una sorta di normalizzazione, un ritorno a opere mediamente più commerciali e convenzionali. Ma Russell, pur risentendo in qualche modo del clima dell’epoca, continua nella sua poetica di eccessi visivi (e non solo), con Stati di allucinazione (1980) China Blue (1984), Gothic (1986), L’ultima Salomé (1988). Gli anni Novanta, invece – a parte alcune opere per il grande schermo, come Whore-Puttana (1991) – sono caratterizzati da un ritorno di fiamma per la tv, con progetti come Lady Chatterly e Oltre la mente. Nel nuovo Millennio, la sua attività si dirada, concentrandosi su qualche documentario o poco più. Ma si capisce che la vena creativa, così particolare, del regista, in parte si è esaurita. Il suo posto nella storia del cinema, però, è assicurato. Non troppo lontana da quello di Roman Polanski: entrambi affascinati da alcuni temi ricoerrenti – in particolare – in particolare il Male, nelle sue coniugazioni sia “umane” che paranormali – ma con stili decisamente diversi.
Russell, del resto, era un uomo di grandi passioni anche nella vita privata: ha avuto quattro matrimoni, quattro divorzi, cinque figli. Sul piano professionale, invece, aveva un’idea chiara del suo posto speciale, nel mondo dei grandi cineasti. Come dimostra il celebre episodio del suo incontro con Federico Fellini, a Cinecittà: parlarono brevemente, poi si definirono reciprocamente “il Fellini inglese” e “il Ken Russell italiano”. Due grandi talenti, con due “ego” altrettanto grandi: ma sicuramente loro potevano permetterselo.
Addio a Saverio Tutino, tra vittorini e fidel
novembre 29, 2011Aveva 88 anni, ex partigiano, cominciò al “Politecnico” e seguì la rivoluzione cubana. A “Repubblica” dalla fondazione si occupò di Spagna e America Latina. Oltre all´attività giornalistica ha scritto saggi ed è stato il padre dell´Archivio diaristico nazionale
Stefano Malatesta per “la Repubblica”
E’ morto ieri a Roma Saverio Tutino. Aveva 88 anni ed era stato ricoverato alla clinica San Raffaele per un ictus. Tutino era stato a Repubblica dalla fondazione nel 1976 fino alla metà degli anni 80 quando aveva cominciato ad occuparsi dell´impresa che lo ha impegnato fino alla fine: l´Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, dove sono raccolti quasi diecimila scritti autobiografici di persone che raccontano le loro storie comuni e straordinarie. Nato a Milano, era stato partigiano, aveva lavorato al Politecnico di Vittorini e poi all´Unità, dove aveva seguito con grande partecipazione la rivoluzione cubana.
Saverio aveva un curriculum da eroe nazional-popolare: commissario della brigata Garibaldi durante la Resistenza nelle montagne che conosceva benissimo, perché le aveva scalate da ragazzo. Vivo per miracolo, dopo una retata dei tedeschi, si era salvato perché quella notte aveva dormito nella parte bassa del paese, riuscendo a fuggire mentre quasi tutti i suoi uomini venivano presi e uccisi. Esotico giornalista in una Cuba che aveva ancora ideali rivoluzionari: molti anni più tardi raccontava di quando Allende era suo ospite e delle sue partite di pesca subacquea con il “Che”, prima che Castro lo mandasse a perdersi nella giungla sudamericana. Giornalista dell´Unità aveva sempre mantenuto una sana indipendenza dal partito, che non significava troppa fronda. Aveva molta pena per la sofferenza vera e in questo senso era un uomo religioso, perché che cos´è la religione se non interessarsi amorevolmente degli altri? Manteneva naturalmente alti livelli di probità, una indifferenza alla ricchezza e agli agi insieme con uno straordinaria propensione a tirarla lunga nei caffè e nei salotti lombardi subito dopo la guerra. E così, immortalato con il fazzoletto rosso al collo, è apparso sul libro I peggiori anni della nostra vita di Oreste del Buono che era suo cognato. Lo sfottevamo molto nel suo periodo di forsennato “dietrista”, quando vedeva per ogni dove un complotto o una messinscena di imperialismi assassini e trilaterali e gladii assortiti, perché diceva che nulla nella politica internazionale era come appariva. A quel tempo le tesi di Tutino ci sembravano delle ossessioni banali, esagerate dalla passione che metteva in tutte le cose. E lui mi rispondeva che quando una cosa complicata ti sembrava semplice voleva dire che non avevi capito. Poi si è visto che aveva ragione lui e non aveva esagerato affatto.
