Rublëv-Giotto, l’arte del dialogo

Andrea Fagioli per “Avvenire”

L’Ascensione di Andrej Rublëv sotto la cupola del “Bel San Giovanni”. L’arte dell’icona a confronto con quella del mosaico. Una delle opere principali del più potente genio pittorico della Russia approda nel Battistero fiorentino cantato da Dante e dedicato al patrono della città. Un accordo, che va ben oltre l’anno dello scambio culturale tra Italia e Russia, porta Rublëv a Firenze e fa volare Giotto a Mosca. Una bella iniziativa, denominata In Christo / Bo Xructe, che prevede l’arrivo nel capoluogo toscano di tre opere tra le più importanti dell’arte cristiana d’Oriente.

Il pezzo più pregiato resta la rammentata Ascensione di Rublëv, che arriva in Italia per la prima volta. Rarissime, infatti, le uscite dai confini russi delle opere di questo monaco artista vissuto a cavallo tra il Tre e il Quattrocento e canonizzato dalla Chiesa ortodossa russa nel 1988. Insieme all’icona di Rublëv arrivano a Firenze altre due immagini meno celebri ma altrettanto affascinanti: la Madre di Dio Odighitria di Pskov e la Crocifissione di Dionisij. Partono invece per la capitale russa la Maestà di San Giorgio alla Costa di Giotto (conservata nel Museo diocesano di Santo Stefano al Ponte) e il Polittico di Santa Reparata, eseguito dal grande pittore trecentesco insieme alla sua Bottega per quella che era allora la Cattedrale fiorentina (Santa Reparata, appunto), oggi Santa Maria del Fiore. I capolavori giotteschi saranno esposti a Mosca nella Galleria statale Tret’jakov, la più grande collezione di arte russa, in una mostra che si apre lunedì 19 dicembre alla presenza di una delegazione della Chiesa fiorentina guidata dell’arcivescovo Giuseppe Betori.

Più che uno scambio di opere d’arte sacra è dunque una rete in cui si intrecciano fili artistici, culturali e religiosi a partire dal lavoro compiuto dalla Fondazione per le scienze religiose “Giovanni XXII”, di cui è segretario lo storico Alberto Melloni, per l’edizione critica dei concili della Chiesa russa. A cui si aggiunge il fatto che le istituzioni accademiche e teologiche russe, alle prese con le questioni della traduzione della Bibbia, hanno chiesto aiuto proprio a Betori che, come biblista e segretario generale della Cei, negli anni passati ha dato grande impulso ai lavori per la versione italiana della Sacra Scrittura. Date queste premesse, l’iniziativa assume un valore ancora più grande di cui è segno evidente il luogo particolare in cui le opere russe vengono esposte a Firenze: non una sede museale, bensì il Battistero.

Non una semplice mostra quindi, ma una vera “ostensione” di icone da cui traspare la fede dei russi, più esistenziale e meno dottrinale, dove la liturgia sostiene in modo mirabile la vita del credente. Per noi occidentali non è facile capire il valore di quell’immagine sacra tipica della devozione dei cristiani d’Oriente. Ci può apparire quasi come una forma di semplice credenza popolare. In realtà l’icona ha un suo fondamento teologico: lo spiega san Paolo nella Lettera ai Colossesi quando dice che il Cristo è l’icona del Dio invisibile e che pertanto rende visibile e presente nella carne il Padre.

Da questo presupposto i cristiani orientali sono convinti che «ciò che il Vangelo ci dice mediante la parola, l’icona ce lo annuncia mediante i colori e ce lo rende presente». L’arte dell’icona, che in Russia arrivò insieme al Vangelo, è un atto di fede più che un’espressione del genio umano. Non a caso l’apertura di questa particolare esposizione, definita dagli ortodossi «un atto di carità» per averla ospitata in Battistero, è fissata per il 21 dicembre, festa di San Nicola secondo il calendario liturgico ortodosso, e la chiusura il 19 marzo, festa di San Giuseppe nel calendario cattolico. La cerimonia inaugurale prevede un momento di venerazione davanti alle icone, con la presenza di alte autorità religiose da Mosca, tra cui il metropolita Hilarion, e i canti del Coro sinodale della Chiesa russa.

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