VIRGIN STORES

Richard Branson

Enrico Franceschini per “La Repubblica“, da “Dagospia

Domanda: cosa hanno in comune un uomo che vuole andare a vedere il relitto del Titanic sul fondo dell’Atlantico dentro un sottomarino, uno che vuole portare i turisti nello spazio su aeroplani che vanno in orbita collegando New York e l’Australia in appena due ore e uno che vuole conquistare la City londinese? Risposta: hanno tutto in comune, perché sono la stessa persona.

Si chiama Richard Branson, ha 61 anni, i capelli lunghi, un patrimonio pari a circa 3 miliardi di sterline che ne fa il terzo uomo più ricco di Gran Bretagna, e un impero diversificato in decine di campi, dall’aviazione ai treni, dalla musica alla sanità, dalle assicurazioni alle banche, tenuto insieme dal nome diventato il suo marchio di fabbrica: Virgin.
La sua ultima impresa risale a una settimana fa: l’acquisto della Northern Rock, prima banca nazionalizzata nel Regno Unito per evitarne il fallimento durante la crisi globale del 20072008, per 747 milioni di sterline, vale a dire la metà quasi esatta della somma (1 miliardo e 400 milioni di sterline) spesa dallo Stato negli scorsi quattro anni, ovvero dai contribuenti, per tenerla in piedi.

E’ vero che in base alle postille dell’accordo Branson potrebbe dover pagare altri 200, 300 milioni di sterline per l’acquisizione della Northern Rock da qui all’estate prossima; ed è innegabile quanto affermato dal ministro del Tesoro George Osborne per giustificare la vendita: «Abbiamo riportato un po’ di soldi nelle casse pubbliche, mantenendo l’impegno a disfarci delle banche nazionalizzate (ce ne sono, in effetti, altre due, sia pure solo al 70 e al 40 per cento, Royal Bank of Scotland e Lloyd Bankings, ndr) il prima possibile». Ma quello che a prima vista ha concluso l’affare migliore è l’acquirente, che si porta a casa una banca di rilievo a un prezzo tutto sommato conveniente.

Come denominazione, Northern Rock è destinata presto a scomparire, assorbita da Virgin Money, l’istituto di credito creato da Branson nel 1995, da allora consolidato e ora rafforzato dalla fusione con un’altra grossa banca al punto da potere fare per la prima volta concorrenza alla pari con i giganti del settore britannico, Hsbc, Barclays, Lloyds, Santander e Rbs. In altre parole, ora Branson è pronto a sfidare la City, a cercare di conquistarla con i suoi metodi, che sono spesso rivoluzionari: nella fattispecie provando a entrare nel grande mondo delle banche con una banca che non assomiglia a una banca.

Non a caso le filiali della Virgin Money dal primo gennaio saranno ribattezzate “stores” (negozi) e in un secondo tempo le più grandi saranno chiamate “lounges” (sale, saloni, salotti) dove i clienti potranno bere una tazzona di caffè e ricaricare le batterie del computer o del telefonino mentre aspettano di essere serviti. «Avete dato un’occhiata alla tipica filiale di una banca inglese, recentemente?», domanda l’imprenditore. «E’ quasi sempre vuota. Non ci va più nessuno, non sono posti che fanno voglia».

Perciò, dopo avere brevemente considerato la possibilità di cambiare la Virgin Money in Virgin Bank, dopo la fusione con Northern Rock, Branson ci ha ripensato e ha preferito lasciare le cose come sono: “banca”, di questi tempi, confida a chi lo conosce bene, non è un concetto molto popolare. 
”Money”, denaro, lo è molto di più, e lui ne ha guadagnate palate. Come? Partendo, bisogna ammettere, quasi da zero. Con un nonno giudice e un padre avvocato, Branson pareva predestinato a una carriera legale, ma a scuola è svogliato e smette gli studi poco dopo avere iniziato l’università (solo molti anni dopo, davanti ai miliardi che ha fatto e al titolo di baronetto conferitogli dalla regina Elisabetta, gli hanno dato una laurea ad honorem).