Di tanto in tanto, quasi di colpo, spariva rintanandosi nella casetta ex scuola in Toscana o nelle due camere e cucina a Trastevere con le librerie tagliate a mano, così essenziali e linde che avevano più dignità di saloni principeschi. E si metteva a scrivere delicati ricordi in una prosa sostenuta e come mossa da un´ansia intellettuale così fine a volte, così angosciata che non presentava mai certezze, sospettate di volgarità, ma dubbi. I suoi problemi esistenziali erano più inventati che reali e facevano da contrasto con amori bollenti che davano al suo impegno politico tutto il fuego che gli ardeva dentro. Insomma se fosse stato in vita Togliatti nelle vesti di Roderigo Di Castiglia, Saverio sarebbe stato bollato come decadente, che a quei tempi nel mondo comunista equivaleva a una lapidazione nella Bibbia. Ma per lui essere di sinistra aveva lo stesso significato che essere cattolici nei romanzi di Graham Greene, e andava a cogliere la politica non nei palazzi, ma nelle piazze, nei caffè, nelle librerie. Una politica che si confondeva con gli amori e che andava condivisa con una donna. Una volta Eugenio Scalfari gli aveva proposto di andare nel Medio Oriente. E lui aveva risposto meravigliato: «Ma che ci vado a fare? Le donne sono velate e il vino è proibito!». Mentre nelle Americhe la politica andava al passo di tango e si confondeva con i balli di piazza e la rivoluzione era a portata di mano. Bastava suonare “La cucaracha”.
Negli ultimi anni a Pieve Santo Stefano aveva inventato e diretto uno dei pochi premi letterari che mantenevano quello che c´era nel titolo. Andavo spesso da lui trovandomi immerso in quei fantastici diari che raccontavano la storia vera non ufficiale dell´Italia. Saverio era dolcisissimo con gli amici che conosceva da tanto tempo e che stimava per le loro qualità, Ed era bello sentire come parlava di Gloria Argeles, la scultrice argentina, una donna così intelligente e umana che Saverio adorava. Diceva delle cose su di lei come uno che ha letto il Cyrano de Bergerac e vorrebbe imitarlo ma sente i suoi limiti. Adios compañero Saverio. Hasta la victoria che stiamo aspettando da sempre e che non arriverà mai.
Vittorio De Seta e il suo mondo perduto
novembre 29, 2011Goffredo Fofi per “Il Sole 24 Ore”
De Seta ha diretto pochi film, sempre in difficoltà con il mondo circostante, scontento ed esigente, ma alcuni dei suoi lavori sono in assoluto tra i massimi capolavori della storia del cinema, non solo italiano. Penso in particolare alle meravigliosa serie dei documentari (a colori e senza commento parlato, contrariamente alle convenzioni di allora e di sempre). Tra Sicilia, Sardegna e Calabria, egli si dedicò al cinema subito dopo il ritorno dalla prigionia, e documentò tra il 1954 e il 1959 “il mondo com’era”: la pesca e l’agricoltura, le zolfatare e la pastorizia, il rapporto con la fatica quotidiana e con la natura:
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Trent’anni di fumetto erotico: “Adesso alzo bandiera bianca”
novembre 29, 2011
Mughini intervista Francesco Coniglio, l’editore delle riviste cult a luci rosse: da Blue a Bonelli, passando per il progressive rock
Giampiero Mughini per “Libero“
Nella stanza della redazione di viale Margherita a Roma, da anni roccaforte delle edizioni firmate dal piccolo grande editore Francesco Coniglio, i cumuli di libri e riviste ammassati per ogni dove sono tali che respiri carta più che ossigeno. Nato a Lucca nel 1957, da trent’anni Coniglio inventa riviste di fumetti che hanno fatto epoca. È lui che nel 1991 sollecitò alcuni autori suoi amici - da Sicomoro a Massimo Rotundo e più tardi Franco Saudelli – a tirar fuori dai cassetti le immagini più sporcaccione da loro disegnate e che tenevano nascoste, e a farne la prima rivista italiana dedicata al fumetto erotico di qualità, “Blue”, una rivista che nel suo momento di gloria arrivò a vendere 20mila copie a numero e che ha arrestato la sua corsa al numero 200, datato dicembre 2009.
