Archivio per dicembre 2011
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dicembre 31, 2011inquadratura
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dicembre 31, 2011Il primo indice del Talmud grazie a un tennista dilettante
dicembre 31, 2011
Angelo Aquaro per “la Repubblica”
E’ il libro dei libri, la raccolta più misteriosa del mondo, sono le istruzioni per l’uso più antiche della Terra: eppure ci sono voluti 1500 anni per trovare un indice al Talmud. E quest’opera letteralmente biblica è stata compiuta non da chissà quale straordinario consesso di studiosi ma da un avvocato del Bronx con la passione del tennis. Che ha speso sette anni della sua vita per realizzare quello che sembrava irrealizzabile: mettere ordine in una raccolta così caotica – 63 volumi di ingarbugliatissime disquisizioni rabbiniche – che nessuno si sarebbe mai sognato di indicizzare. Sembra incredibile nell’era in cui basta un clic e tutto il sapere ci si presenta a portata di Google. E la storia di Daniel Retter, l’avvocato che si mise in testa di riordinare il Talmud, sembra davvero la traduzione contemporanea di un racconto incantato di Isaac B. Singer: o la trama disincantata di un film di Woody Allen. Ma in fondo anche questo è Talmud: perché l’intera tradizione culturale ebraica discende appunto dalla raccolta con cui nei primi secoli della diaspora gli antichi rabbini cercarono di offrire al popolo eletto e disperso il conforto della Legge. Talmud in ebraico vuol dire letteralmente studio, istruzioni. E se la Bibbia, l’Antico Testamento è la parola di Dio, le “istruzioni” sono quella dell’uomo che si confronta appunto con il messaggio: interpretandolo. Se la Bibbia è il libro sacro, insomma, il Talmud è il libro che – insieme alla Sinagoga, la casa di preghiera in cui si suggella l’alleanza tra Dio e Israele – definisce il sistema religioso e la stessa identità ebraica. «Il Talmud fu creato perché un’intera nazione, e non solo pochi santi», scrive il grande filosofo ebreo Eliezer Berkovits «prendessero la Bibbia sul serio, cercandone di farne il fondamento della loro vita quotidiana». Un lavoro immenso, cominciato nel secondo secolo dopo Cristo e concluso solo nel sesto. Un testo su cui da due millenni studiano e soffrono generazioni di giovani ebrei: finalmente graziati dal lavoro dell’avvocato-tennista. Ma possibile che finora nessuno ci avesse mai pensato? La verità è che per secoli sono stati gli stessi rabbini a mantenere l’oscurità sul testo. Dapprima tramandato solo oralmente, messo per iscritto solo dopo l’invenzione della stampa, il Talmud è stato spesso pensato come un libro misterioso, prima da trasmettere di generazione in generazione e poi da studiare sudandoci sopra. L’opera dell’avvocato Retter ha ridotto adesso questo immenso patrimonio di saggezza in 6600 voci e 27mila sottovoci. L’indice si chiama HaMafteach, cioè La Chiave, è disponibile sia in inglese che in ebraico e permette così – spiega il New York Times di districarsi nei temi anche più curiosi che possono turbare i fedeli. Si può risposare l’ex moglie che ha convissuto con un altro? Che cosa fare di un oggetto trovato nella spazzatura? Per un osservante non sono minuzie. L’unico precedente finora tentato di indicizzare il Talmud era attraverso un cd-rom: il colmo per uno studioso che non avrebbe potuto usarlo per esempio il sabato, visto che nel giorno del riposo non si può far uso di nessuna tecnologia-neppure, e qui davvero ci incartiamo in una discussione talmudica, per consultare il Talmud e scoprire se proprio nel caso questa tecnologia si può usare. Retter racconta che l’ossessione per il libro gli era stata inculcata dal padre, costretto da bambino a fuggire dalla Germania delle persecuzioni naziste negli Usa: «Ancora adesso non posso stare un minuto senza consultarlo» racconta. «Se sono in fila da qualche parte, in attesa di essere chiamato, studio il Talmud». Ma la discussione delle minuzie quotidiane per cui è universalmente conosciuto sono naturalmente soltanto la parte più curiosa. Proprio la sua struttura aperta – spiegano gli esperti – ha determinato la costruzione dell’identità ebraica, dove le domande sono sempre più delle risposte e la ricerca della perfezione è continua. Jonatan Rosen ha scritto un libro, Il Talmud eInternet, proprio per sottolineare la similarità tra il libro aperto e il web. E a proposito dell’effetto-Talmud sulla cinematografia di Woody Allen o sulla letteratura di Philip Roth sono state scritte pagine memorabili. Per non parlare dell’infatuazione di “gentili” come Madonna: che frasi del libro ha nascosto perfino nelle sue canzoni. Chissà che adesso l’indice dell’avvocato-tennista non riaccenda, dopo 1500 anni, la voglia di cercare: anche ai semplici curiosi. Sempre tenendo a mente, ci mancherebbe, proprio quella massima talmudica: «Chi vuole capire troppo non capisce nulla: chi cerca di capire meno riuscirà a capire qualcosa».
La tragedia greca? Ha radici misteriche. Parola di Tonelli, il poeta-sciamano
dicembre 31, 2011
Giuseppe Conte per “il Giornale”
Chi per le vie di Lerici incontra Angelo Tonelli, tutto può pensare di quell’uomo alto, imponente e atletico, dalla barba folta e dai capelli lunghissimi, gli stivali indossati anche d’estate, il cinturone da pirata, la camicia bianca svolazzante e tutta pizzi, eccetto che sia uno dei massimi grecisti italiani, cui è dovuta l’impresa unica di aver tradotto tutto il teatro greco, ora raccolto per le sue cure in un grandioso volume: Eschilo, Sofocle, Euripide. Tutte le tragedie (Bompiani). In effetti, Tonelli non è solo quello. Grecista per lui, uomo dottissimo ma decisamente antiaccademico, è termine limitativo. Tonelli è un poeta-sciamano. Uno che ha avuto sempre il coraggio di presentarsi come tale, enfatizzando sin dall’aspetto la sua incompatibilità con la poesia e la cultura italiana, affetta da minimalismo materialista, da prudenza, da riluttanza a mettere in gioco le idee estreme. Vive nella Baia di Lerici, che già Shelley chiamava «divina». Lì traduce, scrive poesie, dirige un teatro iniziatico, pratica il suo sciamanesimo, lotta contro la cementificazione della costa, e da lì invia ai potenti lettere accorate in cui chiede di abbandonare la logica del dio Denaro e di accedere a una nuova visione mistica e sapienziale. Le radici della tragedia greca, secondo Tonelli, affondano nello sciamanesimo, questa condizione spirituale che fa da collante tra Oriente e Occidente. E la chiave migliore per leggere Eschilo, Sofocle e Euripide è quella che inscrive la loro opera nella combinazione di arte, sapienza e catarsi, in un lungo e diverso viaggio iniziatico verso la luce passando per il buio cavernoso del male del mondo e delle nostre anime.