Con un po’ di amici, in uno scantinato, gli viene l’idea di vendere dischi con lo sconto: comincia così. Si sente ribelle e diverso: per questo sceglie al volo per la sua neonata iniziativa il nome proposto da un collaboratore, “Virgin”, nel senso appunto di vergine, qualcosa di nuovo nel campo del business.
Dai dischi nel sottoscala passa a una catena di negozi musicali, la Virgin Records, con uno studio di registrazione in cui inizia a produrre album in proprio: il primo, “Tubular Bells” di Mike Oldfield, nel 1973, scala subito le classifiche della hit parade internazionale. Dalla musica passa agli aeroplani, fondando nel 1984 la Virgin Airlines (per ingrandire la quale, nel ’95, vende la Virgin Records alla Emi per 500 milioni di sterline).

Poi, profittando della privatizzazione delle ferrovie voluta dalla Thatcher, prende sotto la sua ala anche i treni, Virgin Trains, naturalmente. E poi non si ferma più: telecomunicazioni, commercio, sanità, credito, di nuovo musica, mette le mani dappertutto. Non sempre e non immediatamente con fortuna, ma alla lunga tutto ciò che tocca si trasforma effettivamente in oro, almeno per lui.

A dispetto della montagna di soldi su cui siede, tuttavia, non perde lo spirito un po’ antiestablishment dei suoi inizi: si schiera a favore di campagne per l’ambiente e per il disarmo nucleare, finanzia ricerche in campo medico e per risolvere il problema dell’effetto serra, diventa amico personale di Nelson Mandela, descrivendo il leader sudafricano come il suo migliore amico e il suo maestro, si allea con l’exvicepresidente americano e premio Nobel per la pace Al Gore in iniziative ecologiste.

Nella politica britannica risulta vicino a tutti i potenti, dalla conservatrice Thatcher, che ne fa per un po’ di tempo il proprio “ambasciatore ufficioso” nel mondo degli affari, a Tony Blair, di cui diventa un sostenitore: «In politica economica dice i due maggiori partiti del mio paese si somigliano più di quanto vogliano far credere». Eppure resta un businessman anticonvenzionale, non solo per la sua capigliatura da rock star.
«Amo l’avventura, mi piace mettermi alla prova con sfide che appaiono impossibili», afferma, e non è solo una metafora del suo comportamento come imprenditore. E’ famoso per avere attraversato l’Atlantico in barca a vela e il Pacifico in pallone aerostatico.

Le sue prossime odissee si annunciano più ardue. Si è messo in testa di riuscire a portare Kate Winslet, l’attrice pratogonista del film “Titanic”, a vedere il relitto dell’autentico transatlantico sul fondo dell’oceano a bordo di uno speciale sommergibile. E ha creato la prima linea area spaziale, Virgin Galactic, i cui aerei dovrebbero cominciare entro qualche anno a portare passeggeri in orbita intorno alla terra, inizialmente per mero turismo (e per 200 mila sterline a biglietto – ma c’è già una lunga lista di prenotazioni), quindi in un futuro meno vicino come normale mezzo di trasporto, in modo da raggiungere il Giappone da Londra, e in pratica qualsiasi altra destinazione sulla faccia della terra, in meno di due ore.

Può sembrare un pazzerellone che in fondo pensa solo a divertirsi: come quando ha festeggiato l’anniversario della Virgin Airlines portando in braccio su uno dei suoi aerei la top model Kate Moss tutta vestita (o meglio svestita, date le dimensioni della divisa che indossava) di rosso come le sue hostess. In realtà il maggiore divertimento di Richard Branson è fare buoni affari, rivoluzionando l’ordine costituito.

Non è detto che riuscirà a lanciare il turismo spaziale su scala di massa, anzi alla maggior parte degli osservatori sembra francamente molto improbabile. Ma può darsi che le sue “banche che non sembrano banche”, le lounges dove si ritira contante prendendo il caffè e caricando il computer, restituiscano credibilità a un settore che ne ha molto bisogno, dopo il crack degli ultimi anni.

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