C’è stato poi l’incontro con il geniale Filippo Scozzari, un autore tra quelli della scuola bolognese del ’77, meno acclamato di Andrea Pazienza senza essergli in alcun modo inferiore, e delle strisce e dei libri di Scozzari Coniglio è diventato da dieci anni l’editore principe. E infine la stagione editoriale più recente, quella in cui a fare da libri campione sono stati alcuni volumi dedicati a spezzoni della musica moderna non soltanto italiana, dal libro monumentale dedicato da Michele Neri a Battisti a quello di Franco Brizi, Le ragazze dei capelloni, dov’è rievocata la moda e la musica del tempo in cui le prime ragazze italiane indossarono la minigonna.
A tutt’oggi, trent’anni dopo i suoi debutti da imprenditore e da editore in proprio, Coniglio è appeso al suo computer. Solo che su quel computer è come se sventolasse un piccolo drappo bianco, a segnalare la richiesta non dirò di una resa ma almeno di un armistizio. I conti delle piccole aziende editoriali si sono fatti drammatici, 50 per cento di vendite in meno da due anni a questa parte. Fiumane di rese medie dalle librerie. Impervia perché troppo costosa la strada della promozione pubblicitaria. Coniglio ha perciò deciso di arrestare la sua cavalcata. Non più editore in proprio, ma consulente d’eccezione a far sì che i libri più pregevoli fra quelli dei suoi amici vengano pubblicati dall’uno o dall’altro editore. Non più editore, ma “editor”, insomma una “e” in meno. E anche se due colpi nella canna del suo fucile ce li ha ancora, e vorrebbe spararli. Un libro di Umberto Croppi, di cui esiste già il titolo (Romanzo comunale) e il canovaccio, sulla sua contrastata esperienza di assessore alla Cultura al Comune di Roma, e un libro di Franco Brizi su quel “progressive rock” italiano dei Settanta di cui è il massimo esperto, un libro che si annuncia documentatissimo su quella discografia oggi così appetita dai collezionisti di tutto il mondo.
Coniglio, mi faccia capire meglio le difficoltà di voi piccoli editori. Prendiamo un libro come il Battisti, un libro che non può non essere cult e definitivo per i tantissimi appassionati di questo nostro grande cantante. Quante copie siete riusciti a venderne?
«Premesso che è un librone che costa 80 euro, al quale Michele Neri ha lavorato dieci anni, le librerie ne avevano prenotato 450 copie. A tutt’oggi ne abbiamo vendute 650 copie, su una tiratura complessiva di 1500. Due anni fa i librai avrebbero prenotato tutte le copie, che in un paio d’anni sarebbero state smaltite. Oggi i librai azzardano solo piccoli passettini. Su 150 libri che arrivano ogni giorno in libreria, ad avere visibilità saranno al massimo tre o quattro. Tutti gli altri la gran massa dei frequentatori di librerie non sa neppure che esistano».
Lei è stato un protagonista dell’editoria italiana di fumetti. Questa storia ha perso di recente un gigante, Sergio Bonelli, il figlio dell’inventore di Tex e a sua volta papà di personaggi-saga straordinari nella storia del fumetto italiano come Zagor. Lei ha lavorato più volte con Bonelli di cui era molto amico. È stato per lei un fratello maggiore, un padre o un maestro?
«Tutte e tre le cose, e non poteva essere altrimenti. Il 26 settembre, il giorno della morte di Sergio, è come se avessi perso lo spirito guida della mia vita…».
Quando lei ha cominciato a fare l’editore di fumetti s’era detto “Voglio fare come Sergio Bonelli”?
«Assolutamente sì. Tutti ricordano Bonelli come il più grande editore italiano di fumetti, dimenticando che lui è stato autore e raccontatore geniale col suo Zagor, il personaggio che s’era inventato nel 1961 e di cui cominciai a leggere le gesta quando avevo poco più di 11 anni. Zagor, uno che di mestiere faceva il mediatore nel West delle origini dove erano ancora padroni i pellerossa, è stato un personaggio che ha modellato il mio codice etico, un idealista che cercava di fare andare d’accordo pellerossa e bianchi, un uomo normale che incarnava il massimo di giustizia possibile».
Lei si ritiene un idealista?
«Sì, e ne conosco molti altri perché tra noi idealisti ci ritroviamo».