Per ognuno dei tre autori che traduce, Tonelli ci offre una chiave di lettura che è di straordinaria dottrina e novità. Eschilo è il più radicale nell’accompagnarci in un viaggio verso l’abisso, il caos, lo spazio sotterraneo che si apre nelle apparenze solari della vita. Dioniso è eccesso: passioni estreme e incontrollabili. In Eschilo il contrasto è anche nel regno del divino: nell’Orestea, Clitemestra (così preferisce chiamare Tonelli la terribile moglie di Agamennone) agisce in nome di divinità arcaiche, pre-elleniche, Oreste invece in nome di Apollo delfico. Ma alla fine la tragedia è per i Greci un rito di iniziazione collettiva, che tende a una catarsi in cui la luce apollinea e la saggezza di Atena possano aver ragione dell’oscurità mai rinnegata dell’essere. Con Sofocle, compare la compassione per la fragilità umana. Per lui, antico sacerdote di Asclepio, dio della medicina, la tragedia è una terapia dell’anima. Saggezza e devozione curano il travaglio dell’esistere. La sua eroina è Antigone, che si sacrifica lottando contro il potere insensibile in nome di leggi non scritte degli dèi e del sentire umano. Il suo eroe Edipo, che Tonelli scrosta da ogni sedimento di interpretazione psicanalitica. Euripide introduce nel rapporto tra gli dei e gli umani il dubbio. L’uomo trova intollerabile il mistero del dolore e della morte. La saggezza diventa il saper gioire della stessa fuggevolezza dell’esistenza: «Chi ha vita felice giorno per giorno/ costui io ritengo beato», si legge nelle Baccanti. Impressionante è la galleria dei personaggi femminili messi in scena, da Medea a Fedra, da Ecuba a Ifigenia, archetipi di diverse dimensioni dell’anima. Ma la vocazione euripidea a cogliere una nuova sensibilità individuale non si disgiunge mai, per Tonelli, da quell’indole sacra e sapienziale senza la quale non ci sarebbe la tragedia greca. E senza la quale forse lui non si sarebbe messo a tradurla.
VOLETE SPIEGARE A UN ALIENO IL NOSTRO FOLLE MONDO? METTETEGLI IN MANO “LA BABY AERODINAMICA KOLOR KARAMELLA” DI TOM WOLFE (FRESCO DI RISTAMPA BY CASTELVECCHI). SCRITTO NELL’ANNO DEL SIGNORE 1965, MA C’È GIÀ TUTTO: L’INVENZIONE DELLA GIOVINEZZA, LA MUSICA DEI BEATLES, L’ARTE POP, L’AMERICA DEI MAGNATI, UN MANUALE PER COMPORTARSI IN PUBBLICO E CONVERSARE FELICI E CONTENTI, LE ISTRUZIONI PER IL PARTY PERFETTO, PLAYBOY E LA PORNOGRAFIA DI MASSA, I MASS MEDIA – FINCHÉ I NUOVI PADRONI DEL MONDO, LÀ IN ORIENTE, NON AVRANNO PRODOTTO IL LORO T. W. CON GLI OCCHI A MANDORLA, LUI SARÀ SEMPRE UN FARO…
dicembre 31, 2011
Marco Belpoliti per La Stampa, da “Dagospia“
Mettiamo il caso che il primo di gennaio, poco dopo essere tornato dal veglione di Capodanno, pieno di alcol e bollicine, mentre cerco faticosamente di infilare la chiave nella toppa della porta, mi si pari davanti un ometto verde che mi chiede nella nostra lingua: chi è il terrestre che bisogna interrogare per capire questo vostro stranissimo mondo? Interrompendomi un attimo dall’immane sforzo di centrare il buco, non avrei il minimo dubbio e gli direi: Tom Wolfe!
Gli metterei in mano facendolo entrare in casa – il volume: “La baby aerodinamica kolor karamella”, anno 1965. Lì c’è tutto: l’invenzione della giovinezza, la musica dei Beatles, l’arte pop, l’America dei magnati, un manuale per comportarsi in pubblico e conversare felici e contenti, le istruzioni per il party perfetto, Playboy e la pornografia di massa, i mass media e Mister «ilmedium-è-il-messaggio», e altro ancora. Certo, è il mondo occidentale; ma fino a che i nuovi padroni del mondo, là in Oriente, non avranno prodotto il loro T. W. con gli occhi a mandorla, beh, fino ad allora lui è ancora un faro.
Tom Wolfe è un signore non troppo alto, viso affilato, sguardo luciferino, che si veste di bianco da capo a piedi: cappello, giacca, cravatta, calzoni e scarpe. Insomma, uno snob in versione Camp. Non uno attraente, anzi, al contrario, decisamente antipatico, però senza dubbio ficcante. I suoi scritti sono fuochi d’artificio, esplosioni di continue invenzioni lessicali, definizioni, neologismi, assonanze, onomatopee e idee. Tante idee.
Lo stile più le idee. Meglio: lo stile come idea. Forse anche su Marte è arrivata l’espressione «radical chic», ammesso che là ne esistano, mentre qui da noi, da quando Tom Wolfe ha raccontato il party allestito dal maestro Leonard Bernstein nel suo appartamento di New York in onore delle Black Panters, hanno cominciato a esistere e a essere riconosciuti come tali.
E poiché ho giusto a portata di mano la recente ristampa di “La baby aerodinamica kolor karamella” (traduzione di Attilio Veraldi, Castelvecchi, pp. 252, 16,50), gli spiegherei di che tipo di libro si tratta, ma intanto gli mostrerei altri due volumi del Nostro riapparsi da poco: La stoffa giusta (Oscar Mondadori), storia degli astronauti americani e della loro impreparazione, e Il falò delle vanità (Oscar Mondadori), libro chiave degli anni Ottanta.
Tom Wolfe, attaccherei, è uno scrittore, non un sociologo o un antropologo del quotidiano, uno che ti racconta la realtà come se fosse un romanzo e i romanzi come se fossero realtà. Troppo difficile? Beh, terra terra, diciamo così: ti fa vedere la società contemporanea nel suo farsi e disfarsi. Ha cominciato presto, all’inizio degli anni Sessanta, scrivendo per riviste americane come Esquire eHarper’s Bazar .
Tra i primi ha avvistato l’essenza dionisiaca del Nuovo Mondo; l’ha fatto descrivendo i ragazzotti che «customizzano» le automobili appiccicando alettoni, togliendo il tetto, colorando con colori fosforescenti. Ha visto il sorgere del barocco moderno che dalle sponde del Pacifico è trasmigrato, nei sessant’anni seguenti, fino alla soglia della Città Proibita a Pechino, a Shanghai, a Hong Kong, e a Dubai. Tutto comincia lì, anche quello che poi abbiamo chiamato, due decenni dopo, postmoderno, società liquida e culto della giovinezza; tutto ha inizio con la torcia della dionisiaca Linea Aereodinamica e gli autentici Geni dell’Adolescenza, l’ultimo dei quali, mago del barocchismo razionalista, Steve Jobs, ci ha appena lasciati.
Al mio venusiano, o marziano che sia, darei subito da leggere il più strabiliante libro degli anni Sessanta, pubblicato nel 1968: The Electric Kool-Aid Acid Test , reportage sulla vita di Ken Kesey, l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo , profeta dell’Lsd e dei rinfreschi elettrici (libro che sarebbe bene ristampare al più presto). Apple con le sue diavolerie sono già lì, almeno in potenza. Gli anni Ottanta e Novanta sono contenuti nei Sessanta. Lo stile di Wolfe è inimitabile, anche se in realtà è stato imitato (quanto gli deve Arbasino? Molto, credo). Quello che non si può imitare è il suo sguardo: caustico, pungente, ironico, sapiente, cattivo, elegante, paradossale, vertiginoso.
Per quanto difficile da far capire a un venusiano, o marziano, proverei a spiegargli che cos’è il New Journalism, formula vincente degli ultimi trent’anni, per cui sui giornali, e non solo lì, la parola d’ordine è: raccontare raccontare raccontare. La cosa più difficile da illustrare al mio ospite è il fondamentale conservatorismo di Tom Wolfe. Di più: il suo essere un profondo e totale reazionario. Reazionario ovvero uno che reagisce.
