Longhi e Artemisia, la ferocia diventa colore

Artemisia Gentileschi (come si rappresenta nell’ Autoritratto come allegoria della pittura ), «dipinge» Roberto Longhi: l’illustrazione è di Paolo Galetto. La pittrice, figlia di Orazio Gentileschi, nacque a Roma nel 1593 e morì a Napoli nel 1653

Mentre Milano celebra la pittrice secentesca con una mostra, si riscopre un saggio giovanile del grande critico sui “Gentileschi. Padre e figlia”

Roberto Longhi per “La Stampa

Nel 1916 Roberto Longhi pubblicò sulla rivista L’Arte uno studio sui Gentileschi.Padre e figlia (a quest’ultima, Artemisia, è dedicata la mostra in corso a Milano, Palazzo Reale, fino al 22 gennaio). Poi raccolto nelle Opere complete di Roberto Longhi (Sansoni 1961), il saggio, da tempo introvabile, viene ora riproposto da Abscondita. Ne anticipiamo uno stralcio.

Artemisia Gentileschi, dal nome favoloso e serico come le pitture del padre, ci pare l’unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità; da non confondere adunque con la serie sbiadita delle celebri pittrici italiane; e ai suoi tempi non si potrebbe trovarle paragone che in Giuditta Leyster. Nulla in lei, almeno di primo acchito, della peinture de femme ch’è così evidente nel collegio delle sorelle Anguissola, in Lavinia Fontana, in Madonna Fede Galizia, in Caterina Ginnasi, in Giovanna Garzoni, o nelle pittrici di Donna o di Foemina. Si travede anzi un temperamento che, fosse vissuta a Parigi dopo la metà del secolo passato, avrebbe figurato un poco come Mary Cassatt. [...]

La signorina Artemisia dovette essere molto precoce in ogni cosa – si consulti al proposito il resoconto del processo del Tassi – e così in pittura, se verso il 1612, a quindici anni, quando il Tassi le insegnava, fra l’altro, la prospettiva, essa dipingeva il ritratto di un putto.

Noi non dubitiamo ch’essa calcasse allora moderatamente le orme paterne, e si tratterebbe perciò di rinvenire qualche opera che appaia sulle tracce di Orazio, ma con qualche a tentoni giovenile, e magari di senso femminile. [...]

E si studiò infinitamente Artemisia di fare una grand’opera nella Giuditta che uccide , anzi chescanna Oloferne in due esemplari grandi (Firenze e Napoli) e in una piccola replica su lavagna all’arcivescovado di Milano. Ma quella scissione fra mentalità e resa, fra civiltà e creazione che già avvertivamo in Orazio, si ripete qui nella figlia con fatalità quasi tragica, visto che ne vanno perdute, per ribrezzo, qualità pittoriche di prim’ordine. Chi penserebbe infatti che sopra un lenzuolo studiato di candori ed ombre diacce degne d’un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato, da parer dipinto per mano del boja Lang? Ma – vien la voglia di dire –, ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo?

Imploriamo grazia. Noi non vorremmo ad ogni modo seguire lo Schmerber nelle sue grosse osservazioni sullo spirito sadico del tempo; che qui non v’è nulla di sadico, se anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo, ed è persino riuscita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile, vi dico! Eppoi date per carità alla signora Schiattesi – questo è il nome coniugale di Artemisia – il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine, non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla?

Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del ’600 europeo, dopo Van Dyck. [...]

Ma il grande, il vero risultato pittorico, manco a dirlo, è negli abiti. Discesa memorabile di un ermellino che potrebb’essere l’impresa pittoresca se non morale dei due Gentileschi, padre e figlia – ove svariano rapide le ombre corte sotto le codette cineree; azzurro gigliato pronto a cedere a un damasco rosso ciliegia di valore inestimabile; manica eburnea torrefatta d’ombre caldissime –, centro pittorico, coin di capolavoro, che si propaga fino a ricomparire nella cotta delicata, sfatta in basso dall’ardere lento delle babbucce di soffice tabacco.

Non dimentichiamo perciò questi tratti di grande maestra anche se ci avvediamo che l’esecuzione si raffredda e intristisce nel viso troppo condotto, in una mano non «vista», in una corona troppo battuta, in uno scettro troppo cesellato. Sono i fondigli dell’oreficeria toscana, che vengono a galla. E resta pur lamentabile che quest’opera non sia apparsa – vera rivelazione alla mostra del Ritratto Italiano. [...]

Roberto Longhi nato ad Alba nel 1890, morì a Firenze nel 1970. Il suo apporto critico è stato fondamentale tra l’altro nella rivalutazione di Caravaggio.

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Una Risposta to “Longhi e Artemisia, la ferocia diventa colore”

  1. annalisa Says:

    Ciò che il resoconto propone è in parte esatto e veritiero. Le mille sfaccettature di Artemisia non si posso certo codificare in un unico linguaggio e in un solo pensiero. Quest’artista ha senza dubbio contribuito in modo netto e marcato nel panorama artistico del 600, secolo che vede la nascita del così detto periodo barocco ma, prima ancora del manierismo e tardo manierismo. Proprio da quest’ultima corrente deriva il pittore Orazio Gentileschi e non ci si può certo stupire che i suoi metodi e modi abbiano in gran parte influenzato la figlia, in particolare l’indirizzo tardo-manierista che Artemisia riceve dal padre riguarda l’analisi e l’attenzione al panneggio degli abiti, non che all’impostazione scenica dell’opera, particolare non certo trascurabile e importante. è in fatti risaputo che nel 600 nacque il melodramma o per lo meno ebbe la sua massima espansione e consacrazione nel teatro. Tutto questo non poteva non influenzare gli artisti del tempo che come ben sappiamo usualmente tendono ad impostare il quadro, o l’opera in generale, in modo teatrale, i personaggi diventano attori e il contesto scenografia. Tutto questo è da sommare al fatto che il barocco è l’espressione della chiesa controriformista per eccellenza. il concilio di Trento aveva in fatti sancito l’esigenza di riportare la chiesa (all’ora contestata dal teologo tedesco Martin Lutero) al potere, di esprimerne il trionfo e la grandezza. Il mezzo per giungere a questo fine è rappresentato dall’arte, gli artisti hanno il compito di creare qualcosa di sconvolgente e affascinante, l’opera doveva stupire e intrattenere, non si esigeva come nel 500 (epoca Rinascimentale) un opera “intellettuale” o che stimolasse la riflessione e il pensiero; si voleva al contrario confondere e offuscare il ragionamento attraverso mirabili illusioni ad opera dei quadraturisti e a sgargianti colori per mezzo dei pittori. le uniche opera che differivano dal carattere religioso erano quelle con soggetti mitologici o con “allegorie” (nel 1593 era apparso a roma un trattato di iconologia, un “dizionario” a cui gli artisti dovevano attenersi per rappresentare un’astrazione). Posso considerarmi pienamente concordante ad affermare la precocità di Artemisia ma, non sono altrettanto propensa a considerarla già nelle prime fasi autonoma. è stato scritto che in alcuni dipinti vi sia la mano di Orazio e questo è certamente vero ma, non lo è il fatto di attribuire, come ho spesso letto in altri contesti, la prima versione di Susanna e i Vecchioni interamente alla Gentileschi figlia. Sebbene la firma posta in basso a destra “Artemisia Gentileschi fecit 1610″ possa fa pensare al primo e vero dipinto autonomo io ritengo che ciò non sia plausibile. sebbene io non sia ne una professionista, ne una laureata mi sento comunque di esporre quello che credo più coerente con ciò che ho potuto apprendere sull’artista. appena diciassettenne Artemisia non poteva sostenere interamente un quadro di quella portata, ci sono altre versioni con cui mi trovo più incline ad accettarne la spiegazione che alluderebbero al fatto che in occasione del processo si stata appositamente giustapposta una firma antecedente all’anno del processo in modo tale da presentare una prova inconfutabile del talento che Tassi aveva violato. Proprio l’episodio di Agostino dovrebbe far comprendere come sia stata al limite dell’incredibile la carriera di Artemisia. la sua reputazione dopo l’accaduto era rovinata e un matrimonio riparatore con Stiattesti non ne aveva certo potuto attenuare le gravi conseguenze della follia di Orazio. Artemisia è riuscita a farsi strada con il proprio talento e la propria forza in quello che era un mondo precluso alle donne: il mondo dell’arte. Non vi era e non vi sarà mai una donna il cui coraggio e la cui determinazione consacreranno nell’universo dell’arte come Artemisia. Donna, madre, figlia, amante, moglie, accademica, e in fine pittrice. “che stranezza!” avevano gridato i grandi del tempo, “una donna pittora … da non crederci!” eppure quegli stessi reggenti si inchinarono di fronte alla maestria di questo genio del 600 e secondo il parere di chi scrive non debitamente considerato nell’epoca odierna. Se il Caravaggio è stato riabilitato e riconsiderato ne è andata a discapito la fama di Artemisia. Era certamente una caravaggesca, non c’è dubbio e non mi voglio soffermare ad attaccare una tesi di per se giusta e coerente, non mi sento di muovere critiche al Caravaggio in questo senso. Se posso però permettermi di dilungarmi ancora un poco sul ruolo che ha avuto il maestro nella pittura di Artemisia lo farò solo per esporre una mia impressione. ciò che del Caravaggio un qualsiasi profano rammenta è certamente la luce, la grande luce del Caravaggio ma, ad un analisi più attenta si vede chiaramente come questa sua trovata e per suo stesso modo di dipingere blocchi le immagini, i quadri del Merisi sono fermi e fissati in eterno sulla tela immobili e grandiosi nella loro povertà i personaggi devoti si lasciano trasportare dalla perforante luce al cospetto del Divino. Se il Caravaggio e la sua influenza vengono letti in questi termini, che spero siano stati esaurienti, non reggeranno mai il confronto con Artemisia. La Gentileschi fa propria la luce del Caravaggio trasformando in qualcosa di vivo e palpitante. Quella che Artemisia ci propone, non è ferocia, è amore, amore per la vita, passione e calore. i suoi quadri sacri o profani che siano sono sempre accompagnati dalla forza di carattere che tanto la distingue perché Artemisia aggiunge qualcosa in più del Caravaggio alle sue opere, aggiunge l’anima. ciò che discorre, la scena che ci viene presentata davanti agli occhi è la rappresentazione di una passione e di un amore vero per la pittura. Ecco ciò che la pone al di sopra di ogni artista, se Michelangelo Merisi trova fanatica consolazione della propria fede nell’immortale attimo eterno, Artemisia Gentileschi trova appagamento nel tumultuoso amore che la sprona a dipingere una vita sofferta ma ricca di passione e sentimento. come ho detto all’inizio Artemisia ha mille volti, non si può descrivere in una sola parola come non può farlo un solo libro ma, il bello di lei è proprio questa sua duttilità e la capacità di scatenare emozioni tanto diverse in chi guarda lo stesso quadro, non molti artisti ci sono riusciti o ci stanno riuscendo ma, il mio desiderio sarebbe quello di vedere in futuro comparire definitivamente il suo nome a fianco di quello dei grandi assegnandole così un adeguato riconoscimento e consacrandone l’affermatissima carriera.

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