Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore”
Quando ero Prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano m’imbattei in una scarna lettera dattiloscritta datata «Rapallo 4 novembre 1929», segnata col motto Res publica, the Public Convenience e con la firma autografa di Ezra Pound. In un italiano sgangherato il poeta scriveva: «Quando viene il fotografo chi ha fatto gli alti fotos. lei prego darli questa lettera, con richiesta di far me Bianco su nero solamente Ms. 0.63 superiore». Era, dunque, l’ordinativo di una riproduzione fotografica di alcuni fogli di un codice cartaceo del XV secolo che conteneva una silloge di sonetti danteschi e stilnovisti. Da anni, infatti, Pound frequentava l’Ambrosiana e il suo Prefetto, Achille Ratti, il futuro Pio XI, che citerà persino in uno dei suoi Cantos; anzi, nel 1911 aveva scoperto nella Biblioteca alcune partiture musicali delle canzoni provenzali di Arnaut Daniel. Fui, comunque, emozionato di avere tra le mani una testimonianza così personale di un grande poeta, convinto che la poesia fosse «l’unica arte in cui la mediocrità è imperdonabile». Infatti, egli era consapevole che «in principio c’era la Parola, ma la Parola è stata tradita»; per questo era pronto a pagare per le sue convinzioni anche discutibili, perché «se un uomo non è dispostoa rischiare per le proprie idee, o non vale niente lui o non valgono niente le sue idee».
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