A cosa? Al conformismo dilagante. Solo un anticonformista poteva scoprire in anticipo la comicità orgiastica delle nuove generazioni americane, il loro postmodernismo. Uno dei suoi libretti più pungenti, piccolo capolavoro reazionario, è la messa sotto accusa dell’architettura modernista: From Bauhaus to Our House . L’avessero letto coloro che hanno distrutto il profilo delle nostre città con le loro pestilenziali architetture… Ma forse no, forse non serve. Gli architetti che distruggono non leggono. Regalerò dunque la mia copia al marziano. Buon Capodanno con l’Omino in bianco!
“Così ho visto piangere Einaudi, vi svelo i segreti del grande editore”
dicembre 31, 2011
Cerati: “Timidezza e lacrime ecco il volto segreto di Giulio”. Il 2 gennaio 2012 si celebra l´anniversario della nascita dell´editore. Così lo ricorda il suo grande collaboratore: “Ci teneva alle vendite altro che ideologia. E l´ho visto piangere quando le cose non andavano bene”. “Vittorini, Carlo Levi e Calvino erano magnifici ‘promotori di libri´. C´era pure Monica Vitti bellissima e spiritosa”. “Come un patriarca voleva che nessuno mai abbandonasse la ‘famiglia´ che lui aveva creato”
Simonetta Fiori per “la Repubblica”
I suoi silenzi sono leggendari, come la divisa che indossa da decenni, pantaloni antracite e polo nera. Conventuale nei modi e nella concezione del lavoro, Roberto Cerati è l´inventore del “pubblico Einaudi”. Un mito per i librai e per le persone che sanno. Cominciò a Milano, nel 1945, per caso. «Accompagnavo Ajmone che doveva mostrare a Einaudi dei lavori di incisione per Lavorare stanca di Pavese. In corridoio Giulio mi disse “Lei che fa?”. “Niente”. “Allora venga qui”». Prima strillone del Politecnico, poi venditore di libri, infine direttore commerciale al fianco del principe Giulio. Un´eminenza grigia, custode dei segreti di via Biancamano, annotati con la sua antica grafia minuta e ordinata. Per più di trent´anni, ogni settimana, ha mandato all´editore le sue note di lavoro, ricevendone indietro appunti scritti a mano. «Conosco così bene Cerati», disse una volta Einaudi, «che anche se sta zitto indovino qual è il suo pensiero». Un matrimonio lungo mezzo secolo, che ora Cerati – attuale presidente dello Struzzo – ci racconta alla sua maniera.
Cent´anni fa nasceva Giulio Einaudi. Con quale stato d´animo s´appresta a festeggiare l´anniversario?
«Spero solo che non abbia toni retorici, Einaudi li detestava. Era una persona di naturale fascino, ma ha offerto di sé troppe immagini che sono diventate stereotipi. Eccentricità, screzi, umori, piccola cronaca. Quello non è Giulio Einaudi, ma solo come appariva a chi gli stava intorno. O meglio una difesa che lui opponeva perché gli altri non entrassero nel suo privato».
Sta dicendo che era un timido?
«Sì, era come mosso da un istinto cautelativo. Non amava manifestare i propri sentimenti, né che alcuno li provocasse. Credo di essere stato tra i pochi che l´ha visto piangere, e non capitava di rado».
In quale occasione?
«Ai funerali di Arnoldo Mondadori, ma finsi di non accorgermene. Così come quando – al principio della crisi della casa editrice – ci trovammo a passeggiare in collina prima di colazione. Si fermò e mi disse: più vendiamo e più perdiamo, non so fino a quando resisteremo. Piangeva, ma era come se mi chiedesse di non vedere».
C´era intimità tra voi.
«Con me si lasciava andare alle emozioni, forse perché mi sforzavo di capire cosa c´era sotto. Einaudi era per la conoscenza indiretta: tu capisci, io capisco, basta così. Entrambi molto schivi».
Fruttero e Lucentini scrissero che gli stavano sinceramente a cuore le sventure degli altri, “sempre che fossero collettive e lontane”. Un ritratto feroce.
«Voleva la distanza tra sé e le cose che più lo toccavano. E come avvertiva venir meno la distanza si turbava».
Era distante anche nei modi?
«Non ti metteva mai una mano sulla spalla, ma se doveva attraversare la strada ti prendeva per il braccio».
Per rassicurare o sentirsi rassicurato?
«Per sentirsi sicuro. Però nell´interlocutore non cercava la sicurezza ma la coscienza del fare. “Provo” è la sola parola che Einaudi amava sentirsi dire. Se esposto un problema, ti avventuravi a dirgli “E adesso cosa devo fare?”, la sua risposta era “Arrangiati”. Ma era un “arrangiarsi” relativo, perché poi lui verificava costantemente quel che facevi. Mi fido, ma controllo».
Concreto.
«Sì, fondamentalmente un contadino. Ma questa dimensione è stata spesso sottovalutata».
Era un borghese, figlio del presidente della Repubblica e d´una aristocratica.
«Era il figlio di suo padre, ma con l´eleganza della madre. Erano persone con un forte senso della concretezza. Anche la libertà vigilata che ci concedeva rientra in questa filosofia. Quando si parlava di un libro, durante le riunioni del mercoledì, lui lasciava che la discussione fosse libera. Io ero stato ammesso, ma a una condizione».
Quale?
«Che rimanessi zitto. “Tu vieni e stai là, ma se ti fanno domande su quanto venderà un libro guardati dal rispondere”. Poi però veniva il seguito».
Il seguito del mitico mercoledì?
«Sì, il più prosaico lunedì. I titoli scelti la settimana precedente venivano sottoposti a un secondo esame a cui erano ammessi Giulio Bollati, Guido Davico Bonino, Daniele Ponchiroli, Oreste Molina e io. Era lì che ogni libro veniva pesato: in quale collana collocarlo, a che prezzo, con quale tiratura. Era un lavoro a cui teneva immensamente, che testimonia la sua natura double-face. Grande liberalità il mercoledì e grande concretezza il lunedì».
Come nasceva il piano editoriale?
«I mesi erano considerati alla stregua di canne d´organo. “Come suonano?”, chiedeva Einaudi. Non aveva il demone della novità a tutti i costi. I suoi libri dovevano “nascere vecchi”, fatti per durare».
È stato accusato di megalomania. Anche di recente Gianarturo Ferrari l´ha definito il “Fitzcarraldo del libro”.
«Non sanno cosa dicono. Il megalomane è ignaro delle conseguenze dei propri gesti, Einaudi dovette rinunciare a libri a cui teneva molto. Rifiutò Nietzsche non per ragioni ideologiche ma perché costava troppo. Lo stesso per l´Epistolario di Saba. Così lo vidi soffrire quando dovette congedarsi dalle Edizioni Scientifiche Einaudi passate a Boringhieri».
Però negli anni Ottanta la casa editrice è andata incontro a un fallimento.
«Le difficoltà sono nate quando il denaro ha cominciato a subire un´impennata. Il costo era arrivato al 18-20 % di interesse. In quei passaggi lo ricordo scostante, ma ne aveva ben motivo».
Molti attribuiscono la crisi alle grandi opere.
«No, non furono quelle. La crisi fu dovuta agli interessi bancari».
Giulio Bollati – lo riferisce Luisa Mangoni – attribuì la crisi non tanto alle grandi opere ma al modo in cui furono attuate e, nel caso dell´Enciclopedia, all´autonomia eccessiva di Ruggiero Romano.
«Ognuno che entrava qui dentro aveva l´ambizione di essere il primo nel cuore dell´editore. Bollati si vide arrivare Romano con l´aura dell´Ècole Normale, di Braudel e tutto il resto. Inevitabile un po´ di gelosia».
Anche tra lei e Bollati ci fu un po´ di maretta.
«Io non ero uno stinco di santo. Volevo vedere le copertine, insomma dire la mia. E come dissi a Einaudi che quella di Ferdydurke, il romanzo di Gombrowicz, era sbagliata, lui che forse la pensava come me trovò il modo di creare uno screzio».
