Maometto in Parlamento

Marco Ventura per “Il Corriere della Sera

Un anno e un dato: 1995; 158. Cominciò tutto lì. O almeno, cominciammo a capire tutto da lì. Il 1995 fu l’anno delle elezioni politiche turche; 158 furono i seggi conquistati dal partito della prosperità, il Refah Partisi. I leader del Refah promettevano libertà e diritti in nome dell’Islam. Erano fedeli a Kemal Ataturk, ma ritenevano la sua laicità una camicia di forza. L’energia dell’Islam andava liberata affinché facesse da ponte tra il passato e il futuro, tra l’antica potenza imperiale e una nuova modernità. Il risveglio deimusulmani nelmondo era la grande occasione: rompendo l’isolamento, respirando all’unisono con i fratelli nella fede, la Turchia poteva crescere dentro e fuori i confini. Gli elettori turchi capirono. Offrendogli 158 seggi sui 450 totali, fecero del Refah il partito di maggioranza all’Assemblea nazionale e gli consentirono di formare, nel giugno 1996, un governo di coalizione. La controffensiva non tardò. Il 16 gennaio 1998 la Corte costituzionale di Ankara disciolse il partito Refah in quanto «centro di attività contrarie al principio di laicità». Il potere giudiziario, appoggiato dall’esercito, annullava la volontà popolare e interrompeva l’esperimento del nuovo Islam politico turco.

L’Islam e il voto, dunque. Oggi in Tunisia, Marocco, Egitto, tra poco in Yemen. Ieri, le elezioni turche del 1995 raccontarono le ambizioni delle nuove società musulmane. Certificarono la vitalità dell’islamismo: ostacolato dalle vecchie élite, sospinto dalla democrazia. Più la compatibilità dell’Islam con la democrazia veniva contestata, più l’Islam si rivelava attraverso di essa. Nei Paesi musulmani, gli islamisti chiedevano libere elezioni contro i dittatori, i militari e le polizie; e invocavano il voto popolare contro le potenze ex coloniali che sui regimi autoritari fondavano la loro politica di sfruttamento. Per i governi occidentali, l’ordine dei militari e dei corrotti era il male minore. Garantiva donne e minoranze, almeno un poco. Teneva a bada i jihadisti. Dopo il ritiro dei sovietici dall’Afghanistan nel 1989, la guerra santa si era sparsa per il mondo: dal Kashmir allo Yemen; dall’Armenia alla Palestina; dalla Bosnia all’Algeria. Proprio in Algeria un colpo di Stato aveva interrotto nel 1992 il processo elettorale da cui stavano uscendo vincitori gli islamisti. Uno dei leader del Fronte islamico di salvezza, Ali Belhadj, aveva proclamato nel 1989 che «non c’è democrazia nell’Islam». Il Paese sprofondò in una sanguinosa guerra civile. I bollettini del Fronte si stampavano a Londra, nella famigerata moschea di Finsbury Park. Sempre da Londra, l’ufficio di Bin Laden organizzava il terrore globale. Mentre in Turchia il Refah Partisi viveva la sua breve stagione al governo, nell’agosto 1996 la fatwa di Bin Laden inneggiò alla guerra santa contro l’occupante americano. Risuonava dappertutto in terra d’Islam il grido di libertà. Libertà dall’Occidente crociato e degenerato; libertà da governanti traditori del popolo e dell’Islam. Era labile il confine tra i profeti di violenza e i profeti di liberazione. Per le nuove generazioni, nei sobborghi del Cairo o di Birmingham, diMumbai o di Algeri, l’islamismo era l’unica risorsa. C’era chi militava e finiva nelle carceri diMubarak. C’erano i ventenni musulmani inglesi e marocchini che si incontravano nei campi di addestramento pakistani o afgani. Avevano in comune solo un Islam liberatore. Ed era tutto. Un ideale di lotta potente che motivava esistenze vuote, dava sfogo alle frustrazioni, prometteva gloria al disadattato del quartiere. Un ideale capace di sovrastare l’Islam colto premiato a Francoforte e a Parigi; di cambiare le abitudini delle maggioranze silenziose. Le ragazze rinnegavano l’emancipazione delle madri e prendevano il velo. Ovunque, l’Islam moderato si piegava all’energia dell’Islam politico. Lo scrittore Martin Amis emise il verdetto: «I moderati hanno perso la guerra civile dentro l’Islam. È ingannevole la loro sovraesposizione su giornali e media. Altrove sono supini, la loro voce non si sente».