Io diffido molto della parola “idealista”, perché la vedo usata a vanvera. In un giornale che avevo in mano un paio di giorni fa, e dov’è una rubrica dedicata alle ragazze strafighe e stramiliardarie, c’era il ritratto di una ragazza che veniva presentata come «un’idealista», e difatti era fotografata su tacchi di 16 centimetri, le cosce sguainate, il décolleté pronunciatissimo. Più idealista di così. Ecco perché è un termine che non uso mai.
«Guardi che non lo uso mai nemmeno io, mi è scappato mentre parlavo di Zagor».
A poco più di dieci anni dov’è che scopriva un fumetto come quello inventato da Bonelli?
«La mia è stata la generazione dell’edicola, edicole che erano allora una miniera. Attorno a piazza Bologna, la piazza romana dove allora abitavamo, di edicole ce n’erano non ricordo più quante e di librerie ce n’erano una quindicina. L’edicola di metà degli anni Sessanta era l’edicola in cui irrompono gli Oscar Mondadori, quelli che hanno allevato tanti italiani a conoscere la grande letteratura. Mia madre cominciò a comprarli e me li passava. Lessi allora per la prima volta Hemingway, che a dire il vero trovai noiosissimo»
Chi sono quelli che a tutt’oggi comprano e leggono gli albi di Tex e di Zagor?
«Tex vende 240mila copie per ciascuna uscita originale, più le varie ristampe. È inoltre un successone da 80mila copie come albo accluso promozionalmente a Repubblica. Zagor, a tutt’oggi disegnato dall’82enne Gallieno Ferri che ne aveva disegnato il primo numero, ha uno zoccolo duro di circa 40mila lettori. Gli uni e gli altri sono in prevalenza ultracinquentenni, gente che fa parte della generazione dell’edicola di cui dicevo, gente che non vuole rinunciare agli eroi che costituivano il sogno della loro giovinezza».
Lei quando cominciò a guadagnarsi il pane facendo dell’editoria et similia?
«Con un gruppo di amici fondammo a Roma un cineclub, L’Officina film club, che ebbe un qualche successo. Avevo 19 anni quando con Luca Raffaelli e Luca Boschi (oggi il maggior esperto al mondo di fumetti della Walt Disney) creammo una piccola fanzine, “L’Urlo”, in cui ci avventammo a vantare la dignità del fumetto e dei suoi autori, ivi compresi i loro diritti d’autore».
Sono gli anni in cui a Milano esce un sofisticato mensile dedicato al fumetto di qualità, “Linus”. Voi ragazzacci de “L’Urlo” che cosa ne pensavate?
«Pensavamo tutto il bene possibile della prima serie, quella animata da Giovanni Gandini e Oreste Del Buono. Pensavamo tutto il male possibile della rivista, quando arrivò a dirigerla Fulvia Serra. E siccome al Festival del fumetto di Lucca c’eravamo inventati una sorta di premio ironico dal titolo “Una vita sprecata per il fumetto”, lo assegnammo alla Serra».
Il personaggio che fa da trampolino alla sua carriera di editore è l’Alberto Lupo disegnato da Silver…
«Silver aveva cominciato da aiutante di Bonvi, il famoso disegnatore di fumetti bolognese. Lui faceva già una rivistina centrata sulle avventure di Alberto Lup, di cui vendeva 20mila copie a numero. Creai una nuova sigla editoriale, l’Acme, e ne divenni l’editore. Per molti anni ne vendemmo sino a 120mila copie a numero. Un successo incredibile».
È il 1990, e siamo arrivati al gran botto, la nascita di un mensile di fumetti erotici, “Blue”. Una rivista che siamo in tanti ad avere amato. Era la prima volta che situazioni e fanciulle così hard si accampavano su una rivista regolarmente venduta in edicola. Prima c’era stato l’erotismo pizzicoso e ammiccante degli albetti in cui disegnava fra l’altro il giovane Milo Manara. Sulla vostra rivista era tutt’altra cosa, c’era il pendaglio maschile in bella mostra e magnificamente disegnato. Ricordo una storia molto attizzante di Sicomoro, di cui più tardi comprai i disegni originali per la mia collezione di erotica.
«Ai più “Blue” appariva né più né meno che pornografia, e non volevano nemmeno parlarne. Piacque da subito a Sergio Bonelli, anche lui raffinato collezionista di originali del fumetto erotico…».