Lo faceva spesso?
«Sì, era una specie di Giamburrasca, gli piaceva farci litigare. Poi chiudeva il teatrino con esibita magnanimità: ma ora basta, andiamo a colazione. E anche a tavola si facevano discorsi di grande importanza».
Con Bollati il rapporto fu molto burrascoso.
«Ebbe sempre un´alta stima della sua direzione editoriale. Il giorno in cui corsero tensioni di dimissioni, Einaudi mi disse: Giulio è fatto come è fatto, ma qui dentro è l´unico che può fare l´editore. Diglielo».
E infatti lui lo fece per conto proprio.
«Sì. Bollati se ne andò, acquisendo il marchio Boringhieri grazie alla sorella Romilda. E Giulio non gliel´ha perdonato. Non voleva perdere quello che aveva creato di buono. Aveva una concezione familista della casa editrice, da grande patriarca. E i patriarchi possono diventare feroci».
Con lei lo è mai stato?
«No, io ho sempre cercato di capire da cosa venivano le sue sferzanti ironie. Certo, non sono mancati momenti di disagio. A cena da “Simone” mi chiese una volta di parlargli di un libro appena uscito, il Capitano Smith di Henriquez. Farfugliai. “Non l´hai letto”, mi liquidò. Mi sarei sprofondato. Era presente Pavese che l´aveva tradotto. Mi alzai ed uscii. Però tempo dopo mi sarei preso una piccola rivincita».
Quale?
«Avevamo pubblicato Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Tiratura 1.500 copie, confidando più negli iscritti all´Anpi che nei librai. Avuta la copia pilota, la lessi nella notte. Il giorno dopo chiesi un´immediata ristampa di 2.000 copie. Mi disse di sì».
Quelli erano gli anni della maggiore vicinanza al Pci. Nel 1953, in morte di Stalin, uscì sul Notiziario Einaudi un articolo celebrativo a firma di Antonio Giolitti. Lei cosa ricorda?
«In casa editrice c´erano molte divisioni. E tra i mugugni di Franco Venturi e l´ortodossia di Giolitti, io ero più vicino a Giolitti, anche se dopo i fatti d´Ungheria il clima cambiò. Einaudi era fondamentalmente un laico liberale, che teneva insieme spezzoni di culture differenti. Non è un caso che, ricevendo a Torino la seconda laurea honoris causa, volle dedicare la prolusione a Gobetti editore».
Ma lei come interpreta il filosovietismo di quegli anni?
«È difficile giudicare quel che accadeva allora. Stalin era quella roba lì, il laudatore dell´uomo semplice (ndr Cerati indica uno scritto di Stalin appeso alla parete della sua stanza, mezzo nascosto da un grande ficus). Certo, poi ci sono state cattiverie grandissime… Però inviterei a cautela chi vuole identificare il crocevia delle idee portate avanti da Einaudi con una dipendenza o un dipartimento di Botteghe Oscure. Posso solo dire che i C. D. S (Centro Diffusione Stampa) delle federazioni del Pci furono negli anni Cinquanta altrettante librerie che visitavo. Era un filone di mercato sensibile ai nostri libri».
Sta dicendo che nel rapporto con il Pci interveniva un elemento mercantile oltre che di condivisione politico-culturale?
«I nostri lettori e gli elettori del Pci spesso coincidevano. E allora le librerie – non diversamente da oggi – erano aperte prevalentemente al libro che si vendeva di più. La nostra penetrazione in libreria fu lunga e possibile solo identificando ovunque il libraio che ti era più congeniale».
Mai avuto problemi?
«”Lei che vuole?”, mi chiese nel ‘47 un libraio di Bergamo. “Vorrei parlare delle novità Einaudi”. “Comunisti, fuori di qui!”. Col tempo arrivò ben altra accoglienza».
Le “settimane Einaudi” erano anche manifestazioni politiche di rilievo. Racconta Einaudi a Severino Cesari che fu lei, Cerati, a ricondurle a una dimensione commerciale.
«Era un momento di grande promozione, generalmente a luglio, per una decina di giorni. Gli autori della Casa facevano visita ai librai delle città. Elio Vittorini al Nord, Carlo Levi al centro, Italo Calvino a Sud fino alla Puglia».
E come se la cavavano da “venditori”?
«Elio solare e potente, Levi un pontefice e Calvino molto conviviale, tanto da superare la sua balbuzie. Qualche volta veniva con noi Monica Vitti, bella e spiritosa».
In casa editrice le donne erano pochissime.
«Natalia, certo. Non dico che fossimo maschilisti, ma forse un po´ sì. Giulio con loro era tra il timido e il provocatorio. Comunque le teneva a distanza».
Si dice che Einaudi fosse di scarsa cultura.
«La cultura di Einaudi era certamente fragile. Iscritto a medicina non arrivò alla laurea, ma il fiuto era grande, e il sapere di ascolto finissimo. Quando l´Università di Trento gli conferì nel 1997 la laurea, ricordo la battuta: oggi mi laureano. Attenzione, non disse: oggi mi laureo. C´era qualcosa di subliminale nella battuta».
Cosa vorrebbe dirgli oggi?
«Mi ha aiutato a crescere, ma lasciando che rimanessi me stesso. La grande difficoltà nei rapporti è la tendenza a divorare l´altro. Tra noi non è accaduto. E non smetto di essergliene grato».
Malvagità col mantello della virtù
dicembre 31, 2011
Oddone Camerana per “L’Osservatore Romano“
La notorietà di alcuni concetti di Pascal, impressi nella memoria anche dei non studiosi dell’autore dei Pensées, è dovuta alla semplicità e provocatorietà del loro contenuto. Indimenticabile quello relativo alla verità cristiana a favore della quale non si può non scommettere, decisione da cui non si può che trarre vantaggio. Altrettanto memorabile è l’affermazione dell’origine delle disgrazie umane dovute all’incapacità dell’uomo di stare tranquillo nella sua stanza e il detto secondo il quale il cuore ha ragioni che la ragione non conosce. Pensieri tramandati autonomamente per virtù propria, in realtà al centro della grandiosa opera di apologetica del cristianesimo rimasta incompiuta o sopravvissuta nella forma dei frammenti con cui è giunta a noi.
Meno diffuse sono le riflessioni che Pascal dedica al tema dei rapporti tra legge, diritto, giustizia e apparato repressivo necessario a imporre le sentenze dei tribunali. Una minore attenzione a cui rimedia la recente pubblicazione di Pascal, Pensées sur la justice (Paris, Flammarion, 2011, pagine 407, euro 5,50) un dossier sul pensiero politico dell’autore francese.
Ospite di Port Royal, Pascal era stato coinvolto nel giansenismo. Rifacendosi ad Agostino e alla negazione del libero arbitrio, tale corrente aveva dato vita a derive riformiste in virtù delle quali predestinazione e grazia erano viste come interventi divini diretti alla salvezza dell’uomo la cui natura veniva considerata corrotta a causa del peccato originale. Derive risalenti alle tensioni nate intorno alle guerre civili di religione che avevano sconvolto la Francia nel secolo precedente (1562-1598), e riemerse poi nei moti della Fronda che aveva opposto la nobiltà francese guidata dal cardinale de Retz all’autorità centrale rappresentata in quel momento dal Mazzarino.