L’Occidente non vedeva le radici sociali dell’Islam politico; non ne vedeva i motivi concretissimi, la necessità storica. Dall’alto di una supponente distinzione tra religione e politica, non capivamo l’Islam. Satolli di una fede secolarizzata, avevamo dimenticato che Dio può armare persino un assassino suicida. Storditi dalla falsa coscienza post-coloniale, non credevamo all’ambizione delle società islamiche di essere diverse da noi, libere da noi. Eravamo abbagliati da quei pochi che sembravano muovere i fili. Perché i servizi inglesi pagavano i predicatori d’odio di Londonistan? Perché Gheddafi fu il primo a denunciare Bin Laden all’Interpol?

In realtà, il processo in moto era molto più grande della distinzione tra islamismo politico e islamismo terrorista; più grande delle diplomazie e dell’intelligence. Le società islamiche non rinunciavano ai legami tradizionali, di famiglia, di gruppo. Il maschilismo, il familismo, l’odio per il diverso e per l’ebreo, l’analfabetismo restavano largamente accettati. Il modello rimaneva l’omogeneità culturale e religiosa. Poco spazio per i diritti individuali, per una vera pluralità di opzioni morali, ideologiche, religiose. Invece, quelle società si ribellavano alla corruzione dei governi, alla prepotenza della polizia. Non potendo immaginare quel cambiamento morale e sociale che Dio vieterebbe, concentravano emozioni e sforzi in una lotta di potere.

Bastava un voto a far esplodere il cocktail di conservazione e riforma, di tradizione e rivoluzione. Ecco la verità dei 158 seggi del Refah turco nel 1995. Verità lontana dal dilemma tutto occidentale di Fareed Zakaria: avrebbe saputo costruire democrazie liberali, l’Islam, o solo democrazie illiberali? Gli ottimisti rispondevano che l’esercizio democratico avrebbe imposto la propria logica alle società islamiche, occidentalizzandole. Così sussurrava a George W. Bush il giovanissimo Noah Feldman, futuro co-autore della costituzione dell’Iraq post Saddam. Per niente, rispondevano le cassandre: sarà l’Islam a piegare alla propria logica illiberale le procedure democratiche. Le elezioni in Algeria e in Turchia erano lì a dimostrarlo.

Tuttavia, all’inizio del nuovo millennio, l’establishment giudiziario-militare turco non aveva ancora posto fine alla storia narrata da quei due numeri, 1995 e 158: il Refah si era infatti rivolto alla Corte di Strasburgo, chiedendole di condannare lo Stato turco. Che l’Europa liberaldemocratica sanzionasse la Turchia antidemocratica almeno in tribunale, per aver disciolto un legittimo partito politico. La democrazia islamica metteva l’Europa di fronte a se stessa, contro se stessa. Che cosa avrebbero deciso i giudici europei: difendere la laicità turca, ritenere fondata la pregiudiziale anti islamista di Ankara e dunque sconfessare le elezioni? O stare dalla parte delle elezioni, nonostante tutto? A fine estate 2001, solo dieci giorni prima dell’attentato alle Torri gemelle, la Corte europea decise contro il partito Refah, per il diritto dell’establishment turco di sconfessare gli elettori. I giornali occidentali salutarono la vittoria della laicità, la sconfitta di un Islam che minacciava la democrazia perché sapeva magnificamente usarla.

Dieci anni dopo, quella sentenza è antiquariato e quei leader musulmani vengono salutati da «Time» come riformatori moderati. Essi guidano una potente democrazia musulmana, capace, pur nella sua specificità, di ergersi a modello. In mezzo, anni apparentemente vuoti, in cui l’Islam è parso contare elettoralmente solo dove era minoranza. Nell’Europa multiculturale, nel Sudafrica del post-apartheid; soprattutto in India, dove l’elettorato musulmano ha consentito al partito del congresso di far diga contro il nazionalismo induista.

La primavera araba non è scoppiata dal nulla. Nuovi semi crescevano sottoterra, dopo la fioritura degli anni Novanta. Si alimentavano dell’infinita varietà dell’Islam e delle sue lotte intestine, delle debolezze croniche della società civile, della sharia reinventata a Leicester, Rotterdam e Padova. L’ultimo raggio di sole che ha fatto germogliare il seme è stata la fame, l’oppressione. Si rovesciano i tiranni perché affamano e opprimono, non perché democrazia è bello; perché Allah legittima non chi ha diritto, ma chi si piglia il potere. E si vota in maggioranza per i barbuti, perché sono stati nelle prigioni dei tiranni, perché sono organizzati e socialmente efficaci. Tanto più la globalizzazione incalza le società islamiche, tanto più queste si rinserrano nelle loro tradizioni e il popolo del web e delle piazze rimane invischiato in una lotta di potere di cui il più forte beneficerà. Il voto mette così in scena una girandola postmoderna di twitter e sessuofobia, di femministe e salafiti, di copti e fratelli musulmani. Ecco cosa è uscito sulla ruota del 1995 e del 158. Non certo un impossibile Islam liberaldemocratico. Piuttosto, un Islam vitale ma smarrito, che scarica nell’urna le sue contraddizioni.

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