A un’asta organizzata da Sergio Pignatone ci siamo contesi un pezzo succulento…
«Quando cominciai a fare “Blue”, il mio intendimento era fare una sorta di supplemento a fumetti di “Playmen”, che allora era diretto da Luciano Oppo, un grande personaggio di cui oggi nessuno più si ricorda. Oppo metteva nel suo giornale foto di ragazze discinte, ma anche testi di scrittori eccellenti e opinioni di psichiatri. Aveva tra i suoi collaboratori talvolta Alberto Moravia e talvolta Luciano Bianciardi. E comunque “Blue” conobbe un successo straordinario, anche più di 20mila copie vendute a numero. E questo fino al 1995, quando sul mercato cominciarono ad apparire alcune riviste rivali. Poi via via è cresciuto il cantiere delle immagini erotiche online, e la rivista è andata precipitando. Quando l’ho chiusa nel 2009, non arrivava a vendere 2.000 copie. Nell’editoria, come nelle altre cose della vita, tutto passa».
Chi sono stati i più grandi autori del fumetto erotico italiano?
«Ce ne sono stati tanti, e a parte ovviamente il maestro Guido Crepax. Peccato che Sicomoro quei disegni non li faccia in più. Da “Le Déclic” in poi Manara è stato un autore noto e riconosciutissimo. Franco Saudelli e Roberto Baldazzini hanno creato uno stile e un mondo a partire dalle loro ossessioni personali. Negli ultimi dieci anni è esploso il veneziano Paolo Eleuteri Serpieri, forse più noto in Francia e in Germania che in Italia. Quanto all’erotica, aveva un tratto e una personalità assai speciali Magnus, morto a 56 anni nel 1996. Tutto in lui era speciale, dalla passione per la filosofia orientale al suo essere un lettore che divorava di tutto, al modo in cui parlava anche con gli amici più cari, esperimendosi con frasi che erano come delle massime filosofiche».
In tema di erotica, anzi questa volta di pornografia, lei è stato quello che ha convinto il simpaticissimo Rocco Siffredi a non essere più soltanto attore dei suoi film, ma anche regista.
«Se è per questo sono l’autore delle colonne musicali dei primi cinque film fatti da Siffredi come regista, e ogni tanto me ne arriva qualche soldino dalla Siae».
Abbiamo finalmente toccato questa sua grande passione: la musica. Lei è un esperto, un collezionista, da ultimo un editore di bellissimi libri che raccontano momenti e protagonisti della musica moderna.
«Appartengo a una generazione che l’ha visto nascere il “progressive rock” italiano che oggi fa da stemma nei negozi di dischi antiquari. Quei dischi io li avevo comprati quando uscivano, i dischi de La Premiata Forneria Marconi, Le Orme, La Formula 3. C’ero a Roma, a villa Pamphili, durante le giornate di quel Festival della musica che finì a trambusto. Spero davvero di farlo il libro che Brizi sta preparando su quegli anni. Un libro di cui sono sicuro che starà accanto ai migliori che ho già fatto. Su tutti quello su Battisti di cui abbiamo parlato e quello di Maurizio Becker, C’era una volta la Rca. Avessi fatto un solo libro nella mia vita, avrei voluto fare quello».
Abbiamo parlato di carta e vantato la carta. Maledetto sia l’online?
«Ma nemmeno per idea. Con la mia amica e collaboratrice Laura Scarpa, che è fra l’altro una deliziosa autrice di storie a fumetti, abbiamo appena organizzato un corso dal titolo “A scuola di fumetto online” che sta riscuotendo un grande successo».
VIRGIN STORES
novembre 29, 2011Enrico Franceschini per “La Repubblica“, da “Dagospia“
Domanda: cosa hanno in comune un uomo che vuole andare a vedere il relitto del Titanic sul fondo dell’Atlantico dentro un sottomarino, uno che vuole portare i turisti nello spazio su aeroplani che vanno in orbita collegando New York e l’Australia in appena due ore e uno che vuole conquistare la City londinese? Risposta: hanno tutto in comune, perché sono la stessa persona.