Per quanto estraneo ai moti suddetti che coinvolsero l’abbazia di Port Royal fino a farne decretare nel 1710 la soppressione fisica, Pascal non aveva rinunciato ad approfondire il tema dell’assolutismo e della legittimazione del potere monarchico. Optando per la necessità pratica di sottomissione, egli era entrato nell’agone del pensiero politico del tempo. Perciò la pubblicazione del libro sul suo pensiero politico si presenta oggi come una buona occasione di rilettura dei Pensées stessi, specialmente in tema di giustizia. La cui istituzione, stante la centralità della corruzione dell’uomo, si riteneva non potesse prescindere dal bisogno di essere anch’essa redenta, in particolare dalla violenza dalla quale dipende l’efficacia della legge. È vero che la giustizia mirava a non essere sommaria come in passato. Ciò detto la sua forza dipendeva ancora dalla violenza. Definita «l’ultima parola sulla vendetta privata», la sanzione giudiziaria restava l’espressione di un sistema che, girando su se stesso, si era reso incapace di espellere la violenza su cui si fondava. Sordo al messaggio di Cristo di cambiare strada e restando fedele al modello rivalitario pena/ricompensa, detto sistema appariva esausto e usciva sconfitto. «Trascendenza giudiziaria», «delega e legittimazione della violenza», erano, e sono in parte ancora oggi, formule che non riescono più a nascondere l’impurità ontologica della loro origine. In proposito Pascal è molto netto. Sarebbe bello, dice, che giustizia e forza stessero insieme in modo che ciò che è giusto sia anche forte e ciò che è forte sia anche giusto. Il fatto è che non potendo fare sì che ciò che è giusto sia forte, succede che ciò che è forte sia giusto. Echi del Summum jus, summum injuria di Cicerone che ribadiscono il concetto per cui là dove la forza della ragione non basta suppliscono le ragioni della forza. In tema di abusi dei tribunali valgano anche le parole di Montaigne, a cui Pascal spesso si rifà: «L’ambizione, la cupidigia, la crudeltà non hanno sufficiente violenza propria e naturale: accendiamole e attizziamole dunque col glorioso pretesto della giustizia e della devozione. Non si può immaginare uno stato di cose peggiore di quello in cui la malvagità diventa legittima e prende con il consenso del magistrato, il mantello della virtù».
In aggiunta alle meditazioni pascaliane di E. Auerbach, L. Goldman, L. Marin, J. Derrida e P.Bourdieu e ai Trois discours sur la conditions des Grands che contengono riflessioni sulle misure mentali da prendersi nei riguardi dell’autorità, verso cui è richiesta se non la stima almeno il rispetto, il dossier di cui si è detto sopra riprende il pensiero di alcuni moralisti classici in materia di giustizia, tra cui quello del già citato Montaigne. La Rochefoucauld, La Fontaine e J.Esprit oltre a essere concordi nel considerare le leggi come rimedi dettati dall’interesse, smascherano l’amore della giustizia facendolo risalire al timore dell’ingiustizia.
Premesso che se la rilettura di Pascal in chiave politica può favorire una visione relativistica là dove egli pone l’origine delle leggi negli usi e costumi, nelle tradizioni, fin anche nel clima — debito che Pascal ha verso Montaigne — è pur vero che egli non viene meno alla convinzione che la grandezza dell’uomo va sempre temperata dalla conoscenza che egli deve avere della sua bassezza. Convinzione riguardante anche la grandezza della giustizia che va temperata dalla consapevolezza del compromesso che la lega alla violenza. Il Giusto non è chi amministra la giustizia ma chi vive in essa. Justus ex fide vivit (Romani,1,17).
Lo scienziato che non brillò per chiarezza
dicembre 31, 2011
Giovanni Cerro per “L’Osservatore Romano”
«Cesare Lombroso non è più tra i viventi, da soli pochi giorni ci ha lasciati il nostro grande amico, ma il movimento da lui impresso al pensiero moderno non cesserà; egli rivivrà in esso e lungamente». Così scriveva, nel 1909, l’antropologo Giuseppe Sergi, in ricordo del maestro scomparso. Non aveva tutti i torti se, a distanza di più di un secolo dalla morte del medico veronese, è ancora viva l’esigenza di confrontarsi con questa eclettica figura di studioso, la cui opera ha dato spesso luogo a controverse interpretazioni, anche da parte dei suoi stessi allievi.
Una conferma del persistente interesse arriva dalla recente pubblicazione del volume che raccoglie gli interventi del convegno a lui dedicato nel 2009 a Torino, Cesare Lombroso. Gli scienziati e la nuova Italia, a cura di Silvano Montaldo (Bologna, il Mulino, 2011, pagine 296, euro 24). Il libro parte dall’analisi della fortuna della criminologia di Lombroso, prosegue con un inquadramento europeo della sua opera, concentrandosi infine sul rapporto tra scienza e politica in Italia.
Nel saggio iniziale, Mary Gibson sostiene che tra le cause del successo del criminologo vi sia anzitutto la determinazione con cui propose nuovi strumenti di difesa sociale (come la categoria del criminale nato) cui ricorsero alla fine dell’Ottocento gli Stati, e in particolare quello italiano, «per identificare i loro nemici», soprattutto briganti, anarchici e «classi pericolose». Fattori decisivi per la fortuna di Lombroso furono, inoltre, la complessità del suo pensiero (ma si tratta di una complessità che spesso sfiora l’incoerenza), nonché il ruolo di maestro che gli fu riconosciuto da diverse generazioni di studiosi, i quali con «zelo missionario» ne diffusero le idee. Alla divulgazione di queste contribuì senza dubbio la sua intensa attività pubblicistica, talvolta criticata per la mancanza di rigore, come dimostra Mauro Forno: la costante presenza su giornali e riviste dell’epoca rivela non solo la «missione civile» di cui Lombroso si sentiva investito al pari di molti altri positivisti, ma anche una tendenza alla spettacolarizzazione, unita alla capacità di saper sfruttare la sensibilità dell’opinione pubblica verso temi allora ritenuti di grande interesse (follia, spiritismo e criminalità, solo per citarne alcuni).
Un particolare caso di ricezione delle dottrine lombrosiane a livello europeo è rappresentato dall’opera di Oskar Panizza, su cui si sofferma Federico La Manna. Il visionario scrittore tedesco, irriverente fustigatore del cattolicesimo, dedicò nel 1891 una conferenza, poi pubblicata, a un tema molto caro a Lombroso, il rapporto tra genialità e pazzia: pur negando l’identità fra i due fenomeni, Panizza individuava alcuni elementi comuni al genio e all’alienato, quali le allucinazioni e i deliri visionari.
Dopo aver conosciuto alterne fortune nel corso del Novecento, i lavori di Lombroso sembrano essere tornati, in modo piuttosto discutibile, al centro della scena se è vero — come afferma Peter Becker — che gli attuali sostenitori delle teorie biologiche sul crimine e la devianza ricorrono strumentalmente alle sue ricerche per conferire maggiore credibilità ai propri studi e legittimare le concrete applicazioni di spiegazioni biologiche del comportamento umano.
Nonostante l’interesse che hanno suscitato e continuano a suscitare, le teorie di Lombroso non brillano certo per chiarezza. Antonello La Vergata si concentra sul complesso concetto di degenerazione, a cui l’antropologo fece ricorso nello studio sia della criminalità sia del fenomeno geniale: anche a causa di una spiccata propensione ad accumulare in modo indiscriminato fatti e prove a sostegno delle proprie tesi, eludendo qualsiasi definizione, l’autore dell’Uomo delinquente contribuì ad aumentare la confusione su questo argomento già di per sé «proteiforme». Tuttavia un dato, secondo La Vergata, sembra emergere: Lombroso non condivide né la condanna della modernità né «le diagnosi pessimistiche» tipiche dei teorici della degenerazione. Benché nei suoi testi non si sia mai espresso a favore dell’eugenetica, è innegabile, come sostiene lo stesso La Vergata, che ci sia serviti della sua opera per sostenere pratiche selettive.
