70 anni fa l’attacco giapponese. L’intelligence aveva lanciato l’allarme che non fu raccolto. Un libro analizza i documenti
Umberto Gentiloni per “La Stampa“
Difficile di questi tempi immaginare che un documento o una fonte di archivio possano modificare la percezione di eventi del passato. Nell’era della rete e di Wikileaks ogni traccia sembra schiacciarci inesorabilmente su un presente senza tempo, che ci sovrasta e ci condiziona. Figuriamoci se l’argomento è la seconda guerra mondiale, alla vigilia dei settanta anni che ci separano dall’attacco giapponese nella base di Pearl Harbor. Il libro di Craig Shirley, December 1941: 31 Days that Changed America and Saved the World fresco di stampa dà conto di una mole di documentazione utile a ricostruire parte del contesto di allora, con particolare attenzione al significato di quel tornante per la storia degli Usa e per i futuri equilibri del pianeta. I termini del lungo titolo sono intercambiabili: i giorni che salvarono l’America cambiando il mondo; questo il lascito rinnovato dall’anniversario odierno. Tra le tesi del biografo di Ronald Reagan spicca il contenuto delle analisi di intelligence che anticipano il precipitare della situazione verso l’attacco giapponese; un segnale di allerta non raccolto. Le voci si rincorrono nei giorni che precedono il 7 dicembre 1941. Il testo di un Memorandum declassificato porta la data del 4 dicembre; venti pagine dall’ Office for Naval Information alla Casa Bianca e ai comandi militari. Semplice il contenuto, aggressione molto vicina, alzare il livello di attenzione in tre aree: costa occidentale, canale di Panama e arcipelago delle isole Hawaii. Non una voce isolata, ma la spia di segnali e indicazioni che attraversano in modo contraddittorio e disordinato la fase di avvicinamento degli Usa al secondo conflitto mondiale.
Non deve sfuggire la consapevolezza che dietro ogni documento ci sono persone, funzionari inseriti dentro ingranaggi complessi, articolati su diversi livelli. Non ha senso ricondurre il quadro a semplificazioni di comodo del tipo «gli Stati Uniti pensano o sostengono che» così come sarebbe riduttivo e fuorviante estrapolare il contenuto dal contenitore, nel nostro caso il testo di intelligence dal momento nel quale è stato pensato e scritto in una rete di vincoli e relazioni ad esso sottese. Alcuni elementi di giudizio sono parte della riflessione storiografica degli ultimi anni e collocano l’attacco alle isole Hawaii tra gli episodi chiave del conflitto, non tanto per l’entità dell’operazione militare quanto per gli effetti a catena sui protagonisti. Le alleanze si allargano modificandosi: l’asse Roma Berlino diventa progressivamente un soggetto a tre, gli Usa superano a fatica le ultime resistenze isolazioniste per impegnarsi militarmente e soprattutto politicamente sugli assetti possibili del sistemainternazionale. È l’inizio di un processo irreversibile che segnerà il lungo dopoguerra; l’ampliamento dei confini e delle coordinate geopolitiche nel mondo globalizzato unito a un sensibile spostamento dell’asse delle priorità strategiche verso il Pacifico. Uno degli effetti più profondi della guerra totale, una delle eredità più attuali nel mondo post guerra fredda.
Il documento di Intelligence (Fbi) mette Roosevelt in allerta, o pensa di poterlo fare con pagine di allarmata previsione; non si poteva evitare l’esito del confronto, forse solo limitare il peso dell’effetto sorpresa. Ma come sappiamo per altre situazioni, l’intelligence non condiziona o vincola il processo decisionale e in molti casi l’eccesso di studi, missioni segrete e informazioni rischia di produrre un’assuefazione inconsapevole. Nessun rimprovero tardivo al Presidente Roosevelt. Lo sforzo di un’analisi seria è quello che mira a ricostruire un mosaico di posizioni e condizionamenti in modo che i protagonisti possano esser valutati nel vivo degli eventi. Da qui la centralità dell’attacco giapponese, fino a condizionare la stessa periodizzazione della guerra e di buona parte del secolo scorso: se ci spostiamo verso il teatro del fronte sul Pacifico cambiano i punti di vista e le prospettive di riferimento; l’atto iniziale non è tanto riconducibile all’aggressione della Polonia del settembre 1939, quanto alle premesse fondanti dell’ espansionismo nipponico degli Anni 30. La nuova documentazione è parte di un processo conoscitivo, aiuta a sostenere e motivare gli interrogativi di oggi mettendo da parte la moda delle scorciatoie scandalistiche privilegiando un cammino di analisi e comprensione del passato.
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