Si chiama Richard Branson, ha 61 anni, i capelli lunghi, un patrimonio pari a circa 3 miliardi di sterline che ne fa il terzo uomo più ricco di Gran Bretagna, e un impero diversificato in decine di campi, dall’aviazione ai treni, dalla musica alla sanità, dalle assicurazioni alle banche, tenuto insieme dal nome diventato il suo marchio di fabbrica: Virgin. La sua ultima impresa risale a una settimana fa: l’acquisto della Northern Rock, prima banca nazionalizzata nel Regno Unito per evitarne il fallimento durante la crisi globale del 20072008, per 747 milioni di sterline, vale a dire la metà quasi esatta della somma (1 miliardo e 400 milioni di sterline) spesa dallo Stato negli scorsi quattro anni, ovvero dai contribuenti, per tenerla in piedi.
E’ vero che in base alle postille dell’accordo Branson potrebbe dover pagare altri 200, 300 milioni di sterline per l’acquisizione della Northern Rock da qui all’estate prossima; ed è innegabile quanto affermato dal ministro del Tesoro George Osborne per giustificare la vendita: «Abbiamo riportato un po’ di soldi nelle casse pubbliche, mantenendo l’impegno a disfarci delle banche nazionalizzate (ce ne sono, in effetti, altre due, sia pure solo al 70 e al 40 per cento, Royal Bank of Scotland e Lloyd Bankings, ndr) il prima possibile». Ma quello che a prima vista ha concluso l’affare migliore è l’acquirente, che si porta a casa una banca di rilievo a un prezzo tutto sommato conveniente.
Come denominazione, Northern Rock è destinata presto a scomparire, assorbita da Virgin Money, l’istituto di credito creato da Branson nel 1995, da allora consolidato e ora rafforzato dalla fusione con un’altra grossa banca al punto da potere fare per la prima volta concorrenza alla pari con i giganti del settore britannico, Hsbc, Barclays, Lloyds, Santander e Rbs. In altre parole, ora Branson è pronto a sfidare la City, a cercare di conquistarla con i suoi metodi, che sono spesso rivoluzionari: nella fattispecie provando a entrare nel grande mondo delle banche con una banca che non assomiglia a una banca.
Non a caso le filiali della Virgin Money dal primo gennaio saranno ribattezzate “stores” (negozi) e in un secondo tempo le più grandi saranno chiamate “lounges” (sale, saloni, salotti) dove i clienti potranno bere una tazzona di caffè e ricaricare le batterie del computer o del telefonino mentre aspettano di essere serviti. «Avete dato un’occhiata alla tipica filiale di una banca inglese, recentemente?», domanda l’imprenditore. «E’ quasi sempre vuota. Non ci va più nessuno, non sono posti che fanno voglia».
Perciò, dopo avere brevemente considerato la possibilità di cambiare la Virgin Money in Virgin Bank, dopo la fusione con Northern Rock, Branson ci ha ripensato e ha preferito lasciare le cose come sono: “banca”, di questi tempi, confida a chi lo conosce bene, non è un concetto molto popolare. ”Money”, denaro, lo è molto di più, e lui ne ha guadagnate palate. Come? Partendo, bisogna ammettere, quasi da zero. Con un nonno giudice e un padre avvocato, Branson pareva predestinato a una carriera legale, ma a scuola è svogliato e smette gli studi poco dopo avere iniziato l’università (solo molti anni dopo, davanti ai miliardi che ha fatto e al titolo di baronetto conferitogli dalla regina Elisabetta, gli hanno dato una laurea ad honorem).
Con un po’ di amici, in uno scantinato, gli viene l’idea di vendere dischi con lo sconto: comincia così. Si sente ribelle e diverso: per questo sceglie al volo per la sua neonata iniziativa il nome proposto da un collaboratore, “Virgin”, nel senso appunto di vergine, qualcosa di nuovo nel campo del business. Dai dischi nel sottoscala passa a una catena di negozi musicali, la Virgin Records, con uno studio di registrazione in cui inizia a produrre album in proprio: il primo, “Tubular Bells” di Mike Oldfield, nel 1973, scala subito le classifiche della hit parade internazionale. Dalla musica passa agli aeroplani, fondando nel 1984 la Virgin Airlines (per ingrandire la quale, nel ’95, vende la Virgin Records alla Emi per 500 milioni di sterline).
Poi, profittando della privatizzazione delle ferrovie voluta dalla Thatcher, prende sotto la sua ala anche i treni, Virgin Trains, naturalmente. E poi non si ferma più: telecomunicazioni, commercio, sanità, credito, di nuovo musica, mette le mani dappertutto. Non sempre e non immediatamente con fortuna, ma alla lunga tutto ciò che tocca si trasforma effettivamente in oro, almeno per lui.