Completano il volume tre interventi dedicati più in generale al panorama scientifico e politico: Paola Govoni esamina il processo di professionalizzazione della figura dello scienziato in Italia e in Gran Bretagna e la diversa considerazione riservata nei due Paesi all’accesso delle donne all’istruzione e alle professioni scientifiche. Il ritardo italiano nella costituzione di una comunità scientifica coesa fu in parte responsabile, secondo Govoni, del mancato ricorso in età liberale a provvedimenti discriminanti verso le donne; nonostante ciò, il pregiudizio sull’inferiorità femminile era molto radicato (non solo Lombroso, ma anche Mantegazza e Sergi lo condivisero). Silvano Montaldo ricostruisce le esperienze politiche di Carlo Cattaneo, Quintino Sella e Paolo Mantegazza, accumunate dall’importanza accordata alla scienza nella costruzione della nazione. Alessandra Ferraresi, infine, studia i rapporti, talvolta di collaborazione talaltra conflittuali, tra il mondo scientifico universitario e quello dell’amministrazione dello Stato.
Chiude la raccolta una tavola rotonda animata, tra gli altri, da Daniel Pick e Patrizia Guarnieri: i partecipanti si concentrano sull’attenzione riservata dal medico veronese e dalla scienza ottocentesca ai diritti degli individui e fanno il punto sugli studi dedicati a Lombroso. Un personaggio che, nel bene o nel male, continuerà ancora a far parlare di sé.
Volponi corsaro e i tiranni del Palazzo
dicembre 31, 2011
Nel suo romanzo incompiuto l’ombra del potere deviato. Da Bava Beccaris alla P2
Corrado Stajano per “Il Corriere della Sera“
Si sapeva che Paolo Volponi aveva scritto, nei suoi anni di senatore della Repubblica, un abbozzo di romanzo rimasto incompiuto, Il Senatore Segreto, ritrovato in una cassapanca della sua casa di Urbino: vede ora la luce in un libro con la sua firma, Parlamenti (Ediesse edizioni), a cura di Emanuele Zinato, il maggior studioso dello scrittore. Ha la forma di un romanzo epistolare, cinque lunghe lettere scritte al senatore Edoardo Perna, un politico professionale dell’area riformista del Pci, più volte parlamentare, con importanti incarichi di partito, che Volponi scelse probabilmente come interlocutore per la legge degli opposti. Perna (1918-1988), prudente, cortese, senza mai una parola di troppo, moderato; lui eternamente ribelle, inquieto, il cuore infuocato, come i suoi scritti, spesso esplodenti, come quel che diceva lasciando sempre il segno con la sua voce baritonale.
Le lettere diParlamenti, scritte tra il 1985 e il 1986, sembrano una sorta di prova generale, nel contenuto e nello stile, del gran romanzo Le mosche del capitale, che uscì da Einaudi nel 1989. In quel libro le vittime sacrificali sono gli industriali che hanno tradito la fabbrica diventando finanzieri, preoccupati soltanto dei profitti, dimentichi della grande lezione civile e culturale di Adriano Olivetti, «maestro dell’industria mondiale» come Volponi ha scritto dedicandogli quel libro; in Parlamenti le vittime sono i non pochi senatori che dall’Unità a oggi sono stati il simbolo di quanto è stato fatto, non fatto o malfatto umiliando i molti italiani poveri e intelligenti, con una cultura naturale, perennemente esclusi, quelli che hanno sofferto le guerre, il malgoverno, le decisioni dissennate, l’ingiustizia.
Parlamenti contiene, in coda a Il Senatore Segreto, anche un’antologia dei discorsi parlamentari di Volponi, di grande forza civile, di suggestione profonda, pronunciati spesso a braccio, con un uso sapiente delle parole e della lingua italiana. Anch’essi brandelli di alta letteratura. In nulla simili, nella forma e nella sostanza, ai discorsi di non pochi senatori che ritengono la lungaggine sinonimo di autorevolezza. Secondo il costume del Politburo sovietico di una volta.
Tra gli interventi di Volponi: il discorso del 17 marzo 1984 contro il decreto di «San Valentino» con cui il governo presieduto da Bettino Craxi cancellava la scala mobile e dava l’avvio a una politica che aveva perduto ogni segno delle radici socialiste, «un decreto autoritario»; il discorso sull’intervento straordinario del Mezzogiorno del 6 novembre 1984: «Ho sentito qui un uomo intelligente e colto come il senatore Malagodi rifarsi a padri quali Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II. Ora quei padri dobbiamo dimenticarli, dobbiamo smentirli. Quelli non furono i nostri padri: furono i seduttori di nostra madre e l’abbandonarono malamente e povera al margine delle loro strade, la buttarono fuori dalle loro carrozze e dai loro letti».
Volponi era un impasto di furia, di dolcezza, di fantasia, di realismo, di fede nella democrazia e nelle cose possibili. Massimo Raffaeli, che ha curato la silloge dei discorsi, ha scritto come tocca il cuore il gesto estremo d’amore di Volponi: la «Proposta di legge per Urbino», utopia della Polis umanistica e del lavoro liberato dalla sua soggezione atavica.
Al Senato dal 1983 al 1992, eletto come indipendente nelle liste del Pci, alla Camera come deputato di Rifondazione comunista, dall’aprile 1992 al febbraio 1993 quando si dimise (morirà il 23 agosto 1994), Volponi ha vissuto a Palazzo Madama anni non sereni.
Il suo Il Senatore Segreto, senatore invisibile, non è soltanto il gioco visionario di uno dei più grandi scrittori del Novecento; una satira nutrita di disincanto, di passione tradita e di fede non consunta. Non è di certo un avallo a quell’antipolitica su cui oggi soffiano i partiti dell’eversione. È il contrario, piuttosto, il sogno di una politica seria da fare nel nome della comunità, diversa dai comportamenti di quei senatori che Volponi vede manovrare cincischiando in aula, nella sala Garibaldi, nella sala con gli affreschi ottocenteschi di Cicerone, Catilina e Attilio Regolo, nei corridoi con le passatoie rosse e i busti dei padri della patria e, raramente, nella splendida biblioteca.
Chi è e che cosa rappresenta il senatore segreto? Dove si nasconde a Palazzo Madama? Negli anditi bui, dove, alla fine del Cinquecento, viveva il Caravaggio, altro sovversivo d’epoca, ospite del cardinal del Monte; nello stanzone dei «cassettini», dove i commessi distribuiscono la posta ai senatori; nella torretta; nella sala delle firme; nella sala rossa? Il cacciatore (Volponi) indaga, raccoglie prove e indizi, medita vendette, ma la sua ricerca non è, come può sembrare, una detective story.
«Chissà quanti malvagi senatori – scrive – hanno condotto giù per questi scalini (dell’aula del Senato, ndr i loro cattivi pensieri e le loro scorregge infettive. Davvero, uno di quelli può essere rimasto nascosto qui dentro. Viene fuori solo nei giorni dei voti decisivi, quando può mischiarsi tra i folti gruppi di quelli che stanno comunque dalla parte del potere».
Il senatore segreto è l’uomo delle eterne maggioranze, ha l’età dell’Italia unita, da Bava Beccaris alla P2, ne ha fatte, sempre impunito, di cotte e di crude, è un simbolo delle iniquità che hanno ferito il Paese. Era nell’aula, scrive Volponi, a ciarlare sulla sanità delle cannonate, era presente, vestito in modo assai stravagante, a giurare fedeltà al fascismo. Dove si sarà nascosto, invece, ai tempi alti della Costituzione? Sarà stato ben presente, al contrario, negli anni più foschi della prima Repubblica, quelli delle stragi di Stato, degli assassinii di tanti uomini degni. «Questo erede di Leopardi trapiantato nell’Italia del Caf», (Craxi, Andreotti, Forlani), commenta Emanuele Zinato nella prefazione del libro.
