Barbara Rose per “Il Corriere della Sera“
Pur ammettendo che nessuna città è in grado di usurpare a New York il titolo di capitale culturale degli Stati Uniti, bisogna riconoscere che per molti anni il secondo posto è stato occupato da Chicago. La scuola di Chicago era caratterizzata da uno stile ruvido, espressionista, figurativo e spesso satirico. Oggi, invece, si fa avanti Los Angeles a sfidare Chicago per il titolo di «seconda capitale».
Sotto la denominazione-ombrello di Pacific Standard Time (un evento che fa riferimento a quell’«ora standard» che permette a Los Angeles di avere tre ore di anticipo sul fuso orario di New York) si sono così raggruppate numerose gallerie per offrire una panoramica variegata delle espressioni artistiche prodotte all’ombra di Hollywood tra il 1945 e il 1980. Le mostre (oltre una sessantina) resteranno aperte al pubblico fino all’aprile 2012, quanto basta per ribadire il concetto che anche Los Angeles sa dare un importante contributo all’arte mondiale e può vantare una visione e uno stile particolarissimi.
L’immenso paesaggio disneyano, dai colori fluorescenti, punteggiato di palme, suggerisce una «sensibilità L.A.» distinta e immediatamente riconoscibile. Il dipinto di Ed Ruscha che ritrae la gigantesca scritta «Hollywood» visibile dalle pompe di benzina del Sunset Boulevard incarna in fondo il segno iconico di questa sensibilità. Sorprende constatare che l’importanza di Los Angeles, tuttavia, è stata riconosciuta innanzitutto in Europa con due grandi mostre, la prima al Centre Pompidou nel 2006 e la più recente al Castello di Rivoli. Ma oggi, finalmente, anche la città è pronta a rendere omaggio definitivamente all’originalità dei propri artisti. L’impulso che ha stimolato questa repentina presa di coscienza è venuto dal J. Paul Getty Research Institute. Quasi si rendesse conto all’improvviso della sua ubicazione geografica, il Getty ha iniziato a raccogliere una vasta gamma di manufatti artistici nati a Los Angeles, nell’ambito di pittura, architettura, stampa, cinematografia sperimentale, video, design. Al costo di decine di milioni di dollari, il Getty Institute ha finanziato così queste oltre sessanta esposizioni di arte prodotta nella California del Sud tra il 1945 e il 1980.
La mostra principale, una panoramica dell’arte postbellica (appunto) in California del Sud, si trova proprio presso il J. Paul Getty Museum (Crosscurrents in L.A.). Pare che i curatori del museo si siano dunque accorti all’improvviso della grande ricchezza espressiva che li circondava, correndo ad attingere ai loro archivi, oltre che a mettere in piedi un grande evento, per celebrare (appunto) quel risveglio. Grazie alle sue vaste risorse, il Getty è riuscito inoltre a finanziare più di una trentina di nuove esposizioni in giro per la città, con una robusta partecipazione di arte messicoamericana.
Sin dagli anni Trenta si riscontra infatti a Los Angeles una forte presenza di «chicano», e proprio in quel periodo Siqueiros lanciò un importante laboratorio di arte metropolitana cui partecipò anche Jackson Pollock.
Il gruppo di artisti di L.A. che emerse negli anni Sessanta, accusato di soffrire di una sorta di «ossessione per la finitura», si serviva di materiali industriali dalle superfici lucide e levigate. Molto prima che Anish Kapoor e Jeff Koons si dedicassero alle superfici a specchio per coinvolgere il pubblico in un dialogo narcisistico, gli artisti di L.A. perfezionavano riflessi raffinatissimi, che consentivano una visuale sempre varia e in movimento, sia dell’ambiente circostante che dei visitatori che si affollavano attorno alle loro opere. Difatti la luce riflessa fa parte dell’esperienza artistica di Los Angeles (a ragione la California si fregia dell’appellativo di «sunshine state» — lo stato del sole).
Le espressioni artistiche della California del Sud non assomigliano affatto a quelle prodotte a New York, né si tratta di manufatti che si contrappongono alle influenze europee: sono semplicemente non europee. Tra le spiegazioni del fenomeno, ricordiamo che delle due coste dell’America solo la sponda orientale è rivolta all’Europa, mentre quella occidentale si affaccia verso il Giappone.
Lo spirito zen della perfezione nei minimi dettagli è palpabile nelle opere della «prima generazione» di artisti di Los Angeles, come Robert Irwin, Larry Bell, Craig Kauffman e John McCracken (gli ultimi due sono di recente scomparsi). All’origine, l’arte di Los Angeles era fortemente orientata verso l’artigianato e mastri vasai come Peter Voulkos e Ken Price (che ben presto esporranno al Metropolitan) hanno creato sculture straordinarie con l’argilla. L’arte della ceramica, per l’appunto, vanta un’illustre tradizione in Giappone. Anche le scritte che appaiono sui dipinti di Ed Ruscha richiamano alla mente i koan giapponesi.
Di pari passo, peraltro, è sempre esistita a Los Angeles una corrente sotterranea di contestazione assai più brutale, rappresentata dalle sconvolgenti installazioni surrealiste di Ed Kienholz che gettano una luce cruda sul razzismo e sull’imperialismo dell’America. Tra i seguaci di Kienholz ricordiamo Paul McCarthy e Mike Kelly, le cui tele ripugnanti muovono una critica ancor più sferzante alla cultura americana. Oggi che scriviamo la storia di Los Angeles come singolarissimo centro artistico, dobbiamo ammettere però che si è trattato finora di un club per soli uomini, anche se sono entrate a farne parte alcune donne, come Vija Cejlmins e l’onnipresente femminista Judy Chicago.
Ma in California le ragazze erano qualcosa da caricare in macchina assieme alla tavola da surf per andare in spiaggia. Tutto questo sta cambiando, ovviamente, e la Pacific Standard Time si propone di ripercorrere un momento specifico della storia della California che termina appunto nel 1980, quando nell’immaginario collettivo Los Angeles era ancora una città esotica e peccaminosa. Forse il cinema è rimasto fonte di ispirazione per l’arte, ma il semplice fatto che molte stelle del cinema oggi acquistino opere d’arte e che nessun set cinematografico si ritenga completo senza il suo corollario artistico spiega perché la scuola di Los Angeles si sia evoluta dal glamour innocente degli esordi alla contestazione più cinica e spietata dei nostri giorni.
(traduzione di Rita Baldassarre)
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