A dispetto della montagna di soldi su cui siede, tuttavia, non perde lo spirito un po’ antiestablishment dei suoi inizi: si schiera a favore di campagne per l’ambiente e per il disarmo nucleare, finanzia ricerche in campo medico e per risolvere il problema dell’effetto serra, diventa amico personale di Nelson Mandela, descrivendo il leader sudafricano come il suo migliore amico e il suo maestro, si allea con l’exvicepresidente americano e premio Nobel per la pace Al Gore in iniziative ecologiste.
Nella politica britannica risulta vicino a tutti i potenti, dalla conservatrice Thatcher, che ne fa per un po’ di tempo il proprio “ambasciatore ufficioso” nel mondo degli affari, a Tony Blair, di cui diventa un sostenitore: «In politica economica dice i due maggiori partiti del mio paese si somigliano più di quanto vogliano far credere». Eppure resta un businessman anticonvenzionale, non solo per la sua capigliatura da rock star. «Amo l’avventura, mi piace mettermi alla prova con sfide che appaiono impossibili», afferma, e non è solo una metafora del suo comportamento come imprenditore. E’ famoso per avere attraversato l’Atlantico in barca a vela e il Pacifico in pallone aerostatico.
Le sue prossime odissee si annunciano più ardue. Si è messo in testa di riuscire a portare Kate Winslet, l’attrice pratogonista del film “Titanic”, a vedere il relitto dell’autentico transatlantico sul fondo dell’oceano a bordo di uno speciale sommergibile. E ha creato la prima linea area spaziale, Virgin Galactic, i cui aerei dovrebbero cominciare entro qualche anno a portare passeggeri in orbita intorno alla terra, inizialmente per mero turismo (e per 200 mila sterline a biglietto – ma c’è già una lunga lista di prenotazioni), quindi in un futuro meno vicino come normale mezzo di trasporto, in modo da raggiungere il Giappone da Londra, e in pratica qualsiasi altra destinazione sulla faccia della terra, in meno di due ore.
Può sembrare un pazzerellone che in fondo pensa solo a divertirsi: come quando ha festeggiato l’anniversario della Virgin Airlines portando in braccio su uno dei suoi aerei la top model Kate Moss tutta vestita (o meglio svestita, date le dimensioni della divisa che indossava) di rosso come le sue hostess. In realtà il maggiore divertimento di Richard Branson è fare buoni affari, rivoluzionando l’ordine costituito.
Non è detto che riuscirà a lanciare il turismo spaziale su scala di massa, anzi alla maggior parte degli osservatori sembra francamente molto improbabile. Ma può darsi che le sue “banche che non sembrano banche”, le lounges dove si ritira contante prendendo il caffè e caricando il computer, restituiscano credibilità a un settore che ne ha molto bisogno, dopo il crack degli ultimi anni.
inquadratura
novembre 28, 2011Le nozze alchemiche di Tamino e Pamina
novembre 28, 2011
Giulio Busi per “Il Sole 24 Ore”
«Indietro»! Tamino si è imbattuto in tre grandi porte. Prova a entrare da quella di destra, e poi da quella a sinistra, solo per esserne scacciato da una voce minacciosa. Finalmente si aprono per lui i battenti della terza porta. Ad accoglierlo c’è un anziano sacerdote, che lo apostrofa con un misto di curiosità e diffidenza: «Dove vuoi andare audace forestiero? Cosa cerchi qui nel tempio?». La risposta di Tamino è immediata, ingenua, ardita: «Il regno dell’amore e della virtù».