Da queste pagine saltano fuori tutte le predilezioni, gli amori e gli umori dello scrittore, la pittura – ha donato la sua importante collezione di fondi oro trecenteschi e di tele secentesche al museo del Palazzo Ducale di Urbino, la città natale -; il gioco del calcio – era un tifoso del Bologna -; le belle donne.
Il Senatore Segreto si inserisce a buon diritto tra le opere di Paolo Volponi. La sua vita è parallela ai suoi libri. Dai tempi dell’amata Olivetti di Adriano a cui fu sempre fedele, dopo aver lavorato anni nell’azienda di Ivrea come direttore dei Servizi sociali e poi capo del personale, alla Fiat dove fu consulente e poi segretario generale della Fondazione Agnelli, costretto a dimettersi nel 1975 a causa della sua dichiarazione di voto per il Pci alle elezioni di quell’anno. Lo scrittore credeva nel profondo in una nuova cultura industriale di cui aveva competenza. Ma non fu solo il romanziere dell’industria di cui aveva scritto nel suo Memoriale, la storia di un operaio psicotico, Albino Saluggia. È stato uno scrittore appassionato dell’intero mondo, dei drammi, delle speranze fallite dell’uomo: La macchina mondiale, Corporale, Il sipario ducale, La strada per Roma. Quando uscì Le mosche del capitale, che raffigurava con uno stile grottesco, ma anche profetico, i mondi padronali – Donna Fulgenzia era l’immagine di Gianni Agnelli, Nasàpeti era Bruno Visentini, il dottor Astolfo, Umberto Agnelli – Volponi fu aggredito – «Un velleitario censore del potere», «Alta finanza basse speculazioni» – da certi critici di famiglia, attacchi personali, non letterari, contro chi, era l’accusa, aveva tradito i principi e i principii del gran capitale.
Il mio è un romanzo, rispose soltanto. Libertà di critica, ma anche libertà di espressione. «Povero me – scrisse allora dedicando il libro a un amico – che ancora credo nell’onestà della letteratura».
Torna di Moda l’Alveare di Mandeville. La Crisi si Supera solo con le Passioni
dicembre 31, 2011
Giuseppe Bedeschi per “Il Corriere della Sera”
Torna di moda la grande metafora delineata da Bernard de Mandeville nella Favola delle api (1714) a proposito del funzionamento della società, che fece inorridire filosofi e moralisti (Hutcheson, Berkeley, Rousseau, ecc.). Infatti il medico olandese aveva sostenuto nel suo poemetto che le grandi società non si fondano sulla probità e sulla virtù, bensì sulle passioni e sui vizi degli uomini. Così avveniva nel grande alveare da lui rappresentato, in cui l’industria e il commercio prosperavano perché alimentati dall’egoismo, dalla superbia, dalla ricerca del lusso, e in generale dalle passioni delle innumerevoli api. Le quali, del tutto ignare dei veri motivi della loro prosperità, a un certo punto pregarono gli dei di liberarle dai loro vizi. Gli dei le accontentarono, ma, insieme ai vizi delle api, scomparve anche il loro benessere, e il grande alveare divenne un piccolo alveare, in cui si viveva una vita virtuosa sì, ma assai povera, di pura sussistenza. La morale della favola, ricordata ieri da Samuel Brittan sul Financial Times, era che bisognava essere consapevoli che i public benefits derivano sempre dai private vices. Scriveva infatti Mandeville: «Cessate dunque di lamentarvi: soltanto i pazzi si sforzano di far diventare onesto un grande alveare».
La grande metafora di Mandeville appariva provocatoria e cinica. Ma Adam Smith, nella Ricchezza delle nazioni, esprimerà concetti non troppo dissimili quando scriverà che «l’uomo ha un bisogno quasi costante dell’aiuto dei suoi simili, ma non può aspettarselo soltanto dalla loro benevolenza», e che potrà conseguirlo più probabilmente se riuscirà a volgere il loro egoismo a suo favore, e se riuscirà a mostrare che per loro è vantaggioso ciò che egli richiede. «Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio — dirà Smith — che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo, e parliamo dei loro vantaggi e mai delle nostre necessità».
In tempi a noi più vicini il grande pensatore liberale Friedrich von Hayek riprenderà l’ispirazione di Mandeville (e di Smith) per ribadire la propria idea centrale: che nessun individuo e nessun gruppo di individui può pianificare la società, la quale risulta dalle infinite azioni di un numero elevatissimo di persone. Il risultato di tutto ciò sarà soddisfacente (e anche molto soddisfacente) solo se ognuno potrà perseguire, nel modo che ritiene migliore (cioè secondo le proprie idee ma anche secondo le proprie passioni) il proprio vantaggio.
Superstizioni dell’età moderna
dicembre 31, 2011
Legati per lo più ai conflitti di religione e alla frammentazione del potere politico, i processi per stregoneria, rari nel Medioevo, si moltiplicarono tra XVI e XVII secolo. «Prima di Dracula» di Tommaso Braccini e «L’ultima strega» di Thomas Robisheaux
Marina Montesano per “Il Manifesto”
La storia della stregoneria e della caccia alle streghe affascina e attrae numerosi lettori in Italia, pur non essendo molto praticata a livello scientifico nel nostro paese: nel mondo tedesco come in quello anglosassone le cose vanno diversamente e l’aggiornamento storiografico appare più avanzato. Da noi, per esempio, continua a circolare l’idea che la stregoneria sia un fenomeno scaturito dall’ignoranza dell’oscuro medioevo e non, com’è più corretto, dalla piena età moderna. Lo si evince anche dalla presentazione proposta per due opere recenti che pure presentano spunti di notevole interesse.
«Mentre in Occidente fiorivano Umanesimo e Rinascimento, nei Balcani e nei territori dell’Impero bizantino ormai al tramonto si diffondeva il timore dei morti che uscivano dai sepolcri per perseguitare i vivi»: così comincia la quarta di copertina di Prima di Dracula. Archeologia del vampiro di Tommaso Braccini (Il Mulino 2011, pp. 270, euro 18). «Un ricco affresco di microstoria, che illustra le contraddizioni tra il sorgere del pensiero moderno e le superstizioni medievali», commenta invece il «New Yorker» a proposito del libro dello statunitense Thomas Willard Robisheaux, ora tradotto in italiano con il titolo L’ultima strega (Bruno Mondadori 2011, pp. 346, euro 28).
Difficile pensare ad affermazioni più fuorvianti: proprio durante il fiorire del Rinascimento si elaborarono idee e strumenti atti a perseguire le streghe, e fu in piena età moderna che si registrarono in Europa le condanne più gravi e numerose; mentre intellettuali di prestigio, come il teorico dello stato assoluto Jean Bodin, scrivevano opere a sostegno della teologia «moderna» in tema di stregoneria: quella cioè nella quale si affermava la realtà del volo magico e del Sabba, dove invece la teologia medievale si era sempre mostrata estremamente scettica e prudente.
Uno sviluppo in tre fasi
In linea generale, per la caccia alle streghe si può schematicamente delineare uno sviluppo in tre fasi differenti: un diffondersi sporadico di processi e condanne capitali che terminò intorno al 1550-1560; un incremento notevole tra quest’epoca e il 1660, fase che costituì l’apice della caccia in Europa; dopo questa data e fino alla metà del XVIII secolo si ebbe una diminuzione generalizzata dei processi, ma anche il loro arrivo in aree precedentemente risparmiate. Se è ovviamente impossibile una stima precisa del numero di vittime in Europa, ormai la storiografia è in grado di proporre dati probabili: nell’intero periodo tra metà Quattrocento e metà Settecento le condanne alla pena capitale oscillano tra le 40mila e le 60mila, nonostante la pubblicistica in materia dia spesso cifre palesemente assurde, che arrivano addirittura a parlare di milioni di vittime.
Lo studio di Robisheaux prende in considerazione la regione del Langenburg e propone un’analisi dettagliata, condotta alla luce della ricca documentazione processuale, dell’ultimo processo celebratovi e terminato nel 1672 con due condanne al rogo. Siamo dunque all’inizio della fase calante, ma in un’area, quella tedesca del Sacro Romano Impero, comprendente territori cattolici quanto protestanti, in cui la caccia alle streghe mieté il numero maggiore di vittime. È una disparità che colpiva anche i contemporanei, se il gesuita Friedrich Spee poteva scrivere, nella serrata critica alle modalità dei processi tedeschi espressa nella Cautio criminalis del 1631, che la Germania sembrava essere «tot sagarum mater»: «madre di così tante streghe». Circa la metà delle condanne capitali europee furono comminate in Germania.
Sono soprattutto due i fattori che pesarono maggiormente sulla storia della stregoneria nella Germania del Sacro Romano Impero: la Riforma – con il conseguente conflitto tra cattolici e protestanti – e l’estrema frammentazione del potere politico. Entrambe queste situazioni, seppur in modo diverso, finirono per incrementare e aggravare il fenomeno. Lutero e Calvino non sembrano aver dato molto peso alla stregoneria e nessuno dei due riformatori elaborò una forma di demonologia innovativa, ma il Diavolo esercitava a loro avviso un potere reale nel mondo; i riformatori facevano dunque dell’impegno contro Satana quasi un’ossessione.
È indubbio che, essendo le streghe emissarie del diavolo e complici nei suoi misfatti, nel mondo riformato si ponevano le premesse per una «caccia» intensa e determinata. Inoltre la frequente compresenza in molte aree di gruppi cattolici e riformati creava gravi situazioni di tensione, e l’accusa di stregoneria poteva esser la conseguenza – cosciente o meno – di tali situazioni, spingendo membri di una comunità a scagliare accuse contro gli esponenti dell’altra.
L’influenza del clima
Tuttavia, non è il caso di stabilire un nesso troppo rigido tra l’affermarsi della Riforma, con i conseguenti conflitti, e l’incremento della caccia alle streghe. Per esempio, nella Germania meridionale cattolica il fenomeno fu più intenso rispetto all’area settentrionale protestante; bisogna quindi considerare il secondo fattore, e cioè l’estrema frammentazione politico-amministrativa, per l’appunto più presente a Sud che a Nord.
La scarsa concentrazione del potere ne causava la debolezza, e questo faceva sì che ogni città potesse comportarsi verso il problema con un certo grado di autonomia, e soprattutto con la quasi assoluta certezza di non dover poi render conto del proprio operato, dando luogo ad abusi e all’uso di procedure di coercizione e di tortura sovente smodate, tali da non consentire altro se non confessioni e denunce a catena. Inoltre, un incremento dei processi si avverte in occasione di peggioramenti climatici e cattivi raccolti o carestie come quelli della cosiddetta «piccola era glaciale» del Seicento: per esempio in molte aree in cui la viticultura era un elemento importante per l’economia, ma era allo stesso tempo praticata in condizioni di difficoltà climatica, grandinate e gelate improvvise portavano alla ricerca di capri espiatori, e streghe e stregoni accusati di magia tempestaria ne facevano le spese.
Il caso studiato da Robisheaux presenta molte di queste caratteristiche standard: la crisi economica che colpiva l’area, un uso della coercizione fisica molto pesante, la marginalità dell’imputata emergono quali fattori essenziali per comprendere come si potesse passare da un’accusa iniziale di avvelenamento alla costruzione di un’accusa di stregoneria con il suo corollario di patti con Satana e di volo magico.
Il paragone tra la Germania e la Spagna è istruttivo: nella penisola iberica, vittima di una secolare «leggenda nera», si ebbe in realtà un uso giudiziario della tortura assai moderato e un numero di vittime molto basso, se paragonato all’Europa centro-settentrionale; i tribunali erano infatti restii a comminare la pena capitale, preferendo generalmente condanne più blande. Inoltre, le accuse erano più simili a quelle tradizionali di magia, piuttosto che di stregoneria per così dire «moderna», cioè corredata di patti e omaggi demoniaci, volo magico, infanticidi e via dicendo.
Nel 1526 un concilio svoltosi a Granada dichiarò impossibile il volo magico e affermò che secondo la maggior parte dei giuristi le streghe non esistono. Quando a Barcellona, nel 1549, l’inquisizione locale e le autorità civili condannarono al rogo alcune streghe, la Suprema (ossia il supremo concilio dell’Inquisizione, che dipendeva dalla Corona) reagì punendo i giudici. La Catalogna, tuttavia, in diversi periodi mostrò un’attitudine indipendente e pronunciò condanne alla pena capitale: una recrudescenza si ebbe tra 1618 e 1622, in concomitanza con una sequenza di cattivi raccolti. Quante furono le streghe condannate a morte in Spagna? Non è possibile una stima complessiva; più di cento in Catalogna nei soli anni 1610-1625, ma venti-trenta sotto l’Inquisizione negli oltre cento tra 1498 e 1610. In totale le condanne a morte dovrebbero aggirarsi intorno alle 300.
Linciaggi e ordalie
La presenza di un’autorità centralizzata e in grado di incidere sulle realtà locali sembra essere stata spesso, come si è detto, il deterrente al proliferare di persecuzioni antistregoniche. Tribunali e comunità locali chiedevano sovente a gran voce la messa a morte di streghe e stregoni, e quando l’autorità si mostrava tenera, succedeva che provvedessero da soli.
In Danimarca, dopo un periodo di tumulti politici e di guerre civili, a partire dal 1540 diversi testimoni danno notizia di violente persecuzioni organizzate dai contadini, impegnati a cacciare le streghe «come se fossero lupi», secondo le parole di un consigliere del sovrano; nello Jutland, nel solo anno 1543, i contadini linciarono 52 donne per la stessa ragione; tre anni dopo, in seguito ad altri casi, il sovrano decise di intervenire per porre fine alla mattanza. Quando il Parlamento di Parigi rifiutava di approvare le condanne a morte, capitava che nelle campagne i linciaggi ponessero fine al dibattito. Nell’Olanda che dal 1608 non celebrava più processi per stregoneria, linciaggi di streghe sono segnalati persino nelle città. Nell’Ungheria sotto il dominio ottomano, che non prevedeva processi per stregoneria, i linciaggi ovviavano al problema. Senza contare che alcune pratiche come l’ordalia, comune in diverse regioni europee, che consisteva nell’immergere le presunte streghe nell’acqua (se colpevoli, l’elemento le avrebbe rifiutate, se innocenti sarebbero rimaste sott’acqua), erano generalmente ritenute illegali dalle autorità, ma attestate a livello popolare.
Sete di sangue
Le credenze popolari hanno dunque avuto un ruolo importante, non solo per quanto concerne le persecuzioni, ma anche perché ad esse ci si deve volgere per comprendere alcune fra le tradizioni che tra tardo medioevo ed età moderna confluirono nell’elaborazione del fenomeno stregonico. È a queste che guarda Prima di Dracula di Tommaso Braccini: più che di una Archeologia del vampiro, però, si tratta di un ricco assemblaggio di notizie inerenti un tema molto più ampio, quello dei revenants, ossia dei non-morti, che si intreccia spesso con la questione stregonica.
C’è infatti un curioso errore di logica nel chiamare «vampiri» tutte queste creature, dal momento che, come lo stesso Braccini nota, a esse manca la caratteristica fondamentale del vampiro «letterario»: l’ematofagia, che deriva proprio da una commistione con le tradizioni stregoniche, nelle quali il dissanguamento delle vittime e in particolar modo dei bambini era invece tratto comune. Ulteriore conferma di quanto il tema della stregoneria sia stato importante nell’immaginario e nella storia europei.
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