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Fede e peccato, l’eterno ritorno
novembre 28, 2011
L’eco delle Scritture nel dramma di una famiglia americana. Esce per Einaudi «Casa», terzo romanzo in 18 anni dell’autrice cult Marilynne Robinson
Livia Manera per “Il Corriere della Sera“
Chi cerca un classico che sia ancora capace di tormentare e di sorprendere, dovrebbe leggere, o rileggere, la Bibbia. «Com’è strano questo vecchio libro», pensa Glory, uno dei tre protagonisti del nuovo romanzo di Marilynne Robinson Casa, ambientato nella grande dimora di un pastore protestante che si avvicina alla morte in un angolo della provincia americana. Per Glory, la figlia minore del reverendo Robert Boughton che è tornata ad accudirlo nei suoi ultimi giorni, «la fede era un’abitudine e una forma di lealtà alla famiglia», e la sua reverenza nei confronti della Bibbia «una forma di ammirazione letteraria». Nella Bibbia, dice Marilynne Robinson in questo libro che ha vinto l’Orange Prize e a cui si sono inchinati anche i critici più esigenti e soprattutto agnostici, una giovane donna ferita al cuore come Glory può trovare una quiete emozionante. Ma è un fatto personale. Suo fratello Jack, la pecora nera della famiglia che ha avuto modo di rileggere quel libro molte volte in prigione, non è mai riuscito a trovarvi sollievo alla propria anima dannata.
Marilynne Robinson è una delle più grandi e meno produttive scrittrici americane. Ha scritto solo tre romanzi in diciotto anni, malgrado il primo, Housekeeping , vincitore del Pen/Faulkner Award, abbia convogliato sulla sua autrice nel 1980 quella forma di attenzione che può diventare un’attesa pressante. Ma questa signora di 68 anni che tiene uno dei più ambiti corsi di scrittura creativa negli Stati Uniti (all’Università dell’Iowa), ha proseguito per la propria strada prendendosi tutto il tempo necessario a elaborare altri due romanzi controcorrente come il magnifico Gilead, del 2004, e ora Casa, in uscita da Einaudi: due libri radicali nel loro rifiuto di tutto ciò che è contemporaneo e mondano, profondamente inquieti nel contenuto, lirici nella lingua, e soprattutto in perpetuo dialogo tra loro.
Prendiamo dunque questi due romanzi sull’amicizia, la famiglia e la vecchiaia, che affrontano in modo obliquo i temi dei conflitti di razza e del rapporto con la religione in America. Sono entrambi ambientati nel 1956 nella fittizia cittadina di Gilead, in Iowa, dove l’amicizia che lega due esponenti della tradizione puritana come il reverendo Ames, congregazionalista, e il reverendo Boughton, presbiteriano, è così forte che ognuno ha voluto dare il nome dell’altro a un proprio figlio.
Gilead si legge come una lunga lettera del reverendo Ames al figlio Robby, sulla vita, la morale, l’onore, e il modo in cui il male si è impossessato del figlio ribelle di Boughton, Jack. E Casa affronta gli stessi temi dalla prospettiva della grande casa coperta di edera dei Boughton, dove Jack il ladro, il mascalzone che ha messo incinta la figlia di un pover’uomo ed è scappato, la pecora nera che per vent’anni non ha più dato notizie di sé e ha mancato persino il funerale della madre, affronta ora un difficile e teso ritorno a casa. Stia in guardia il lettore che si aspetta conforto da questa rilettura della parabola del figliol prodigo. Questo è un libro sulla doppiezza, la codardia morale e l’ipocrisia religiosa. È anche un libro sulla fede, sulla grazia e sulla compassione. Ma è di una profondità feroce, ed è capace di sorprendere e tormentare quasi come la Bibbia.
«Tu credi che esistano persone intenzionalmente e irreparabilmente condannate alla perdizione?», chiede Jack, la cui infelicità evidente è appena scalfita dall’intensa gratitudine con cui il padre lo riabbraccia, e dagli sforzi della sorella Glory di costruire tra loro un’amicizia che forse non c’è mai stata. Dietro la formalità dei gesti di entrambi i fratelli – ognuno si rivolge all’altro in modo così educato da diventare il sismografo di una terribile tensione – c’è la paura di farsi ancora del male e l’incertezza sul fatto che un bene comune sia ancora possibile nella loro famiglia. Per parte sua, il vecchio è affettuoso con il figlio ma è anche tirannico e duro. Vorrebbe perdonarlo ma non ci riesce. «Non sono mai riuscito a capire perché non ci amassi», dice a Jack. E poco a poco, mentre ognuno riprende le vecchie abitudini del passato – Jack si occupa del giardino, della spesa e ripara la DeSoto arrugginita nel garage, Glory accudisce il padre e fa da mangiare – diventa chiaro a tutti che questa famiglia non potrà mai cambiare. E che nemmeno la fede, la compassione, la volontà e l’affetto sono sufficienti a sconfiggere il mistero di un figlio nato sotto la stella dell’alienazione spirituale.
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